I magnifici tre del “Mondo fluttuante”: Hokusai, Hiroshige, Utamaro

Nel 150esimo anniversario del primo rapporto ufficiale tra Italia e Giappone, un accordo commerciale, apre a Milano una grande mostra dedicata ai tre pittori più “occidentali” del Paese del Sol Levante.

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Katsushika Hokusai, "Veduta della folla a Yatsuyama durante la fioritura dei ciliegi", 1809-1813 circa

Hokusai, Hiroshige, Utamaro.
Luoghi e volti del Giappone che ha conquistato l’Occidente
Milano Palazzo Reale fino al 29/1/2017

“Vivere come una zucca galleggiante su un fiume” perché il mondo che ci circonda è volubile, inafferrabile, rapido e per molti versi incomprensibile. Fluttuante. Sembrerebbe un ritratto della nostra realtà contemporanea, invece la celebre frase è dello scrittore giapponese Asai Ryoi. Fu lui nel 1666, con le sue Storie del Mondo fluttuante, a segnare il passaggio dalla rigida estetica dell’epoca dei samurai a quella dell’ukiyoe, una sorta di “edonismo edoniano” (con l’edoné, il “piacere” degli antichi greci, coniugato con il nome della capitale degli shogun – i governanti nel nome dell’imperatore – della famiglia Tokugawa, Edo, con Londra la città più popolosa del mondo) che celebrava il divertimento di una borghesia sempre più ricca e influente, grazie alle possibilità offerte da un lungo periodo di pace e prosperità.

Katsushika Hokusai, "La [grande] onda presso la costa di Kanagawa", 1830-1832 circa
Katsushika Hokusai, “La [grande] onda presso la costa di Kanagawa”,
1830-1832 circa
Non solo teatro kabuki con le sue storie da feuilleton e bordelli di ogni categoria, dai più trucidi ai più raffinati ed esclusivi, ma soprattutto grande arte, progressivamente culminata – il periodo Edo nella storia giapponese va dal 1615 al 1868 – con le opere dei pittori più celebri, la trimurti Hokusai, Hiroshige, Utamaro, vissuti a cavallo tra Sette e Ottocento, in perenne competizione tra di loro. E tutti tesi a conquistare le attenzioni dei veri signori del fiorente mercato delle stampe e dei libri di illustrazioni, gli editori, cui spettava sempre l’ultima parola su ogni disegno. Disegni che venivano riprodotti, grazie a una tecnica innovativa di incisione su legno, in migliaia di copie da appendere oppure come cartoline, calendari, ventagli, diffuse a gran parte della popolazione, non più solamente a chi poteva permettersi i lunghi rotoli oppure i ricchi paraventi.
Al Palazzo Reale di Milano è aperta fino al 29 gennaio una grande esposizione, organizzata dal Comune e da MondoMostre Skira, che propone oltre 200 silografie policrome e fogli di libri illustrati, provenienti dalla collezione più importante extra Giappone, quella dei coniugi americani Michener, donata al Museo di Honolulu e composta da oltre 16.000 pezzi. Celebre l’aneddoto dei due poliziotti. James Michener si era recato al Metropolitan di New York per accordarsi su come regalare la raccolta, ma ebbe una discussione sul parcheggio con un policeman troppo zelante che lo multò: indignato decise di non farne nulla. L’estate seguente, in vacanza alle Hawaii, nel recarsi per una visita al Museum of Art locale, fu invece aiutato da un poliziotto servizievole e comprensivo: immediatamente optò per offrirla a quella istituzione, di cui fece la fortuna, dato che ancora oggi essa trae la maggior parte dei suoi introiti dal prestito mondiale di porzioni piccole ma significative di quel lascito.

Utagawa Hiroshige, "Kawasaki. Il traghetto di Rokugō", 1848-1849 circa
Utagawa Hiroshige, “Kawasaki. Il traghetto di Rokugō”,
1848-1849 circa

La scelta milanese è di mettere sullo stesso piano i tre artisti: Katsushika Hokusai (1760-1849), come maestro dei paesaggi, Utagawa Hiroshige (1797-1858), come eccezionale naturista, e Kitagawa Utamaro (1753-1806), il ritrattista della beltà femminile. Ci assale così un flusso infinito di soggetti (flora, fauna, natura e vita quotidiana: c’è di tutto), rappresentati con una raffinatezza assoluta, con una cura maniacale del particolare, con un’attenzione all’equilibrio delle tavole unica, con tagli prospettici che anticipano le più ardite fotografie, con un susseguirsi di paesaggi e di protagonisti che è impossibile afferrare immediatamente, ma richiede un continuo soffermarsi e magari ritornare, perché spesso i richiami sono continui dall’una all’altra opera. Si sa che il gusto del grande pubblico non è esattamente innovativo, perciò la scelta degli editori (che dovevano vendere) era di far elaborare continuamente le stesse scene di successo.
Tra i capolavori esposti le Trentasei vedute del monte Fuji (tra le quali “La grande onda”, una delle icone della pittura di ogni tempo) e i Manga (scoperti per caso a Parigi come carta da imballaggio per delle ceramiche, aprirono l’Europa di metà 800 all’invasione dell’arte nipponica, che influenzò a lungo impressionisti e non) di Hokusai, le Cinquantatre stazioni del Tōkaidō di Hiroshige (da lui, pittore pigro e spesso dimentico delle enormi doti, ripetute più volte), vari e sensuali bijnga di Utamaro.

Kitagawa Utamaro, “Beltà cinesi a un banchetto”, 1788-1790
Kitagawa Utamaro, “Beltà cinesi a un banchetto”, 1788-1790

Inutile aggiungere che il più grande si conferma “il vecchio pazzo per la pittura” (come a volte si firmava e come titolava una magnifica mostra a lui dedicata a ottobre 1999 nello stesso Palazzo Reale), un personaggio che cambiò nome 120 volte e abitazione 93 – anche per sfuggire ai numerosi creditori – e che, poco più che quarantenne già celeberrimo in patria, si permetteva persino degli happening ante litteram.
Una gran folla davanti al tempio di Gokuku, alla periferia di Edo, lo ammirò nel 1804 stendere sul selciato fogli di carta uniti tra loro per una superficie di oltre duecento metri quadri, prendere una scopa, intingerla in tinozze piene di inchiostro e disegnare. Quando, grazie a delle carrucole, sollevò su un’impalcatura la grande immagine dipinta, apparve, gigantesco e magnifico, il ritratto di Daruma, leggendario fondatore dello Zen. E tutti, a bocca aperta, applaudirono il geniale Katsushika Hokusai.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.