Niccolò Bossini: un “Kaleidos” di emozioni (intervista)

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Intervistare Niccolò Bossini è un piacere. Perché il chitarrista di Poviglio (in provincia di Reggio Emilia) ha la competenza di chi la musica la vive a 360 gradi, di chi la suona, la canta e la compone, e parla come chi della musica ha fatto la sua vita. Una lunga gavetta, molte band, un passato da cantante in inglese, i palchi importanti con Luciano Ligabue e un progetto solista che ormai porta avanti da alcuni anni e che vede un nuovo corso grazie al suo ultimo lavoro, Kaleidos, uscito lo scorso 9 settembre. Un disco colorato, “ma non nel senso di allegro”, come precisa Niccolò, semmai nel senso della capacità di raccontare varie sfumature emozionali dell’animo umano.

Hai iniziato la tua carriera molto presto, infatti all’età di 12 anni eri già su un palco. Hai mai pensato, anche solo per un attimo, di cambiare una strada che, obiettivamente, era già segnata dalla musica? E come ti sei approcciato alla musica?
Sono una persona che ama cambiare, e più cresco, più divento grande, più questa esigenza diventa potente. Quindi tante volte, soprattutto ultimamente, ho pensato di fare un lavoro diverso da questo. Il giornalista era una cosa che mi è balenata molte volte per la testa quando ero ragazzo. Solo che non saprei bene di cosa scrivere, sicuramente non vorrei parlare di musica. Però scrivere in tutte le sue forme, che sia giornalismo, che sia la scrittura di un libro, o di racconti, insomma è una cosa che nel mio intimo faccio e non ho pretese, tant’è che non le faccio leggere a nessuno. Poi scrivo musica, scrivo canzoni… Comunque sì, ho pensato tante volte di fare cose completamente diverse, però è anche vero che sono legato a filo doppio a questa cosa che ho costruito nel tempo, alla musica. Quindi è difficile pensare di fare altro.

Magari portare avanti qualcosa parallelamente al tuo progetto musicale…
Sì, c’ho pensato. Un altro sogno nel cassetto è fare un programma radiofonico. Però sai, in questo momento ho un album al quale ho lavorato un anno e mezzo, un evento per presentarlo, devo fare tante cose e spero di poter fare un in store tour, stiamo lavorando ad un tour. Non avrei il tempo per fare altro.

Nonostante la tua età, hai già una carriera lunga, hai fatto molta gavetta, avuto soddisfazioni su palchi importanti. Hai qualche rimpianto professionale o qualcosa che non rifaresti?
Sì, un rimpianto ce l’ho. Credo di aver preso per tempo più o meno tutte le decisioni riguardanti la mia avventura musicale. Ho vissuto bellissimi momenti con una band che si chiama The Teachers, con i quali abbiamo investito tanto e abbiamo avuto tante soddisfazioni. Però a un certo punto quella band (con la quale cantavo in inglese) ha esaurito il suo percorso. Quando poi ho iniziato a scrivere le mie cose in italiano, ecco, il rimpianto che ho adesso che comincio ad “avere una certa” è che sarebbe stato meglio farlo 2 o 3 anni prima, per avere più tempo per migliorare e per il mio progetto attuale e troncare la storia con i Teachers che tanto era esaurita. Però sono andato avanti. Poi sai, le cose che produci sono come i tuoi figli e fai fatica a mollarle.

A proposito di canzoni, ho avvertito come tema ricorrente l’amore, ma l’amore che spesso è quello che se ne è andato, che non abbiamo più, unito ad alcuni momenti malinconici. Sei una persona che ripensa molto al passato?
Sì, mi ci rifugio spesso. Però, crescendo pensare al passato è un sollievo, mentre un tempo era più un cruccio. Ricordare le cose è bello, ti dà anche forza per andare avanti. Sono una persona molto nostalgica e malinconica, ce l’ho dentro nel Dna. Probabilmente già a 10 anni avevo nostalgia di quando ne avevo 9. Sono un animo irrequieto e la nostalgia fa parte del mio io.

Kaleidos rappresenta una svolta professionale e di stile per te, un insieme di colori e sfumature diverse, come lo hai definito tu stesso. C’è anche la voglia di far vedere un lato nuovo di te rispetto ad un passato per alcuni aspetti più rock?
La storia dei colori in realtà è TUTTI i colori. Non è che l’album è colorato nel senso che è bello allegro e vivace, no assolutamente. Ci sono delle canzoni che sono nere, perché sono cupe, perché parlano di rabbia, e ci sono canzoni che sono rosse perché c’è del vigore, ci sono canzoni che sono verdi perché c’è della speranza. Quindi il multicolore è perché le canzoni sono diverse fra loro e hanno tante accezioni diverse, ma non è un album allegro. Ci sono delle canzoni allegre, ma ci sono anche delle canzoni molto poco allegre.

