Attori che cantano (4): da Jennifer Love Hewitt a Frankie Muniz

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(… segue) Addirittura sorprendente, almeno sul piano quantitativo, la produzione di Jennifer Love Hewitt che troviamo già a dieci anni, nel 1989, tra le coriste di Toy Soldier di Martika. Nel cast di Kids Incorporated, invece, alternava alla recitazione numerose parti cantate (da I still believe di Mariah Carey a The power of love). L’album d’esordio (Love Songs, 1992) la trasformò persino in pop star appena dodicenne in terra nipponica. Nel 1995 il contratto con l’Atlantic Rec e il secondo album, Let’s go bang. Un anno più tardi il lavoro eponimo e nel 1999 il singolo How do I deal per la colonna sonora del film Incubo finale: suo primo singolo a entrare in classifica. Nel 2000 arriva anche Scooby-Doo, Where are you? per la colonna sonora di Scooby-Doo e gli invasori alieni. Passata alla Jive Records, aspettò il 2002 per pubblicare BareNaked, a tutt’oggi il suo maggior successo radiofonico (posizione #24 nella chart di Bubbling Under Hot 100, #31 nella Adult Pop Songs e #25 nella Pop Songs), tratto dal quarto album realizzato con la produttrice e cantante Meredith Brooks. Nello stesso anno doppiò la voce di Madellaine ne Il gobbo di Notre Dame II e cantò anche la colonna sonora I’m gonna love you. Quindi, scrisse e interpretò due brani per il film If Only che la vedeva tra i protagonisti: Love will show you everything e Take my heart back. A partire dal 2004 emergono invece solo due compilation (Cool with you: The Platinum Collection del 2006 e Hey everybody del 2007), fino alla cover di I’m a woman usata nel 2013 per promuovere la seconda stagione di The client list. Inserita nel cast del musical A Christmas Carol nella parte di Emily, la fidanzata di Ebenezer Scrooge, nel 2009 ha annunciato la pubblicazione di un album country del quale però non esiste per ora alcuna traccia.

E, restando sul fronte femminile e generazionale, anche l’ossuta Milla Jovovich si è data molto da fare con largo anticipo. L’attrice ucraina già nel 1988, anno del suo esordio sullo schermo, aveva iniziato a lavorare a un primo album promettendo un mix tra Kate Bush, Sinéad O’Connor, This Mortal Coil e Cocteau Twins che, tuttavia, sarebbe uscito solo sei anni più tardi per divergenze con la casa discografica: The Divine Comedy, un mix tra synth pop e folk del suo paese con venature rock, promosso come opening act acustico per Toad the Wet Sprocket e Crash Test Dummies. Un lavoro apprezzato, bissato nel 1998 da The people tree sessions. In mezzo tre singoli (The gentleman who fell, Bang your head e It’s your life) che diventano quattro nel 2012 con Electric sky. Nel 1999 fonda insieme a  Chris Brenner la sperimentale Plastic Has Memory nella quale Milla compone i testi, canta e suona la chitarra elettrica. Numerose le presenze nell’ambito di colonne sonore: da Satellite of Love con la MDH Band per The Million Dollar Hotel a The gentleman who fell per The rules of attraction, da Shein VI Di l’Vone e Mezinka con la Botanica Bulgar Ensemble per Dummy fino a Rocket collecting per Underworld e The mission per Blood into wine. Completano il quadro la collaborazione con i Puscifer, side-project rock sperimentale di Maynard James Keenan dei Tool, nonché l’inserimento in una manciata di compilation e le ospitate all’interno di videoclip targati Lenny Kravitz e Alkaline Trio.

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Ovviamente, in questa sede non parleremo di singole incursioni nel mondo delle sette note per motivi biecamente promozionali o artisticamente trascurabili come quelli di Mark Whalberg, il cui fratello Donnie, membro dei New Kids on the Block (sigh!), si fece garante per un contratto discografico che lo lanciò nel firmamento del ‘rap da ascensore’ con lo pseudonimo Marky Mark. Insieme a un dj fondò nel 1991 i Marky Mark & the Funky Bunch che esordirono con il brano Good Vibrations in collaborazione con Loleatta Holloway, popolare in ambito dance (gli album furono invece Music for the people e You gotta believe dell’anno successivo). Dopo qualche hit viene notato da Calvin Klein che lo vuole per una campagna pubblicitaria di intimo al fianco di Kate Moss e diventa un sex symbol. Abbandona per un certo periodo, rimpianto da nessuno, il mondo della musica per dedicarsi solo alla recitazione. Come Marky Mark & Prince Ital Joe avrebbe poi pubblicato i ripetitivi Life in the Streets (1994) e The Remix Album (1996) per chiudere, fortunatamente, la serie nel 2016 con Hey dj e il marchio Marky Mark & Jan Van Der Toorn.

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Lo stesso Will Smith, prima di diventare l’attore più potente degli Stati Uniti, aveva riempito di dollaroni sonanti il suo materasso nelle vesti di star del rap, grazie alla partnership con Jeff Twnes (dj e beatmaker, impegnato in produzioni hip hop/R&B) con cui pubblicò ben sette album tra il 1987 e il 2006 come DJ Jazzy Jeff & the Fresh Prince. Quindi, parallelamente alla recitazione, una nuova serie di esperienze soliste caratterizzate da quattro album (Big Willie style del 1997, Willennium del 1999, Born to reign del 2002 e Lost and found del 2005), più una raccolta, oltre a una caterva di singoli e collaborazioni con effimeri colleghi come Shaggy, Mary J. Blidge e Jay-Z.

