Attori che cantano (2): da Steven Seagal a Meat Loaf

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(… segue) Una carriera musicale dignitosa per alcuni di questi attori, ma di certo mediamente inferiore, non ridete, please!, a quella del roccioso Steven Seagal. Voce e chitarra ispirate, nel caso de “La Tortuga” del Michigan, per far saltare fuori un cajun blues piuttosto esoterico con sfumature world che sarebbe tanto piaciuto al compianto John Campbell. Targati Seagal, infatti, due album pregevoli, soprattutto Mojo priest del 2006 con i suoi Thunderbox (stesso titolo di un cofanetto degli Humble Pie e sèguito del precedente Songs from the Crystal Cave) che il paladino dell’Aikido, degli animali e del Tibet indipendente continua a guidare con soddisfazione e passione. E lo stesso dicasi con fiducia anche dello smorfioso e altalenante Kevin Bacon, a sua volta componente effettivo del “Brat Pack” (la “Banda dei monelli”), insieme al gruppetto di amici e colleghi che andava dai fratelli Estevez-Sheen fino a Rob Lowe, Judd Nelson, Demi Moore e la rossa Molly Ringwald. Dimenticate, quindi, la “lasagnata” pop per casalinghe disperate di Footloose, anche se purtroppo in versione live arriva sempre implacabile come la bolletta della luce. I Bacon Brothers viaggiano altresì fieramente ancora oggi sui palchi di mezzi States con tre album piuttosto heartland rock all’attivo (e un concerto che ho finalmente trovato dopo quasi dieci anni di ricerche…): Kevin e il fratello maggiore Michael hanno concretizzato il loro sogno adolescenziale, prima producendo a metà anni Novanta gli album per bambini Dog train e Philadelphia chickens e poi, all’inizio del nuovo millennio, incrementando progressivamente la posizione fino al lodevole The Bacon Brothers Live – No food jokes tour del 2003 e toccando quota otto album nel 2014 con 36¢ che seguiva White knuckles (2005), New Years day (2008) e la raccolta Philadelphia Road – Best of (2011).

Anche le critiche prevenute a Kevin Costner, ascoltando con attenzione e senza attendersi melensi polpettoni da spot pubblicitario alla The bodyguard OMPS, sono state eccessivamente ingenerose. Ok, la sua carriera principale dopo il fiasco di Waterworld è proseguita più sul piano della quantità che della qualità. Tuttavia, proprio per questo motivo avrebbe meritato maggior considerazione, dimenticando per un momento Balla coi lupi e Tin Cup, la sua tutt’altro che disprezzabile attività musicale come voce solista dei Modern West, gruppo di estrazione country folk’n’roll che, dal 2007, lo segue in tutto il mondo (Italia compresa) per esibizioni piuttosto interessanti e genuine. Filantropo e giocatore di baseball mancato per un soffio, i quattro album con i Modern West (Untold truths, Turn it on, From where I stand’ e Famous for Killing Each Other: Music from and Inspired by Hatfields & McCoys) sono tutt’altro che scarsi. Il cadavere, mai però inquadrato in volto, del seminale Il grande freddo e lo sciamannato dandy a caccia di Dom nel delizioso Fandango (qui sì, invece, che la colonna sonora era davvero eccellente) maneggia infatti l’acustica elettrificata con decente abilità e canta senza troppi timori reverenziali, evitando di ricorrere a facili espedienti commerciali ricorrendo a sonorità tra il roots, il folk e un pizzico di country. Sullo stesso piano di Laurie (ma sull’ancor meno commerciale fronte del bluegrass più puro e agreste…), sento di poter collocare il ridanciano ma puntiglioso strumentista Steve Martin con il suo banjo pizzicato in maniera sorprendente e i suoi canuti, ma talentuosi, compagni di strada Steep Canyon Rangers. Senza dimenticare, inoltre, la riuscita partnership con Edie Brickell. Nel 2002 Martin si è persino aggiudicato un Grammy Award per la miglior performance in un pezzo country, Foggy Mountain Breakdown (omaggio a Earl Scruggs), coronamento di una carriera iniziata nel 1977 con un poker di album a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (Let’s get small, A Wild and Crazy Guy, Comedy is Not Pretty! e The Steve Martin Brothers) e ripresa con altri quattro lavori dopo il 2009: The Crow (new songs for the Five-String Banjo), Rare Bird Alert, Love Has Come For You) e Live. Un autentico pezzo da novanta.

