Beatles? Rolling Stones? The Who!

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The Who a Bologna: Roger Daltrey e Pete Townshend (c) 2016 Giò Alajmo

Quando, a partire da mezzo secolo fa, qualcuno poneva l’inevitabile domanda: “Preferisci i Beatles o i Rolling Stones?” Poteva capitare di sentirsi rispondere “gli Who”. Terza forza del campionato rock anni Sessanta, Daltrey e Townshend hanno percorso tutte le tappe della cultura musicale del nostro tempo, fonte di ispirazione in Italia per Vasco Rossi, Venditti, Baglioni, Zucchero, padrini del punk, prototipi di un modo molto veemente, chitarristico e adrenalinico di considerare la musica, con grande dinamica, ma con la capacità di creare anche grandi canzoni che ha colpito Pearl Jam, Oasis, U2, Green Day fra i tanti.

Britannici fin nel midollo, gli Who arrivarono sulla scena cinquantun anni fa e diedero al rock una nuova grande scossa nell’anno in cui Dylan aveva scelto di imbracciare una chitarra elettrica. Erano “mod”, il contraltare stiloso dei rocker jeans chiodo e t-shirt bianca. Ed erano pazzi. Roger Daltrey con la sua chioma bionda ricciolosa e il microfono fatto roteare come il lazo di un cowboy precedette per voce e look Robert Plant; Keith Moon picchiava su piatti e tamburi con una violenza mai vista prima, finendo per rovesciare letteralmente la batteria sul palco, come a dire: dopo di me il diluvio; Townshend con le sue schitarrate a braccio rotante creò il primo grande gesto iconico del rock sfasciando la sua chitarra sul palco mentre gli amplificatori cominciavano a fumare, effetti di scena, certo, ma una dichiarazione di ribellismo totale, che fu ripresa (con gli Yardbirds di Page e Beck insieme) da Antonioni in “Blow Up” il suo film capolavoro sulla swinging London. E poi John Entwistle, un virtuoso che scrisse probabilmente il primo assolo di basso in una canzone rock, e che faceva da contraltare assoluto alla tempestosità scenica degli altri tre suonando assolutamente immobile e impassibile.

The Who a Bologna. (C) 2016 Giò Alajmo
The Who a Bologna. (C) 2016 Giò Alajmo

Erano all’apice della carriera e della popolarità quando suonarono a Monterey ’67, il primo dei grandi festival, celebrando “My Generation” e strabiliando con il loro show. Quando Townshend gettò in pasto alla folla il manico della sua chitarra distrutta e passò sopra i resti della batteria di Moon sparsi qua e là, la gente si chiese chi avrebbe potuto fare di meglio e di più. Ignorando tutto del musicista che stava per entrare in scena dopo di loro: Jimi Hendrix. Jimi vide Townshend sfasciare la sua chitarra e si fece passare del liquido infiammabile. Il suo set fu uno straordinario mix di rock e di blues, di virtuosismo e di funambolismo chitarristico al termine del quale non fracassò la sua Stratocaster ma le diede fuoco in una specie di rito Voodoo, lasciandola poi “piangere” abbandonata a terra.

The Who a Bologna (c) 2016 Giò Alajmo
The Who a Bologna (c) 2016 Giò Alajmo

Quando Hendrix e Who si ritrovarono, a Woodstock nel ’69, i loro percorsi erano molto più maturi. Gli Who stavano per sperimentare l’uso in studio dei primi sintetizzatori e Townshend aveva scritto la prima vera Opera Rock, “Tommy”, storia di un ragazzo orfano di guerra il cui padre disperso torna improvvisamente a casa ed è ucciso dall’amante della moglie, e questo fatto lo trasforma in un ciecosordomuto. “Tommy”, di cui furono fatti album e film, ha non poche analogie con un’altra grande opera rock, “The Wall” di cui precorre il tema della perdita del padre, della guerra, dell’isolamento autoimposto, dell’influenza della famiglia, e del rapporto perverso con i fan adoranti, oltre al finale catartico e liberatorio. Ma la strada dell’opera rock ha avuto tanti altri seguaci, dai Jethro Tull ai Genesis, ai Green Day.

E non da meno fu “Quadrophenia”, la seconda opera rock degli Who, del ’73, tradotta in film nel ’79 da Franc Roddam, rivelando le doti di attore del giovane Sting nei panni di un idolo “mod”.

thewhoSpesso a Venezia in vacanza o di passaggio, Townshend con il suo gruppo ha un ottimo rapporto con l’Italia, anche se raramente è riuscito a suonarci. Nel 1976 rifiutarono Venezia, dove l’Unesco aveva organizzato una settimana di eventi culturali per la difesa della città (correva voce che la risposta di Townshend fu :”Prima di Venezia ci sono tante altre cose da salvare”). Saltò anche il progetto di proporre “Tommy” in piazza San Marco con Emerson Lake & Palmer, Elton John e la grand’orchestra e l’organizzazione alla fine virò con poca convinzione sui Wings di Paul McCartney che erano in tour in Jugoslavia. Nel 2007 all’Arena di Verona venne giù tanta di quell’acqua dal cielo che Daltrey perse la voce dopo sei canzoni. Ma nessuno aveva voglia di andarsene, così alla prima schiarita nella tempesta, Townshend, Daltrey e il manager Roberto De Luca salirono di nuovo sul palco spiegando che non si poteva continuare con Roger senza voce. C’era l’arena piena di gente venuta da ovunque, bagnata fino al midollo. Pete guardò le facce disperate. Si consultò con Roger. Alla fine De Luca tradusse: “Se per voi va bene, faremo un altro concerto stasera, con quel che possiamo fare, se voi ci darete una mano”. La scaletta fu stravolta, Pete inserì molti pezzi suoi scaricando le parti vocali di Daltrey, il pubblico cantò i brani più famosi supportando l’afono Roger, e alla fine la stampa scrisse che quello, improvvisato e fuori da ogni schema, fu il miglior concerto di quell’anno in Italia.

The Who a Bologna (c) 2016 Giò Alajmo
The Who a Bologna (c) 2016 Giò Alajmo

E’ stato bello rivedere ora finalmente un intero concerto degli Who in Italia, l’altra sera a Bologna, nel tour del cinquantenario. Bello vedere ancora una volta un palasport stracolmo di gente di ogni età, un ottimo gruppo di supporto tecnicamente ben supportato (gli Slydigs), un’attenzione al rapporto con il pubblico ingannando l’attesa con videate su grande schermo con foto, ricordi del passato, commenti e biografie, perchè nulla rimanesse sottinteso. Quindi il concerto, con la sua scaletta di 21 brani storici scanditi in sequenza partendo dal primo “The Kids Are Alright”, l’inevitabile attesa di “Baba O’ Riley” fino alla corale “We Won’t Get Fooled Again”, la sequenza dei grandi scomparsi del rock, con il pubblico che applaude tutti ma ignora il primo, Elvis Presley, il re. Bello vedere al basso Pino Palladino tessere le linee di basso in maniera personale e rispettosa del lavoro che fu di Entwistle, bello vedere dietro la batteria un grande figlio d’arte, Zak Starkey, che il padre Ringo Starr portava con sé a farsi le ossa ritmiche nei suoi concerti “all star”, e il fratello di Pete, Simon Townshend venire in supporto vocalmente e chitarristicamente alla band.

Perché rock è essere immersi nella musica finché se ne ha fiato e voglia.

Giò Alajmo

19 settembre 2016

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.