Attori che cantano (3): da Johnny Depp a Clint Eastwood

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(… segue) Anche Johnny Depp, eccellente chitarrista e cultore del bottleneck, non fa semplicemente parte dei “giri giusti” benché, ogni tanto, se ne approfitti apertamente con le sue velleitarie incursioni compositive e interpretative tra Oasis e Tom Petty, Lemonheads e Marilyn Manson, Paul McCartney e, soprattutto, la metà ufficialmente più viziosa dei Glimmer Twins. L’ex ragazzo prodigio del Kentucky con sangue irlandese, tedesco e cherokee nelle vene era cresciuto con uno spiccato amore per il gospel bazzicando una chiesa presbiteriana e, ancora giovanissimo, già batteva i locali della Florida alla guida della sua garage band, The Flame, poi rinominata The Kids con i quali avrebbe “aperto” anche per Talking Heads, B-52s e persino Iggy Pop, esplicito idolo musicale di Depp. Nel 1983 Johnny vola a nella città degli Angeli proprio a caccia di un contratto discografico, ma è costretto a “ripiegare” su Hollywood. Raggiunto il successo, riprende le sue abitudini da palco e backstage (alcol e droghe comprese), senza farsi mancare l’acquisto in partnership del club di rito, il The Viper Room, al numero 8852 del Sunset Boulevard, dove sfogare le sue pulsioni con la sei corde. Ospite di svariati video (su tutti Into the great wide open di Tom Petty & the Heartbreakers e God’s gonna cut you down del Johnny Cash prodotto da Ric Rubin), suona anche la chitarra acustica nella colonna sonora del film C’era una volta in Messico, seguito de El Mariachi ormai orfano dei Los Lobos. È stato un componente dei P, insieme a elementi di Butthole Surfers, RHCP e Steve Jones dei Pistols, con i quali ha inciso l’album eponimo nel 1995. E, quando non gode di un club personale nel quale esibirsi, non ha ovviamente difficoltà a trovare ospitalità dagli amici o dagli amici degli amici come Marilyn Manson (chitarra e batteria nella cover di You’re So Vain di Carly Simon contenuta nell’album Born Villain), Shane MacGowan o persino Sir Paul McCartney. Nel 2015, infine, è stato inserito nell’organico degli Hollywood Vampires insieme a Joe Perry da Alice Cooper che fin dagli anni Settanta aveva portato avanti questo divertissement parallelo ad alto regime vizioso con la partnership progressiva di elementi come Keith Moon, Harry Nilsson, John Lennon e Ringo Starr. Anche in questo caso un album eponimo che ha ottenuto grande visibilità più per i nomi dei protagonisti che per l’originalità e il valore effettivo di un classico prodotto all’insegna del “sex, drugs & r’n’r life style” con un pizzico di macabro e una ventata di irriverente auto ironia.

La famiglia McMurtry (babbo Larry è stato Pulitzer nel 1985, nonché Oscar e Golden Globe per la sceneggiatura) ha gentilmente fornito agli appassionati che preferiscono “ascoltare” piuttosto ché “sentire” a casaccio il dotatissimo e fin troppo schivo James, autore ed esecutore sobrio ma ispirato per il quale personalmente stravedo. Altra tappa, questa, di un viaggio che va a concludersi con altri pezzi da novanta. E il primo di questi risulta strettamente legato a McMurtry Sr. visto che, ancor giovanissimo, fu interprete principale del seminale L’ultimo spettacolo (Last picture show, diretto da Peter Bogdanovich, scritto e sceneggiato dallo stesso Larry, inserito tra i 100 migliori film di tutti i tempi con il suo b/n in omaggio a Orson Welles): Jeff Bridges! Il quale, proprio in quel caso, si prese la prima nomination all’Oscar in carriera, anticipando anche l’epopea del Drugo/Leboswki. Bridges vanta due album all’attivo di chiaro stampo country-folk-rock: Be here soon del 2000 per rompere timidamente, ma molto onestamente, il ghiaccio; male proprio per nulla, inoltre, soprattutto il cd eponimo del 2011 per confermare pregi molto superiori ai difetti con il conforto di una sincera umiltà, sufficienti stimoli creativi e indubbie qualità interpretative.