Basta? No, neanche per idea. Ce n’è ancora per tutti i gusti e tutte le prospettive, anche se non intendiamo di certo riferirci alle velleitarie prove discografiche di Carla Bruni alla quale, un po’ come alla sorella attrice, tutto è concesso: facoltosa ereditiera, ex modella, non certo attrice, men che meno cantautrice, nonostante i cinque album all’attivo (Quelqu’un m’a dit del 2002, No promises del 2007, Comme si de rien n’était del 2008, Little french songs del 2013 e A l’Olympia del 2014), assidua frequentatrice dei salotti buoni transalpini con spiccato senso delle “pubbliche relazioni” utilissime alla carriera. Nel caso degli esilaranti e coinvolgenti Leningrad Cowboys, tuttavia, rimane solo il dubbio se sia nato prima l’uovo o la gallina: prima della surreale ma sbellicante pellicola di Aki Kaurismäki (Leningrad Cowboys go America del 1989 è infatti la loro prima apparizione su pellicola), infatti, non avevano ancora inciso un album pur essendo una band vera e propria. E, quindi, in questo spazio potrebbero davvero risultare fuori contesto con i loro ciuffi da record, i loro stivali a trampolino, gli occhiali da sole, le divise da mariachi ubriachi e i loro 17 album complessivi. Quando, però, suonano insieme al Coro dell’Armata Rossa di Mosca davanti a 70mila spettatori radunati nella piazza del Senato di Helsinki ottengono finalmente anche il giusto credito artistico che valorizza le loro folli esibizioni nell’arco delle quali fondono rockabilly, garage, punk, balcan music e tradizioni del Nord Europa ad alto tasso alcolico in una maniera assurdamente festosa e coinvolgente, nonché spesso “distruttiva” per i tredici componenti attuali e la trentina circa di altri ruotati nell’arco degli ultimi cinque lustri del combo finlandese.

E se Juliette Lewis si è data da fare con largo e insospettabile anticipo insieme alle sue Licks prima e alle New Romantiques dal 2009 (certo, essere figlia di un popolare attore, giocare a fare l’eterna sbandata con il “grano” pesante e magari essere anche stata con Brad Pitt aiuta, soprattutto se si punta a facili territori di confine a cavallo tra grunge e sex, drugs e r’n’punk style…), non va certo trascurata la sua studiata carica teatrale da palco quando imbraccia anche la chitarra e dirige un po’ in tutto il mondo la sua ormai rodatissima band con scalette che attingono da Like a bolt of lightning, You’re speaking my language (entrambi del 2005), Four on the Floor (2006) e Terra incognita (2009, solo quest’ultimo con le New Romantiques). Senza dimenticare le varie “toccata e fuga” con Prodigy, Infidels, Linda Perry, Mando Diao, Joseph Arthur, Him, Thirty seconds to Mars e persino Quintorigo (due i brani “arricchiti” nel 2011 per l’album English garden). Scientology e amicizie influenti a parte, comunque, una “carriera parallela” significativa e convincente portata avanti con impeto tutt’altro che mieloso e pieno coinvolgimento, supportata da una voce ideale con i piedi scalzi e il fisico pericolosamente ossuto sempre in bella evidenza sotto le occhiaie segnate. Quando si colloca tra Grace Slick, Chrissie Hynde, Courtney Love  e Wendy O. Williams fa la sua porca figura; quando si addentra invece dalle parti di  Janis, Dana Fuchs o Beth Hart si spegne ovviamente alla distanza. Diversamente, in questo senso, dal blando approccio tenuto dal collega Samuel L. Jackson che, saggiamente, si è esposto solo con qualche piccolo cameo (magari in colonne sonore di spiccato ambito tarantinesco), onde evitare di correre rischi proponendosi come un nuovo Isaak Hayes o uno Sly Stone meno fulminato, magari affiancato da un George Clinton di epoca Funkadelic/Parliament. Rimasto troppo spesso all’ombra del più completo e duttile Morgan Freeman, passato anche dalle parti di Bill Cosby, nonostante la spiccata forma di balbuzie giovanile Jackson si è imposto allargando i gomiti con grande carattere sul grande schermo e riuscendo a coronare il sogno musicale nel leggero Soul Men del 2009 (da non confondere con l’omonimo film giovanilistico del 1986 con Thomas C. Howell e la purtroppo sparita Rae Dawn Chong, a sua volta ispirata coautrice e valida interprete del brano Black girls contenuto nella colonna sonora) e interpretato insieme a Bernie Mac e Hayes stesso, entrambi deceduti prima dell’uscita della pellicola nelle sale. Finalmente alle prese con un personaggio leggero e una storia, ovviamente romanzata, che si rifà a Sam & Dave, Jackson appare credibile nei panni dell’ex stella del soul ormai alla deriva, interpretando insieme a Mac (a sua volta clone di Otis Redding in (Sittin’ on) The dock of the Bay) classiconi come I’m your puppet, Hold on I’m coming, Boogie ain’t nuttin’ (But gettin’ down) e Do your thing e Walk in the park con uno stile e un devoto approccio a cavallo tra Booker T., Eddie Floyd e Rufus Thomas.

