Ora smette di piovere, smetti di piangere, fai un gran respiro e dimmi cosa hai visto.

Ma lei non sa spegnere il suo pianto. Le lacrime le dilagano sulle guance e inondano la bocca il naso, facendole emettere un vapore intimo. Standole accanto il calore del suo pianto è mio.

E allora cosa siamo. Mi siederò qui accanto e non parlerò, anche il silenzio mi va bene. E in quel silenzio cercherò di sentire il tuo discorso.

Sì?

Sì.

E quando lei si addormentò, ebbe inizio il suo discorso.

C’era un ragazzo che si metteva a correre cercando di trovarsi in mezzo a una piccola folla. Poi si faceva esplodere. Aveva in tasca così tante cariche, e altre ancora fasciate sul petto e sulla pancia, sotto la maglietta. E nel morire sentiva di non sapere neppure lui perché dovesse farlo.

Sì.

C’era un bambino talmente capace nel disegno e talmente riservato da non voler mai disegnare in pubblico, e ogni volta che portava in classe un nuovo disegno la maestra lo rimproverava, dicendogli che avrebbe dovuto smettere di farsi disegnare dalla madre ogni figura, e che fosse ormai ora di imparare a disegnare.

C’era una ragazza che voleva vivere da sola, e quando voleva uscire, avendo preso in affido le chiavi di molte case antiche da un proprietario annoiato, sceglieva una reggia a caso, vi entrava sotto gli occhi smarriti di chiunque la vedesse, e in quella reggia poteva finalmente immaginarsi regina. Nelle stanze alte e vuote, dalle vetrate enormi verticali tanto da scorticare la prima parte del cielo, quando pioveva, malgrado l’umidità e il vuoto, malgrado il silenzio e la paura, tutta la penombra della magione le dava un brivido.

E immaginava una nuova se stessa così facilmente da dimenticare il trascorrere della sera estiva.

Da dimenticare il tempo, la vita.

Poi richiudeva accuratamente ogni imposta e in un nuovo silenzio interiore faceva ritorno a casa sua. Ma non è che fosse triste o malinconica, niente di tutto questo. Semplicemente la vertigine era terminata.

Sì.

C’era un adolescente pensatore, e quando usciva tra la gente osservava e pensava, recuperava a fatica una chitarra in prestito, ricordava certe canzoni che chiamavano il brivido e cercava di suonarle più piano che gli fosse possibile, seduto sul suo letto, perché nessuno al mondo potesse mai sentirlo.

E poi, le chiedo, questo cos’è ?

È un pezzo di mondo, ma non sappiamo di quale.

Sembra un sasso poroso, scuro.

È caduto tempo fa qui vicino, viene dallo spazio.

Capisco. E questo divano?

Per i miei cani immaginari. Sono tanti e di diverse taglie. Arrivano, vanno, fanno un gran caos, ma mi tengono allegra.

Certo.

Ma tu, chiede, perché le dita delle tue mani deviano da una parte?

Per via dell’uso degli strumenti.

Davvero?

Sì. La musica ci cambia il corpo. Arriva oggi, arriva domani, e dai e dai, come l’acqua fa i buchi nella roccia, la musica ci deforma nel tempo.

Tu invece cammini in continuazione, cammini, cammini. Cammini. C’è bel tempo, fa molto caldo, c’è tempesta, tira un vento che sposta, bisogna chinarsi, bisogna coprirsi, piove a dirotto, per ore, per giorni, si riapre il cielo, si addensa una tromba d’aria lontano, poi torna l’estate, tutti si spogliano, vanno ai giardini, viaggiano verso i mari, ma tu cammini.

E cammini, cammini.

Ma quando ci incontriamo e tu mi guardi e io guardo te, il mondo smette di girare, cade ogni cosa dal suo posto naturale, e si diventa sordi a tutto il resto.