Ma, saltando a settori più da night club che da saloon, nonostante la ben nota passione per la boxe, anche il collega di Oscar Kevin Spacey si è rivelato un discreto animale da palcoscenico, trasformandosi in un crooner mica da ridere e mettendoci la faccia (anzi, proprio la voce…) anche nella colonna sonora di Beyond the sea che ripercorreva la vita di Bobby Darin, a sua volta cantante prestato alla celluloide nel periodo di massima esposizione mediatica. Il biopic, da lui stesso diretto e cointerpretato da Sandra Dee (ex moglie dello stesso Darin), richiese per Spacey una grande dedizione e ottimi risultati artistici nella sua interpretazione diretta ed elegante di tutti i 18 brani che componevano la colonna sonora.

Qualcosa di molto simile, quindi, a quanto fatto dal bravo Jamie Foxx che, cantante e pianista con quattro album alle spalle, a parte le banali ma redditizie incursioni nel circuito rap insieme a Twista e Kanye West (primo posto nelle classifiche Usa di Billboard e terzo in quella britannica con il singolo Slow Jamz), si conferma più che positivo anche in ambito soul&r’n’b, senza contare l’interpretazione nel ruolo di Ray Charles nel biopic Ray dopo essere stato coprotagonista anche di Ali. Il texano, archiviato l’esordio del 1994 con Peep this e anche il ruolo di presentatore agli MTV Video Music Awards nel 2001, inizia a volare alto nel 2005 con Unpredictable (quasi due milioni di copie vendute e posizione #1 della classifica Billboard) e Intuition del 2008 (cinque singoli e posizione #3 della classifica Billboard 200). Nel 2010 fa parte degli artisti che cantano il brano We are the world 25 for Haiti e pubblica Best night of my life, sempre a cavallo tra pop, rap, urban e finto soul con i soliti ospiti da esposizione e lancio di ortaggi come Justin Timberlake. Chiude la serie Hollywood del 2015, insieme ai camei con Pharrell Williams e Ariana Grande. Ritornando ad ambiti musicali seri, Fox ha interpretato direttamente e molto dignitosamente quattro brani della colonna sonora di Ray, prodotta dal grande Ahmet Ertegun: Route 66, Straighten up and fly right di Nat King Cole con piano originale dello stesso Charles, I got a woman e Mary Ann.

E persino il lungagnone Robbins Tim (ex signor Susan Sarandon, a sua volta indimenticabile protagonista a inizio carriera del seminale The Rocky Horror Picture Show con ben sei brani ottimamente interpretati: Dammit, Janet!, Over at the Frankenstein Place, Touch-a, Touch-a, Touch-a Touch Me, Eddie, Rose Tint My World e Superheroes), figlio di un batterista sognatore deciso a lanciare senza troppa fortuna la Robbins Family Band insieme alla prole, ha messo coraggiosamente in discussione il suo premio Oscar al fianco della Rogues Gallery Band. Approccio cantautorale e onesto basso profilo, anche lui è transitato attraverso l’Italia lasciando un discreto ricordo con il suo sound ispirato al blue collar, al blues e al folk rock impegnato alla Steve Earle. L’album eponimo del 2010, Tim Robbins & the Rogues Gallery Band, raccoglieva brani autografi scritti nell’arco di 25 anni e arrivava dopo il netto e onesto rifiuto di pubblicare un lavoro già nel 1992, dopo il successo del film Bob Roberts, per rispetto nei confronti dei musicisti e del lavoro creativo ma anche per riteneva, all’epoca, di non aver niente da esprimere.

