Michele Gazich. La via del sale, musica “totale” per anime pure

Esce oggi il dodicesimo album autografo del poliedrico musicista, compositore, autore, interprete, produttore e letterato bresciano dalle prestigiose collaborazioni internazionali. Il magico violino di Gazich e la sua originale vocalità sono pronti per raccontare un suggestivo viaggio “nell’Europa attuale, fatta di resti industriali, maestose rovine del terziario, biblioteche sommerse dalle acque, città distrutte, migrazioni e barricate: le nostre contemporanee “vie del sale””

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Foto di Paolo Brillo

 

Il maestro Michele Gazich all’inizio intimorisce, poi incuriosisce e infine affascina. Il tutto in maniera del tutto naturale: senza mai cercare di imporsi, senza mai andare a caccia di visibilità, senza mai alzare i toni. Semplicemente, ‘essendoci’.

Non c’è niente da fare! Sarà una questione di talento genuino. Oppure di determinata e mai sazia applicazione. O, ancora, di un’atipica presenza scenica (sopra e a margine del palco, il risultato non cambia) che si rivela da sola con la discrezione della spontaneità. O, forse, infine, di una personalità talmente genuina da riempire la controparte di gradevole confidenzialità, quasi si trattasse di osmosi epidermica.

A prescindere dalle capacità tecniche nel padroneggiare lo strumento e dalla personalità nel rendere unica qualsiasi esecuzione, nelle vesti di “semplice” esecutore o in qualità di ispirato autore, il suo look filosoficamente demodè (sembra sempre appena scivolato fuori da una silenziosa e polverosa biblioteca per seguaci di una qualche disciplina esoterica, pronto per una tisana aromatica bollente ma rilassante o sul punto di dedicarsi a una seduta di meditazione che porti verso la creazione di nuovi universi musicali) affonda in un tono di voce talmente dolce e suadente che pare, altresì, l’incarnazione della fata turchina. Paziente, persuasivo e schietto: lo inserissero in un call center, riuscirebbe facilmente a vendere ghiaccioli anche agli eschimesi; lo utilizzassero nelle stazioni ferroviarie, renderebbe accettabili anche i peggiori disservizi di Trenitalia; lo sfruttassero all’ufficio relazioni con il pubblico di un Comune, magari commissariato, sarebbe in grado di chetare persino i cittadini più lecitamente imbufaliti.21-2-copertina

La prima volta che ho visto “on stage” il maestro Gazich, avvolto come sempre da quel look “a nuvola” fatto di tinte scure a predominare sotto un Borsalino sformato e un monumentale pizzetto a cascata (ormai, ahimè, sempre più “sale & pepe”…), ricordo questo suggestivo folletto partire con equilibrata modestia dalle retrovie e, alla fine, catturare spontaneamente l’attenzione generale con le sole armi del suo violino e del suo archetto. Un musicista, punto di riferimento per l’intera band, capace di trasformare l’esibizione dello svogliato e scostante leader che accompagnava allora (comunque uno dei cantautori più brillanti e colti della scena italiana degli ultimi 25 anni) da una cornice piuttosto cupa a una partecipazione collettiva in grado di rilanciare il set nell’entusiasmo generale. Poco da fare: quando entrava in gioco Lui con il suo strumento e prendeva in mano la situzione, tutto iniziava a girare a mille. Indipendentemente dalle indubbie virtù dei suoi compagni di viaggio e dal talento sopraffino del frontman padrone di casa. Chiamiamolo, se vogliamo, carisma. Ma non basta ancora.

Quando, illustri collaborazioni a parte (dalle meravigliose Michelle Shocked e Mary Gauthier fino a Eric Andersen e Mark Olson, senza dimenticare i “nostri” poeti con la chitarra Massimo Bubola e Luigi Maieron, solo per citarne alcuni a casaccio), è invece lui a essere il protagonista dichiarato, ci ritroviamo a gravitare in un universo che attinge parimenti da tradizione e fantasia, estro creativo e quotidianità, nostalgia e proiezione nel futuro, durezza spigolosa e morbidezza poetica. Non essendo propriamente un cantante (e, a differenza di molti altri colleghi, essendone anche onestamente e realisticamente consapevole…) Gazich sceglie sempre con acume la strada della “recitazione cortese” e del “parlato suggestivo”, senza andare a caccia di rogne con pericolosi acuti o aiuti truffaldini da parte del personale di mixer. Anche in questo, Michele, chiede (e ottiene) sempre l’attenzione di chi ascolta (e, non mi stancherò mai ripeterlo, non si limita a sentire): servono rispetto e concentrazione, curiosità ed elasticità, spirito di ricerca e animo gentile.