L’ormai controverso e ghettizzato Bill Cosby, passato in un sol boccone dal ruolo di star della tv e simbolo di padre di famiglia ideale alla figura di mostro dallo stupro facile, è sempre stato altresì un sincero e profondo appassionato di jazz. Per 34 anni presentatore dell’annuale Playboy Jazz Festival di Los Angeles, talvolta persino batterista con i suoi Cos of good music, si è trasformato spesso anche in compositore collaborando con Quincy Jones e, soprattutto, dando vita al progetto Badfoot Brown & the Bunions Bradford Funeral & Marching Band, album del 1971 nel quale suonava il pianoforte elettrico ed era autore di tutte le musiche. Apparso anche nei crediti del live Charles Mingus and Friends in Concert in qualità di “maestro di cerimonie”, vanta a sua volta 21 album atipici (tra comici, parlati e didattici) ma, soprattutto, altri 14 esclusivamente musicali usciti tra il 1967 e il 2010 con l’aggiunta di ben otto ulteriori compilation.

E se per Emir Kusturica vale lo stesso discorso fatto per Woody Allen, pare chiaro che qui si approda a ben altri ambiti espressivi. Sul palco con la No Smoking Orchestra (ex Zabranjeno Pušenje di Sarajevo, poi trapiantati a Belgrado dopo la guerra in Bosnia ed Erzegovina) il regista naturalizzato serbo è un’autentica furia ad alto tasso di slivovitz, sia alla voce che alla chitarra elettrica, per uno show in grado di asfaltare la ghenga dell’ormai da lungo tempo imborghesito Goran Bregovic dopo la sbadigliante adozione da parte del presenzialista pubblico radical chic occidentale. Chitarra e voce di un caotico ma divertente e vario combo di musicisti che mischiano balcan e gipsy style assai alcolico a formule più abituali di estrazione garage e leggermente post punk, Kusturica si occupa anche delle espressioni estetiche e scenografiche dei concerti in tutta Europa. Il suo macabro e inquietante collega Rob Zombie rientra ovviamente nel gruppone di chi arriva dalla musica e non dal cinema (e, quindi, gusti a parte ma neppure troppo, anche lui non fa particolarmente testo in questa sede specifica), alla pari del fascinoso e seminale Kris Kristofferson (purtroppo, a sua volta, colpevolmente trascurato in Italia), che nasce acuto e coraggioso cantautore dalla discografia sterminata e le partnership prestigiose, prima di spiccare il volo verso Hollywood grazie a un aspetto e un carisma che spaccano la cinepresa.

Itinerario opposto e, perciò, per noi particolarmente calzante, è invece quello compiuto dal burroso Jack Black, arrampicatosi fino al ruolo di autentico fenomeno popolare (transitato, peraltro, anche attraverso l’Italia con enorme riscontro in termini di biglietti venduti) con i suoi Tenacious D, fondati insieme all’amico, collega, chitarrista e alter ego Kyle Gass, che lo vedono impegnato in veste di cantante e chitarrista con tre album sul groppone. Talvolta on stage anche in veste solista, il repertorio deriva da quello del classic rock più sgangherato con frequenti scorribande più verso l’hard che l’heavy, ma senza dimenticare una ditata di demenziale teatralità. Diventato famoso, guarda caso, grazie alla pellicola Alta fedeltà (tratta dal best seller di Nick Hornby, interpretata da John e Joan Cusack, Tim Robbins e persino da Bruce Springsteen nei panni di sé stesso e alla prima “concessione” video della carriera prima del recente cameo in Lilyhammer nel ruolo di Giuseppe Tagliano, killer & cassamortaro, fratello del protagonista Steve Van Zandt/Frank Tagliano), Black è anche uno dei componenti del “terzo pack”, il “Frat Pack”: dopo il Rat Pack e il Brat Pack, infatti, insieme a lui ne fanno idealmente parte i vari Ben Stiller, Will Ferrell, Vince Vaughn, Steve Carell, i fratelli Owen e Luke Wilson. Profondo appassionato di musica mainstream ad alto livello rumoristico, non gli parve vero di sfondare grazie proprio al film School of rock, bissato dall’assurdo Tenacius D e il destino del rock (ispirato proprio dal nome della sua preesistente band, fondata nel 1993 con Gass). L’esordio in studio arriva nel 2001 con il supporto di ospiti del calibro di Dave Grohl, il terzo progetto è datato 2012 con il titolo Rize of the Fenix, supportato da un tour mondiale e nominato ai Grammy Award. Special guest in album di Grohl stesso, Liam Lynch, Queens of the Stone Age, The Lonely Island e persino Meat Loaf (a sua volta cantante-attore e indimenticabile Eddie del Rocky Horror Picture Show, nonché protagonista del trascurabile Rodie – La via del rock e inserito anche nel cast di Fusi di testa e Tenacius D), la sua prima “interstile” risale proprio all’ultima scena di Alta fedeltà, quando aveva ottimamente interpretato con il cuore e i polmoni una cover di Marvin Gaye: Let’s get it on.

Vogliate gradire!

(continua)

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.