Assai più prolifico, invece, il talentuoso quanto ombroso Billy Bob Thornton (ex signor Angelina Jolie con l’hobby dei matrimoni e dei divorzi, sei a tutt’oggi…). Un tipino, l’attore dell’Arkansas e anche lui premio Oscar come sceneggiatore di Lama tagliente (Sling blade), capace di archiviare quattro album solisti più la recente esperienza alla guida dei Boxmasters. Ospite abituale del South by Southwest Festival di Austin (e, con questo, ho già detto tutto) e fino al 1981 cantante dei Tres Ombres (definita dallo stesso Billy Gibbons come la miglior cover band dei ZZ Top in assoluto), protagonista di un riuscito omaggio a Warren Zevon con The wind e di un’azzeccata versione di Ring of fire di Johnny Cash, si muove stilisticamente tra un cantaturato roots in stile texano tra Joe Ely e Jimmy LaFave, nonchè una contenuta passione per il power blues bianco. Dovessi scegliere, sarebbe proprio Thornton uno dei protagonisti della mia “Top 3” specifica di questa categoria di illustri “dopolavoristi” con i suoi Private Radio (2001), The edge of the world (2003), Hobo (2005) e Beautiful door (2007).

Anche Gary Sinise, dal canto suo, è il leader nonché istrionico bassista della Lt. Dan Band che, attraverso concerti benefici, raccoglie da anni fondi a vantaggio della The GS Foundation per supportare i soldati americani vittime di ferite di guerra e le loro famiglie. Quattordici elementi, sezione fiati compresa, impegnati in frequenti tour su scala mondiale per coprire a tappeto le basi Usa. Un cover combo fondato nel 2004 a Chicago insieme al chitarrista Kimo Williams che vede anche la presenza del percussionista Danny Gottlieb, ex Pat Metheny Group e Mahavishnu Orchestra. Evidenti le influenze blues e soul, ma anche un ampio raggio di azione per andare a coprire una lunga serie di classiconi rock. Il nome del gruppo deriva dal personaggio interpretato da Sinise in Forrest Gump, il sottotenente Dan Taylor, che gli valse una candidatura all’Oscar.

Uno dei nomi più clamorosamente inattesi che emergono andando a spulciare, sempre in profondità, nel mondo degli attori passati temporaneamente dal set al palco con motivate aspirazioni artistiche e documentata passione (nonché, la giusta dose di talento extra operazione commerciale) è quello di William Shatner. L’ex T.J. Hooker dal ciuffo cementato o, meglio ancora, il capitano Kirk di Star Trek (nonché la “faccia ricalcata” scelta per la maschera di Michael Myers in Halloween da John Carpenter), a 82 anni suonati è da poco uscito con l’ottavo album della sua carriera. L’esordio risale invece al 1968 (The transformed man), il precedente album al 2004 insieme a Ben Folds (Has been). Ponder the mystery, realizzato con il supporto del musicista Billy Sherwood, è una sorta di concept prog a sfondo fantascientifico. Numerosi gli ospiti illustri per un risultato, comunque, piuttosto pacchiano e modesto: da Al Di Meola a Edgard Winter, da Rick Wakeman e Robby Krieger a Mick Jones e Steve Vai. Da segnalare anche il doppio William Shatner Live (1977) e la compilation Spaced out: The very best of Leonard Nimoy & William Shatner (1996) con il collega vucaniano Spock.

