American Buffalo: da Chicago a Napoli passando per l’Eliseo

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La prima volta in cui ho sentito gente utilizzare scientemente il “mezzo ’nglese” era ai tempi delle medie quando le canzoni del TruceKlan venivano rimbalzate ovunque tramite Bluetooth. È più o meno questo il pensiero che è venuto a bussare alla soglia dell’ippocampo mentre Don Russo (il personaggio interpretato da Tonino Taiuti) alterna il suo napoletano a dei rapidi flash in un inglese ruvido e stereotipato, ammiccando all’immagine del cowboy burbero ma tradendo, negli occhi stanchi, il fievole brillio di un uomo che ha perso troppi treni ma che non se la sente di lasciare la stazione.

Lo spettacolo è ambientato interamente all’interno della bottega di Don il rigattiere, gli oggetti sparsi un po’ ovunque donano colore e carattere facendo da contrasto con il tempo uggioso nel mondo che si staglia minaccioso al di fuori delle quattro mura; una radio malandata scandisce il tempo tra canzoni che sono lo “schif’ schif’” e i pezzi d’oltreoceano che lo portano a ballare fino allo sfinimento nel suo spolverino.

Oltre al vecchio Don sul palco facciamo la conoscenza del suo faccendiere Roberto, un furfante di buon cuore ma non esattamente brillante e “O’ Professore” che è interpretato da Marco D’Amore (per chi di solito non legge i titoli di coda stiamo parlando di Ciro “L’Immortale” di Gomorra), un criminale egoista e ben più disperato di quanto non voglia ammettere.

La storia è una storia di risate e fallimenti, di bottiglie di birra e Jack Daniel’s, di mozziconi di sigarette e sogni sfocati, di rivalsa e dell’eterna ricerca di un significato, di un perché alzarsi ogni mattina. Una storia di poker e di pessimi giocatori, di eroi evanescenti e falliti sin troppo concreti.

La ricerca d’identità dei personaggi, di un qualcosa a cui appartenere e di cui sentirsi parte si fa sempre più pressante, il “mezzo’nglese” già citato da semplice e simpatico “quirk” del personaggio si converte nella chiave di volta per comprenderlo: un uomo che si rifugia nella Fernweh per fuggire da tutto ciò che conosce rimanendovi però essenzialmente ancorato e in bilico tra due mondi, modellando la sua vita su un ideale che non raggiungerà mai.

La domanda è: rischiereste tutto ciò che avete per recuperare qualcosa il cui valore può essere solamente supposto? Qualcosa di cui non siete troppo convinti neanche voi? Quanto vale veramente un American Buffalo? Quanto è alta la posta in gioco? Ma soprattutto quanto abbiamo davvero da perdere?

Ma vi ho già detto troppo, se volete saperne di più lo spettacolo va in onda all’Eliseo di Roma, Don apre bottega ogni sera puntuale alle 20:00 e sarà impossibile non appassionarvi alle avventure d’ “O’ Professore”, Roberto e Donato… Queste sì che valgono ben più di un American Buffalo.

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Edoardo Santarsiero
Procrastinatore olimpico, radio speaker senza seguito, drogato di musica e cinema, calamita per gente al limite del caso umano. Ma ho anche dei difetti. Ah e scrivo articoli.