E oggi, proprio “quest’oggi” intendo, il poliedrico compositore, autore, interprete, produttore artistico e letterato bresciano (al diploma in violino al conservatorio, infatti, aveva fatto seguito anche una laurea in Lettera classiche) torna ufficialmente nei lettori cd del pubblico più sensibile e attento, poco disposto ai compromessi del mercato e restio alle produzioni da ascensore che tanto fallace successo ottengono a suon di clic casuali, per regalare a cuori e spiriti il suo nuovo progetto: La via del sale.

Per la verità, il video del singolo Storia dell’uomo che vendette la sua ombra già da qualche giorno sta anticipando in rete le caratteristiche del 12mo album del Nostro, considerando anche la quadrilogia uscita come La nave dei folli, che sarà presentato ufficialmente con un concerto al Folkclub di Torino il prossimo 8 ottobre. Di seguito, prenderà il via il lungo tour nazionale che lo porterà in ogni angolo della penisola. Per tale clip, il regista Enrico Fappani ha scelto Rita Lilith Oberti (ex Not Moving e oggi Lilith and the Sinnersaints, già icona di quel cosiddetto “nuovo rock italiano” che negli anni Ottanta usciva di prepotenza da garage e cantine con il suo spirito da CBGB’s) per interpretare uno sconvolgente binomio madre/maligno con il quale il figlio, lo stesso Gazich, dialoga davanti a un tetro desco di stampo medioevale. https://www.youtube.com/watch?v=EKKjjy0Bvr0

E, anche ne La via del sale, oltre all’esperienza accumulata negli oltre cinquanta album ai quali ha collaborato, l’artista si “espone” partorendo non solo testi e musiche, ma anche gli arrangiamenti per archi e fiati, nonché la produzione del lavoro disponibile su etichetta fonoBisanzio con distribuzione IRD. A due anni di distanza dal precedente Una storia di mare e di sangue (che ripercorreva antiche e struggenti storie familiari di migrazione, inserendole nel mondo odierno: “Non più “voi” migranti – spiegava – ma “noi” migranti”, nominato dal prestigioso Premio Tenco tra i 50 migliori album usciti in Italia nel 2014), Gazich si ripropone dunque insieme alla sua “visione totale” della musica, arcaica e contemporanea: come la sua voce e come il suo violino, strumento della più alta speculazione intellettuale e, al tempo stesso, fieramente popolare che Lui utilizza in maniera inconfondibile e originale (facendo le debite proporzioni, un po’ come l’armonica di John Popper nei Blues Traveler). Forgiato, in questo, dall’incessante attività live ma, soprattutto, dall’indefessa partecipazione nell’ambito di orchestre, spettacoli teatrali, reading di poesia, colonne sonore, ambiti universitari e conservatori internazionali. Una dimensione di nomadismo artistico e di ricerca costante diventata esistenziale e quasi incarnazione contemporanea dell’ebreo errante. Cantastorie, magari. E non certo menestrello: cari colleghi banali e impreparati, fate attenzione, perché con questo epiteto scontato ne avete già fatti incazzare abbastanza. Da Dylan fino a Branduardi.

La tracklist comprende undici brani interpretati da Gazich con una voce diventata sempre più intensa, vera e dolente. “Un tempo – spiega – il sale era prezioso come l’oro e preziose erano anche le vie attraverso le quali veniva trasportato in tutto il mondo conosciuto. Queste vie, oggi, hanno perso il loro senso originario e i luoghi che percorrevano sono stati abbandonati, quasi dimenticati. Sopravvivono ancora, tuttavia, musicisti e strumenti tradizionali legati ai tempi che furono, quando la via era importante. Ho recuperato questi strumenti arcaici e li ho accostati al mio violino, alla mia voce e ad altre voci e strumenti decisamente contemporanei – aggiunge Gazich – perché non volevo realizzare un’operazione nostalgica e revivalistica o un calligrafico esercizio di stile che non turbasse le coscienze. La vita è troppo breve per giocare. Ho perciò strappato questi strumenti alle loro terre e ho contestualizzato il loro rimpianto, il loro grido e il loro lamento in musiche e parole che ho composto oggi, qui e ora, per raccontare l’Europa attuale, fatta di resti industriali, maestose rovine del terziario, biblioteche sommerse dalle acque, città distrutte, migrazioni e barricate: le nostre contemporanee “vie del sale””.