Emergono invece una maggiore propensione alla carriera musicale e non solo solidaristica (alla pari di Gary Sinise e Tim Robbins è infatti sempre stato molto impegnato sotto l’aspetto sociale e civile con numerose attività filantropiche), oltreché una passione assai più radicata del previsto, nel caso di Russell Crowe. Come Russ le Roq, ancora giovanissimo, aveva inciso in Australia il brano piuttosto evocativo I want to be like Marlon Brando. Già negli anni Ottanta, inoltre, aveva fondato insieme all’amico Billy Dean Cochran la band dei Roman Antix che, nel 1992, avrebbero preso il nome definitivo di 30 Odd Foot of Grunts (TOFOG) o Chock-full of Guffs (CFOG). L’attore ne era voce e chitarra anche nei tre album pubblicati (Gaslight del 1998, Bastard life or clarity del 2001 e Other ways of speaking del 2003), oltre all’Ep d’esordio (The photograph kills del 1995) e al dvd live, senza dimenticare i numerosi show in tutto il mondo, chiusi con un concerto sul palco dello storico Stone Pony di Asbury Park, NJ. E dal 2005 lo stesso ruolo venne ricoperto da Crowe anche tra le fila dei The Ordinary Fear of God (l’acronimo rimane curiosamente lo stesso), creati insieme al canadese Alan Doyle (già con i popolari Great Big Sea) prima di pubblicare un album e di partire per un’altra serie di date. L’album My Hand, my heart comprende anche un tributo al collega Richard Harris. Nel 2011 esce invece The Crowe/Doyle Songbook Vol III, con la massiccia presenza di Danielle Spencer alla voce. Crowe si anche è esibito al Festival di Sanremo nel 2001 e nel 2010 in piazza di Spagna a Roma insieme agli attori co-protagonisti di Robin Hood, Doyle, Scott Grimes e Kevin Durand. Giovanissimo, tra l’altro, aveva rivestito il doppio ruolo di Eddie (interpretato da Meat Loaf nella pellicola originale) e del dr. Scott in una produzione australiana del Rocky Horror Show nell’ambito della quale, quindi, aveva già avuto modo di cantare con impegno dal vivo. Stile? Classico rock australiano tra Jimmy Barnes e Johnny Diesel con una spruzzata di Naked Pray e di c&w. Molto, molto apprezzabile.

E Clint Eastwood? Attore roccioso e confinato a ruoli di genere prima, regista pluripremiato e pluriosannato poi, infine interprete rivalutato dalla sua stessa direzione tecnica. In realtà, però, come e più di tutti gli altri, un profondo nonché appassionato musicista. Non particolarmente prolifico, il suo amore per il jazz, la black music e il piano in particolare, era già emerso in maniera più o meno collaterale in numerose delle sue pellicole (da Honkytonk Man a Bird con Forest Whitaker, tributo alla vita e soprattutto alla musica di Charlie Parker, fino al documentario Piano Blues, uno dei sette tasselli della serie diretta da Martin Scorsese; senza contare Thelonious Monk: Straight, No Chaser e Jersey Boys, biopic dedicato alla vita del “paisà” Frankie Valli & the Four Seasons), ci hanno regalato tre singoli preparatori (Unknown Girl, Rowdy e For you, for me, for evermore) fino all’album del 1963 Rawhide’s: Clint Eastwood sings Cowboy Favorites. Profondo conoscitore anche in ambito country & western, nel 2011 collabora con Brad Paisley nel cd This is country music. Senza dimenticare la colonna sonora di Kelly’s heroes e il singolo Cowboy in a three piece suit, Clint ha fatto ancor meglio con la spinta data al figlio e collega Kyle Eastwood, a sua volta musicista, attore e compositore di colonne sonore. Cresciuto a pane e jazz, frequentatore abituale del Monterey Jazz Festival, inizia con il basso elettrico sul fronte r’n’b, soul e funky, ma poi approda definitivamente al nuovo mondo formando il Kyle Eastwood Quartet. Suona anche al concerto Eastwood after hours: Live at Carnegie Hall, show per celebrare la sincera passione del padre. Il primo album risale al 1998 (From there to here), seguito da Paris Blue,  Now e nel 2009 da Metropolitain con il supporto dei musicisti francesi Eric Legnini al pianoforte, Manu Katché alla batteria e Camille alla voce, insieme al trombettista tedesco Till Brönner. Sue le colonne sonore di Mystic River (2002), Million Dollar Baby (2004), Flags of our fathers (2006), Lettere da Iwo Jima (2006), Gran Torino (2008) e Invictus (2009). Chiude la serie Songs from the chateau del 2011.

Vogliate gradire!

(continua)

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.