Come mai hai scelto come titolo Kaleidos?
Kaleidos è questo centro polivalente a Poviglio, dove abito, che ha tante cose al suo interno, un bar per gli anziani piuttosto che il centro giovani, o la sala concerti, la sala della tombola… Come i centri polivalenti che ci sono in Emilia. C’è anche una sala prove, che è il quartier generale di tante band della zona, anche mia, nostra. Siccome le canzoni sono nate lì, il disco l’ho chiamato Kaleidos. Un omaggio dovuto. Oltretutto in greco Kaleidosi significa “di bell’aspetto”, quindi insomma era più che “telefonato” chiamarlo così.

Hai raccontato che, nascendo come chitarrista, non avevi in mente di cantare e che è stato quasi casuale. Quanta differenza c’è fra essere “semplice” chitarrista e cantare, interpretare, essere protagonista delle cose che scrivi tu?
Beh c’è molta differenza. Quando ti metti davanti ad un microfono e dici qualcosa, la forza della parola… Si dice che i musicisti molto bravi “facciano parlare lo strumento”. E lo si dice apposta perché la parola è più forte del suono da quel punto di vista. E dire delle cose direttamente, naturalmente ti coinvolge molto di più, ti esponi molto di più. C’è molto meno filtro e ci sono anche molte più preoccupazioni, unite al fatto che non canto soltanto, ma suono anche. Tento di cantare bene suonando bene, insomma è una cosa abbastanza impegnativa.

Che musica ami ascoltare e quale ti ispira di più per i tuoi progetti?
Questo te lo posso dire volta per volta. Per fare Kaleidos abbiamo ascoltato tante cose. C’è un album dei Coldplay che è stato un po’ sottostimato, cioè Ghost Stories: secondo me è un album che ha punti di incontro di varie cose. Loro mi piacciono molto perché riescono a cambiare, a prendere strade diverse. E io sono felice che non siano più i Coldplay di una volta. Credo che loro, a differenza degli U2 che han tentato di cambiare e hanno fatto un mezzo fallimento,  sono entrati nel cambiamento e lo hanno vissuto totalmente, producendo delle cose veramente nuove. Quindi per me sono un punto di riferimento. Però ho anche ascoltato della musica africana, sub sahariana…

C’è qualcosa che ti ha colpito in modo particolare e che consiglieresti?
Non saprei bene. Ogni anno c’è qualcosa di nuovo che viene fuori. Devo che c’è stato un periodo fra il 2012 e 2014 in cui tutte le cose che venivano dai dj, che fossero Avicii piuttosto che Kalvin Harris, Martin Garrez…mi piacevano molto. Perché a differenza del rock e di altri generi che io frequento più spesso vedevo la capacità di creare qualcosa di nuovo. Adesso no, adesso questo fenomeno si è un po’ esaurito , hanno ricominciato a fare anche loro sempre le stesse cose. Quella è una cosa che ascoltato e che mi è piaciuta sorprendentemente. Perché sai, io vengo dal Rock quindi ha stupito ha stupito anche che mi piacesse. Ma mi piaceva davvero.

Rispetto alle persone con cui collabori e produci i tuoi lavori, è difficile mettere insieme le idee che magari sono molto diverse fra loro?
L’importante è “conoscere i tuoi polli”, conoscere le persone con cui lavori. Se tu dai ad una persona un incarico che non è adatto a lei, ci saranno dei problemi. Ma se tu crei un squadra in cui tutti vengono messi nelle migliori condizioni per esprimere il proprio valore…Ognuno ha un talento per dare qualcosa ad una produzione, ad un arrangiamento, ad una scelta. Per esempio, secondo me Bigi, che è il batterista, ha un talento anche nel capire subito se un pezzo è bello oppure no. Quando piace a lui sono su di morale, perché probabilmente vuol dire che è un bel pezzo. Non so come faccia ma secondo me ci becca.

Quindi la prima persona a cui fai ascoltare qualcosa di nuovo è lui quindi?
No in realtà è una delle ultime lui (ride ndr). Di solito la prima persona a cui faccio sentire qualcosa è Fabio Ferraboschi, che è il mio produttore, e poi la faccio sentire a Paolo Alberta con il quale ho prodotto Secondo Lavoro ed è lui che ha mixato l’ultimo. Sono loro i miei collaboratori più stretti da quel punto di vista, però diciamo che la persona che tengo più in considerazione è Ferraboschi. Dopo, a ruota, i ragazzi della band.

