I Ministri: Berlino, la cultura generale e un nuovo tour in arrivo

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Un anno fa usciva Cultura Generale, quinto album in studio dei Ministri, la band milanese che in pochi anni ha conquistato il panorama alternative rock italiano. L’abbiamo incontrati nel backstage di Rockin’Cura, il festival rock alle pendici dei Monti Cimini ormai giunto alla sesta edizione.
«Abbiamo sempre pensato alla cultura generale come una macro categoria che ha vincolato tutta la nostra generazione. La cosa che fa specie è che ciò che noi musicisti produciamo non viene considerata cultura e ci ritroviamo come se fossimo in un ghetto, in un qualcosa di non comprensibile. In questo Paese c’è una sorta di ipocrisia culturale. C’è gente che sacrifica la propria vita per dare un senso diverso alla cultura e alla fine non gli viene neanche riconosciuta, in virtù di leziosismi antichi e austeri, come ad esempio conoscere alla perfezione Dante Alighieri. Sicuramente è importante anche questo ma una cosa non esclude l’altra», così esordisce Davide Autelitano quando mi vede. Per più di mezz’ora parliamo del lungo tour che li ha portati in giro per tutto lo stivale (e non solo), dell’ultimo disco e del futuro della band.

Il vostro ultimo disco, Cultura Generale, è stato registrato a Berlino. Quali sono le differenze che avete riscontrato nel produrre un album all’estero?
Fare musica oggi non vuol dire semplicemente fare delle canzoni, pubblicarle e fare un tour ma è anche coltivare un senso di percorso, una strada, che in questo caso ci ha portato in Nord Europa (a Berlino ndr.). Berlino è sempre stata una meta che abbiamo “prezzolato” tra di noi poiché comunque legata a delle arti un po’ “sporche”. Inoltre è stata la culla di un certo genere di musica molto significativa per il nostro background culturale. La differenza sostanziale è l’approccio: in Italia si vive di tante regole anche rispetto a come si deve fare un disco, in particolare ci sono ansie da parte della produzione su come deve suonare il prodotto finale. Uscito da questa gabbia ti accorgi che l’esigenza che ha una band come noi è quella di produrre qualcosa indipendentemente da come risulterà. Diciamo che Berlino era il posto giusto per far si che avvenisse questa cosa.

Nel brano Idioti  è presente un ritornello fortissimo che dice “Sono io quello normale”. Per voi cosa vuol dire essere normali?
Essere normali per noi è non alterare per nulla quello che è il proprio sistema di valori, che poi alla fine per noi è quello che ci ha portato ad abbracciare così tanta gente ed essere capiti dalla gente stessa. Al momento che questa cosa viene a mancare ti accorgi che è importante ribadire un senso di normalità. Oggi si fa a gara a non essere più normali e nel momento che si perde di vista la semplicità dei propri valori ci si inacidisce.

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Foto di Federica De Mitri

Lo scorso anno avete fatto un tour europeo, quest’anno avete suonato allo Sziget Festival a Budapest. Pensate sia importante far conoscere la musica italiana all’estero?
Si certo. Poi il come viene portata la musica italiana all’estero è tutto da vedere, nel senso che molta della musica italiana che viene esportata è anche m***a (ride). Nel nostro caso, che siamo stati ospitati allo Sziget Festival, è stato un grande onore poterlo fare, tra l’altro ci hanno fatto suonare su un palco molto prestigioso per quelle che potevano essere le aspettative di una band italiana. Poi lo Sziget è un festival composto da sonorità molto simili alle nostre, quindi in quel contesto ci entravamo alla grande.

Avete girato molti palchi negli ultimi anni, alcuni molto prestigiosi. Nonostante ciò spesso è possibile vedervi in piccoli festival di provincia. Perché questa scelta?
L’Italia, vedendo l’estero, è molto indietro per quanto riguarda la realizzazione dei festival, soprattutto perché non c’è supporto da parte delle istituzioni. Se noi nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa in favore di queste realtà lo facciamo molto volentieri. Poi comunque la gente in Italia ai concerti ci vuole andare, se gli togli anche quello veramente in questo paese rimane solo il calcio.

Nel 2006 usciva il vostro primo album, I soldi sono finiti. Vi aspettavate il successo che avete avuto in seguito?
Abbiamo creduto tanto in una passione. Oggi ci troviamo ad aver fatto tante rinunce…rinunce che hanno un sapore e un senso che per me è quella cosa chiamata “successo”. Noi avevamo questa ambizione quindi con tanto impegno e con tanta fatica siamo riusciti ad arrivare dove avevamo bisogno di arrivare nella vita.

Oggi molti artisti abusano del termine rock. Voi cosa intendete per rock?
Il rock non è una questione solo di sonorità ma è anche una questione di filosofia di vita, come il punk e il metal.

Una volta terminato il tour cosa farete?
A noi piacerebbe, visto che tra poco ricade l’anniversario dei dieci anni dal primo disco, organizzare qualcosa per festeggiarlo, anche semplicemente suonando dal vivo. Poi sicuramente ci metteremo al lavoro su un nuovo disco. Il tour è comunque una pausa dalla composizione che ti porta, una volta finito, ad avere una grande esperienza maturata che deve essere trasposta con urgenza dentro la musica. Quindi cercheremo di non perdere troppo tempo.

A cura di Emanuele Camilli, Vincenzo Cozzolino
Photogallery Federica De Mitri

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Emanuele Camilli
Nasce a Viterbo nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Sqérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.