Eight Days a Week: The Touring Years

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A distanza di 52 anni da quel 6 luglio 1964, quando la Beatlemania esplose con tutto il suo fragore alla prima di A Hard Day’s Night, il debutto cinematografico dei Beatles, Londra ha accolto una nuova World Premiere dei Fab4. All’Odeon Theatre di Leicester Square è andato in scena Eight Days a Week: The Touring Years, documentario del Premio Oscar Ron Howard sull’attività live della band di Liverpool.

Un progetto di cui gli addetti ai lavori ed i fan più stretti erano a conoscenza da ormai diversi anni e che finalmente ha visto la luce. Una cerimonia di inaugurazione in pompa magna con la presenza di Ringo Starr e Paul McCartney, oltre ad Olivia Harrison e Yoko Ono, compagne dei compianti George e John.

Quando si tratta di un film sui Beatles ho sempre un timore: piacerà anche solo ai novizi o anche ai fan? Verranno toccati tutti i punti di vista, o sarà un elogio superficiale alla più grande band della storia? Ron Howard ha scelto una chiave di lettura, a mio parere, troppo circoscritta: si è focalizzato principalmente sui tour Statunitensi del gruppo, dedicando poco spazio al resto del mondo, nonostante questo tema offrisse molti spunti interessanti. La storia invece è stata ben strutturata, ha un inizio preciso, un intreccio ed è chiara la conclusione.

Quel che emerge maggiormente, che poi è quel che i Beatles han sempre voluto far emergere quando parlavano di quegli anni, è che loro erano realmente quattro amici. Sono stati uno la vita dell’altro, si sostenevano e si proteggevano a vicenda, facendo quadrato contro le pressioni esterne. Quel che particolarmente ho apprezzato e che difficilmente viene trattato in questi film invece è stata la scelta di far capire quanto fosse difficile la vita di un Beatle e la continua pressione a cui erano sottoposti: dover vivere con la critica che non aspetta altro che una tua caduta, o con i fan alla continua ricerca, spesso anche fisica e violenta, di avere un contatto con te. Forse mai come in questo caso è evidente quanto la scelta di interrompere l’attività dal vivo non fosse un capriccio, ma l’unica soluzione possibile.

Inutile dire che, trattandosi di un film, mancano alcuni punti chiave della loro storia: i tre concerti con Jimmy Nicol alla batteria al posto di Ringo ad esempio, o il concerto al Prince of Wales Theatre in cui John pronunciò la famosa frase <<A quelli di voi che sono seduti nei posti economici vorrei batteste le mani nel prossimo pezzo, gli altri possono semplicemente far scuotere i gioielli>>. Per non parlare del fatto che durante la loro esibizione all’Ed Sullivan Show non fossero avvenuti crimini a New York, che in quel periodo non era la città più sicura del mondo, tanto che George Harrison disse che <<Anche i criminali guardarono il nostro show>>.

Si tratta di un bel film che sicuramente meglio di altri, aiuta a comprendere cosa volesse dire essere un Beatle, nel bene e nel male.

Per citare George Harrison i fan hanno dato tanti soldi ai Beatles, ma loro ci hanno rimesso il sistema nervoso.

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Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.