Riesci ad usare molto bene i social, attraverso i quali riesci ad arrivare a più persone possibile e a far conoscere la tua musica. Quanto è più difficile, rispetto a qualche anno fa, farsi conoscere?
Tutto è più difficile perché il mercato è saturo, pieno di nuove proposte che vengono soprattutto dai talent show. I “grandi vecchi” comunque escono sempre con musica nuova, e quindi sei un po’ stretto in questa “morsa”. I social network aiutano moltissimo perché è come avere una piccola televisione personale però è vero anche che, io me ne accorgo anche sul altre cose, che quando mi muove la radio piuttosto che altri canali tradizionali come la televisione è chiaro che il prodotto funziona meglio. Ma sai è difficile andare in radio, andare in televisione. I social ti danno una mano, ma non sono determinanti.

Però la componente social può essere determinante per i tuoi fan e per chi ti segue. Hai un pubblico molto affezionato. Come cambia il rapporto che hai con loro grazie a questi mezzi?
Io sono una persona molto riservata e chiaramente lo schermo del social network per me è comodo, lo dico proprio con estrema sincerità. Comodo per poter dialogare con le persone. Però, è comunque sempre un rapporto da social network. Le persone con le quali parlo su un social network comunque non sono persone con le quali parlo nella vita reale o ci esco a bere una birra o ci provo. Quindi per me quello rimane. Poi ogni tanto vedo che c’è qualcuno che ogni tanto si incazza “non mi hai risposto”. Può succedere, succederà e faccio del mio meglio per rispondere alle cose più interessanti, che mi vengono chieste o proposte. Se non riesco a farlo per tutte, mi spiace. Non riesco a seguire fisicamente tutto.

Ritorna un po’ il discorso della proiezione che gli altri si fanno di te in quanto personaggio pubblico, e di quello che loro si aspettano che tu sia nella loro testa.
Una volta avevo seguito un’intervista a  Vasco Rossi che diceva una cosa che mi ha fulminato. Qualcuno gli ha chiesto ” Ma com’è uscire a San Siro con 60 mila persone che sono lì per te?”e lui ha risposto “No, non sono lì per me, sono lì per Vasco Rossi “che è tutta un’altra cosa, è l’idea che loro hanno di lui. Ognuno di loro ha un’idea diversa, ma lui è lui. Ognuno si crea la sua idea di come sei, di come dovresti essere, e ci devi anche un po’ convivere. Se hai accettato di farti vedere così, è perché devi anche accettare che poi la gente si faccia un’idea e magari sia anche un’idea sbagliata. Poi sta anche a te dire ” A me non me ne frega niente. Ha un’idea sbagliata, amen. ”

Il famoso rovescio della medaglia.
Si, devo dire che nel mio caso beh non sono Vasco Rossi, non sono Ligabue, non sono minimamente un centesimo di quello che sono loro e quindi questa è una cosa che mi tocca relativamente. Ma nel mio piccolissimo, naturalmente, è successa. E c’è tanta gente che ha un’idea di me e pensa che io sia in un certo modo. Poi magari io sono in un altro modo…Certo il fatto che io sia così riservato non aiuta a dissipare le voci su come sono fatto io. Non esponendomi mai è più facile che uno si faccia un’idea di me che non corrisponde alla realtà. Io do’ molto l’idea di essere uno burbero eppur non avendo un carattere di quelli facili, in realtà con le persone che conosco bene sono una persona aperta, ma molto molto aperta. Però le devo conoscere bene, e non le conosco certamente su un social network, tutto qua. E neanche durante un concerto. Durante un concerto si è complici di una cosa più grande di noi che è la musica, finito il concerto poi non è facile ricrearla. Quando la musica si spegne e “si svuota la pista”, per autocitarmi, cambia tutto.

kaleidos-copertina

01. Le nostre canzoni

02. La vita adesso
03. Il tuo orizzonte
04. Piloti e supereroi
05. Un altro po’
06. Fallo con amore
07. Ti hanno parlato di me
08. Tu mi lasceresti anche morire
09. Un giorno bellissimo
10. Tutto così perfetto

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Claudia Assanti
Nata in Calabria, classe '86. Un diploma di Liceo Scientifico che però mi ha portato ad una laurea in Lingue e Letterature straniere. La musica e la letteratura sono sempre state la colonna portante della mia vita in ogni loro sfumatura. Sognatrice ostinata ma realista al punto giusto.