Lo sguardo profondo cancella le cose, cancella il dolore al ventre, la paura, e noi siamo sotto un cielo troppo stellato, verso il quale non si sa dove guardare prima per non perdersi mai e per sempre, sempre, tutta quella bellezza che un giorno non vedremo più, ma la vedranno altri, e noi sappiamo che se in questo momento sapremo guardarla e berla noi, il mondo, la vita continueranno, e a fare il futuro di tutti saremo stati io e te che camminiamo ora senza il coraggio di guardarci.

Perché sarebbe così bello l’incontro dei nostri occhi, che è giusto che noi lo temiamo.

Alcuni incontri fanno di un male, pungono sulla punta dell’animo, costringono a vivere.

Guardiamo allora i nostri passi, li ascoltiamo, guardiamo il cielo, guardiamo in direzioni diverse ma vediamo le stesse cose, e se qualcosa a chilometri di distanza accade e per tutti è una cosa diversa, per me e per te è esattamente la stessa.

Poi, non si sa che ore sono, ma non è più necessario. Da questa balconata sembra che il mondo possa essere nostro, ci pensi? Il mondo sembra una bella cosa, sembra nostra e bella. Probabilmente è così, ma non abbiamo il coraggio di assumerlo come vero. Perché sappiamo invece che in qualunque direzione noi si possa guardare non vedendo, qualche vita si starà spegnendo senza un aiuto, molti uomini si staranno rendendo conto del dolore.

Mentre noi facciamo l’esperienza del contatto.

Ma non aver paura di tanta bellezza da noi spremuta, dimenticheremo tutto, ogni cosa tornerà fuori posto, e noi ci rimetteremo alla ricerca.

Io di te, tu di me. Tu di te, io di me.

Le sfioro appena le dita con le dita sul rugoso di pietra che ospita le nostre mani.

Tutto il silenzio ci sovrasta, ci assilla e ammanta come un’ala invisibile dalla quale cercare scampo.

Vuoi dire ancora: in un film da me tanto amato anni orsono, c’era una casa sulla spiaggia del nord dove arrivava ogni mattina un postino che raccontava le cose tristi del mondo lontano; e una mattina venne a dire che il mondo sarebbe di lì a poco finito. E tutti ne provarono un senso di smarrimento. Gli amanti si guardarono un’ultima lunga volta, capendo. I padri osservarono i bambini giocare sulla spiaggia, gli anziani pensarono che prima o poi sarebbe dovuto accadere. Allora l’uomo più insicuro, il più triste e malinconico, il più desideroso di dare un futuro intimo al mondo, si mise a cercare quale fosse l’impossibile gesto che avrebbe salvato tutto.

E lo trovò, per quanto fosse difficile per tutti capirlo, così come per lui spiegarlo, tanto difficile che lui stesso lo capì solo compiendolo.

E nessuno se ne accorse. Ma il mondo continuò.

Il regista di quel film, mentre lo girava, moriva per un male che nessuno avrebbe saputo curare. Sarebbe morto prima che il film giungesse ad essere visto, ma non importa, importava che lui lo potesse fare.

E lui lo ha fatto. E il mondo ha continuato.

E ora che l’estate è finita, voglio dire: quando attorno a te resta la campagna silenziosa ma lo stesso fitta di voci, senti solo allora nitida la voce dell’unica che senza parlare ti abbia detto chi sei. Quella persona è così lontana oramai da esserti intima con un niente. Allora capisci che non esiste niente, niente, soltanto il pensiero, e quando siamo contenti non abbiamo il tempo per scoprirlo. Bisogna essere soli e lontani da tutto, desiderosi, per sentire la voce dell’amore.

Allora sì, lei si presenta, ti si siede davanti, nel silenzio, poi si sdraia morbida sul divano ricoperto da un lenzuolo candido, e proprio sotto il bagliore di una lampada tenue chiude gli occhi e si arrende a un riposo passeggero, poi li riapre, per darteli nuovamente, quegli occhi.

E tu sai che non esiste niente, niente, niente. E non esiste niente per dirlo. Solo il pensiero.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.