Tanti auguri Mr. Springsteen…

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Esce oggi, e non poteva essere diversamente, Chapter And Verse, l’album che accompagnerà l’uscita – e la lettura – dell’attesissima autobiografia (che esce martedi 27). Esce nel giorno del suo 67esimo compleanno, in un momento della vita in cui inevitabilmente si comincia a tirare qualche somma. Anche se ti chiami Bruce Springsteen e sei reduce da un tour mondiale giudicato il migliore (e il più redditizio) dell’anno ancora in corso. E Bruce, che non è né uno stupido, né tantomeno un superficiale sa bene che i conti toccano a tutti. Inutile quindi fare finta di nulla e via a testa bassa ad affrontare la realtà. Che è quella di una mega-superstar modiale, un artista immenso, un uomo ricchissimo, ancora innamoratissimo della moglie dopo 30 anni, padre orgoglioso di 3 figli. Eppure è anche un essere umano come tanti (sembra strano scriverlo) tormentato dalla depressione esattamente come milioni di altri esseri umani sparsi nell’Universo. Solo che lui è il Boss e mentre moltissimi altri nella sua posizione, avrebbero nascosto la cosa, lui invece, che è il Boss non uno qualsiasi, prende la cosa di petto e ne parla a tutto il mondo, spiegando cosa sia e cosa significhi per lui vivere con queste ombre infernali. Così facendo Bruce spazza via qualsiasi forma di pettegolezzo che possa essere detta o scritta, così come raccontando lui in prima persona i motivi del suo divorzio dalla prima moglie Julianne Phillips, non dà modo a nessuno di speculare – anche a distanza di anni  – su un evento altrettanto privato.

Chapter And Verse più che un disco è una colonna sonora da ascoltare mentre si legge il libro, è un ulteriore diario che scandisce i momenti fondamentali della carriera e della vita di Springsteen, una raccolta che ci fa capire ancora un po’ di più chi sia e da dove arrivi il marziano Bruce. “Baby I”, il pezzo che apre Chapter And Verse è stato scritto con George Theiss quando Bruce aveva solo 17 anni. E’ un pezzo che riecheggia i Beatles e la forza devastante della Brit invasion che aveva fatto seguito a quel primo sbarco, avvenuto il 7 febbraio del 1964. Non solo Beatles, ovviamente, ma anche Animals, Kinks e Rolling Stones. E poi ci sono i richiami al proto-punk degli Stooges di John Cale e Iggy Pop (“You Can’t Judge A Book By The Cover”), dei Velvet Underground di Lou Reed, e venature psichedeliche che ci rimandano più a Jimi Hendrix che ai Doors – “He’s Guilty (The Judge Song”). E ci sono – inevitabilmente le ballate Dylaniane –“Ballad Of Jesse  James” e “Henry Boy” – perché ricordiamoci sempre (come disse tanti anni fa lo stesso Bruce) che se non ci fosse stato Bob Dylan, non ci sarebbe mai stato nemmeno lui. Il comune denominatore di questi brani registrati con i Castiles (“Baby I”, “You Can’t Judge”, con gli Steel Mill (“He’s Guilty”), con la Bruce Springsteen Band (“Ballad Of Jesse James”) sono senza dubbio le chitarre, tiratissime, velocissime, immediate, ignoranti diremmo a Roma… Sprigionano un’energia e una forza vitale tipica del rock, dei vent’anni e soprattutto di quegli anni, di quel decennio tra il ’64 e il ’75 che ha determinato il corso della musica rock e parallelamente la carriera di Bruce Springsteen.

E poi ci sono le canzoni significative, quelle che evidentemente per lui hanno un significato molto più importante di quanto noi possiamo pensare: c’è “Growin’ Up”, la canzone che metaforicamente e non solo segna il passaggio dall’adolescenza alla gioventù, dai Castiles alla E Street Band, c’è “4th of July Asbury Park (Sandy)”, la sua indipendenza sancita  sul Jersey Shore, c’è – ovviamente – “Born To Run”, il suo manifesto programmatico, “Badlands”, la ribellione urlata in faccia al mondo, “The River”, la maturità dei 30 anni, la ricerca di un posto dove collocarsi nella vita e in un mondo dilaniato dalla crisi economica, “My Father’s House”, la rivelazione di un rapporto sempre difficile con un genitore impenetrabile e – scopriamo ora – con problemi profondi, anche di carattere psicologico. C’è “Born In The USA”, l’inno dell’America dimenticata e soprattutto quasi del tutto sconosciuta al resto del mondo, quella della crisi, della guerra, delle disparità sociali, C’è “Brilliant Disguise”, l’ammissione di una crisi devastante nel suo rapporto amoroso (quello con la prima moglie). C’è “Living Proof”, scritta per la nascita del suo primo figlio (Evan James) ma in realtà – per me – una delle più belle canzoni d’amore che Bruce abbia mai scritto per Patti, colei che – lo canta in questo pezzo – ha trapassato la sua rabbia e la sua ira per dimostrargli che la sua prigione era soltanto una gabbia aperta dove non c’erano né chiavi né guardiani ma soltanto un uomo terrorizzato e delle vecchie ombre al posto delle sbarre. C’è “The Ghost Of Tom Joad”, la canzone che ha segnato un’ulteriore svolta nella sua carriera e lo ha riportato all’acustico (dopo Nebraska) e all’impegno politico. C’è “The Rising”, devastante e appassionata ode per New York e per l’America post 11 settembre. C’è ancora “Long Time Comin'”, un’altra dichiarazione dei propri limiti e un’altra dichiarazione d’amore: “C’è voluto tanto tempo, ma stavolta non manderò tutto a puttane“. E a chiudere troviamo “Wrecking Ball”, forse l’ultima grande canzone scritta da Springsteen. Ma c’è ancora tempo per recuperare, nel prossimo disco magari, quello vero, quello di cui ha paralto Jon Landau e che – parole sue – si preannuncia sorprendente. Noi ce lo auguriamo. Intanto però auguriamo a Bruce di trascorrere un felicissimo compleanno e di continuare a sorprenderci come ha sempre fatto nel corso di questi anni:

Surprise, surprise, surprise,

well today’s is your birthday we’ve traveled so far we two,

So let’s blow out the candles on your cake…

 

 

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.