Nella scia del vecchio Herbie

Gli inglesi Resolution 88 tornano con un eccellente secondo album a seguire le orme del jazz-funk anni 70, seguendo percorsi “ortodossi” ma non solo per nostalgici.

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Resolution 88
Afterglow (Splash Blue)
Voto: 8

Bluey, il leader degli Incognito, che li ha fortemente voluti nella sua scuderia, parla chiaro: “Il secondo album definisce uno stile e pone domande che trovano risposta solo in un autentico processo creativo. Qui i Resolution 88 non solo offrono delle risposte ma alzano l’asticella della loro creatività, propongono idee brillanti e sviluppano un progetto autentico, con un album che è ottimamente costruito e sa catturare l’ascolto in ogni momento”.
resolution88_afterglow_cover-ridottaOvvero, questo quartetto di Cambridge la sa lunga e con il secondo cd supera gli esiti già positivi del precedente Resolution 88, che già li aveva fatti salutare come i nuovi Headhunters (la band del periodo funky-jazz di Herbie Hancock: eravamo negli anni ’70 del secolo scorso). Musica di grande stile e di ottimo impatto, costruita con tutti i crismi di quello che una volta sarebbe stato definito acid jazz e i corretti richiami del caso al jazz hard bop e all’universo funky da club “in”.
Tutto ruota attorno al Fender Rhodes – il piano elettrico d’antan – del leader Tom O’Grady, autore dei 12 brani, che cita come suo riferimento Don Blackman (un pianista jazz-funk scomparso nel 2013, che incise solo due album a distanza di un ventennio l’uno dall’altro: il debutto, eponimo, nel 1982, proprio l’anno di nascita di Tom) e come primo ascolto gli Jamiroquai, una delle top band dell’acid jazz.
Ricchi di qualità e di idee anche gli altri, che sopperiscono senza problemi alla perdita del batterista Afrika Green, sostituito da Ric Elsworth, in precedenza alle percussioni, e sono in grado di fornire (grazie anche all’ottimo bassista Tiago Coimbra) un treno ritmico di impatto e consapevolezza e un susseguirsi di voli lirico-gioiosi, cui dà voce soprattutto il nuovo sassofonista Alex Hitchcock.
resolution-88-official-pic2ridottaDall’iniziale Taking off, immediatamente coinvolgente e ballabile alla maniera della ambiance dance inizio anni ’80, e dai groove solidi – anche se mai “sporchi”, e questo in generale è l’unico “difetto” del gruppo – di Tuggin the pug, si decolla verso una funkosfera carica di energiche sferzate, di vigore propositivo, di discendenze digerite, e anche di sensualità sottopelle nei momenti più slow (la Changing times. Part 2, Moonflower oppure la conclusiva title-track, anch’essa suddivisa in due porzioni). Tra gli altri brani da citare, le paradigmatiche Raios do sol, electro-funk da manuale, e Phantom of the oberheim, classico cavallo da battaglia live.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.