La “tavolozza” strumentale del disco include strumenti contemporanei, altri della tradizione classica e altri ancora popolari che mai hanno avuto cittadinanza al di fuori dei lori ambiti: dal piffero dell’Appennino alla zampogna del Sannio. Il tentativo, riuscitissimo, è l’edificazione di un “folk rock” effettivamente autoctono, privo di “prestiti” o “furtarelli” dal circuito angloamericano. Un panorama sonoro risonante di melodie che rievocano la tradizione e la musica colta italiana e mediterranea, senza temere contaminazioni. Ed ecco, quindi, convivere in perfetta armonia le voci e le diverse estrazioni dello stesso autore (capace di uno stile personale e decisamente innovativo, che rende il suo suono immediatamente riconoscibile) con quelle della Oberti, ma anche con il lamento siciliano di Salvo Ruolo e la voce del testimone tedesco Frank Deja.

Gazich è, dunque, portatore di una “visione totale” della musica, insieme arcaica e contemporanea. Come la sua voce, come il suo violino: strumento della più alta speculazione intellettuale, legato al mondo della classica e, al tempo stesso, fieramente popolare. E l’apertura, riservata alla solenne title track (La via del sale, appunto), costituisce eloquente biglietto da visita dove musiche eseguite in punta di piedi uniscono sussurrata individualità a coralità su una base di pianoforte che lascia spazio a piacevoli sorprese solistiche grazie agli strumenti agresti. La successiva Un tempo la fuga era un’arte si apre invece a territori cari a Paolo Conte con un ritmo brioso e l’incipit al piano che cita esplicitamente L’arte della fuga di Johan Sebastian Bach. Già detto della macabra teatralità della Storia dell’uomo che vendette la sua ombra, Viaggio al centro della notte (omaggio a San Giovanni della Croce e alla sua inquietante “teologia negativa”) restituisce un pizzico di aulica realtà, mentre Dia de Shabat (Il giorno del sabato) era stata composta per due esecuzioni a Madrid, una delle quali davanti al Senato, e narra le vicende relative all’incendio che, alla fine Ottocento, aveva distrutto il quartiere ebraico di Salonicco.

Collemaggio porta al giro di boa con un’esplicita e polemica dedica al monumento principale de L’Aquila, zona della città dove era stata collocata una delle principali tendopoli sorte dopo il terremoto del 2009. Barcellona, Sicilia è invece dedicata a Bartolo Gattafi (uno dei principali poeti italiani del Novecento), mentre la successiva La vita non vive venne scritta a Ballymun, anonimo scorcio della periferia di Dublino e aveva costituito il primo tassello dell’album. La biblioteca sommersa vuole essere invece un’esplicita accusa verso il progresso ostinato che, provocando un’inondazione durante i lavori di una quasi inutile metropolitana, sette anni or sono aveva provocato a Colonia un’autentica catastrofe culturale che neppure la guerra era riuscita ad anticipare. Con Una lettera dalla barricata ci si avvia all’epilogo richiamando alla memoria il dramma e le ipocrisie di Auschwitz attraverso un paesaggio sonoro ricchissimo e, come se tutti i musicisti si fossero raccolti, dando le loro braccia e il loro fiato per edificare tale barricata, si esaurisce in una sorta di “felliniana” fanfara. Con la conclusiva Fontanigorda, quindi, Gazich si ritaglia anche un passaggio intimo ed esclusivo insieme al suo violino: il primo strumentale che si concede in carriera, dedicato al poeta e a sua volta violinista mancato Giorgio Caproni, è ispirato a un paesino vicino a Genova, proprio lungo la via del sale. Il letterato, dopo una traumatica ma non negativa esibizione da solista con un’orchestra, sopraffatto dalle emozioni decise di ritirarsi dopo aver distrutto il suo violino. “Anche il mio violino – si commiata Michele Gazich – era stato costruito nel capoluogo ligure nel 1935. Mi piace pensare che il liutaio fosse lo stesso di Caproni. E, magari, è andata proprio così…”.

Vogliate gradire! 

Foto di Paolo Brillo
Foto di Paolo Brillo
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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.