Perlomeno originale, invece, la trovata dell’insopportabile Macaulay Culkin (ex bambino prodigio e poi professionale cliente di bar, spacciatori e stazioni di polizia) che, quasi irriconoscibile e ormai del tutto ignorato da Hollywood, nel 2012 fonda la band The Pizza Undergound per interpretare brani dei Velvet Underground con testi surreali ispirati al tipico piatto napoletano. Spesso contestati dal pubblico e dai fan della band tanto cara a Andy Warhol, continuano comunque nelle loro parodie ad altissimo livello alcolico anche dopo la morte di Lou Reed con titoli come Take a bite of the wild slice e All the pizza parties, finendo spesso cacciati dallo stage durante i solo di kazoo del leader. Nonostante l’interruzione del tour USA e la cancellazione di quello in Inghilterra, l’attore ha annunciato un album ufficiale antro fine 2016.

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E, restando in tema di ex bimbi prodigio trasformatisi in insopportabili mostriciattoli e freak dello spettacolo tra un arresto e una disintossicazione, come non citare Lindsay Lohan? Un’altra giovanissima, in questo caso addirittura di provenienza Disney, arrivata alle stelle in tenerissima età e quasi altrettanto rapidamente finita meritatamente nelle stalle dopo essere passata anche attraverso il classico e banale tentativo in campo pop, dove è risaputo che si offre una chance a qualsiasi cialtrone garantisca ampia visibilità anche se di genere moralmente eccepibile. Il debutto discografico arriva nel 2004 con Speak, proprio mentre sta girando Herbie – Il super maggiolino e le regala addirittura un quarto posto nelle classifiche di Billboard grazie all’imbarazzante singolo Rumors (dai successivi Over e First), grazie anche a un video musicale di supporto destinato alla fruizione del lato più lascivo del pubblico di bocca buona. Disco di platino con oltre un milione di copie vendute, porta la Lohan nel 2005 fino a A little more personal e al singolo autobiografico Confessions of a broken heart con un videoclip del pezzo da lei stessa diretta. L’atteso terzo album viene annunciato, ma nel 2008 appare solo negli stores digitali la canzone Bossy, primo singolo del poi accantonato Spirit in the dark. Sei i pezzi forniti ad altrettante colonne sonore, per lei anche apparizioni in un video dei Thirty seconds to Mars e nel 2015 anche un apporto vocale a Danceophobia dei Duran Duran.

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Billy Ray Cyrus, invece, nasce cantante otto volte in testa alla classifica delle canzoni country della Billboard Hot Country Songs chart. Nove dischi di platino per il solo Some Gave All e venti milioni di copie in tutto il mondo più 29 singoli entrati nelle classifiche, 15 dei quali nei Top 40. Dunque, artista che rappresenta la parte più fruibile e meno nobile del country, ma comunque con una certa assodata dignità interpretativa, prima di passare di fronte alle telecamere, dove invece prende il via (è lei, visto il percorso, il soggetto più rilevante per la nostra ricerca…) la carriera della giovanissima figlioletta d’arte Miley “Smiley” Cyrus. Hanna Montana la lancia nel firmamento Disney “prima” come attrice e “poi” anche come cantante. L’esordio, scontato, in sala di registrazione è del 2006 con la colonna sonora della sit com, il doppio bis un anno più tardi con Meet Miley Cyrus e Hannah Montana 2. Si esibisce sia con il proprio nome che con quello del personaggio tutto pepe e il Best of Both Worlds Tour si trasforma in un film-concerto e in un album dal vivo, Hannah Montana & Miley Cyrus: Best of Both Worlds Concert. Nel luglio 2008 arriva anche il secondo album da solista, Breakout con un quarto posto nella classifica delle artiste più remunerative e un quinto posto tra le artiste dell’anno. Il ruolo di inoffensiva e dignitosa stellina per adolescenti, però, non basta più e già nel 2009 arriva un primo passo verso la becera svolta sexy del futuro con l’EP The time of our lives e l’album Can’t be tamed del 2010, prima dell’ultima colonna sonora: Hannah Montana Forever. Nel 2013 appare anche l’album Bangerz con tredici tracce ricche di collaborazioni, tra le quali la celebre hit Wrecking Ball e la sua prima numero uno nella Billboard Hot 100 a suon di provocazioni, colpi di testa e inutili volgarità per tenere sempre desta l’attenzione. Chiude la serie Miley Cyrus & her dead Petz con il singolo Dooo It!. Il disco, scritto e prodotto principalmente dalla stessa Cyrus, è stato descritto come “sperimentale e psichedelico con elementi di pop psichedelico, rock psichedelico e indie pop”. Ma vaaaah!

Ritorniamo sul fronte maschile e troviamo il composto Jeff Daniels che, per nulla “scemo o più scemo” ma soltanto duttile, si è progressivamente dato da fare con una serie di brani singoli quale assaggio, per poi salire fino al tetto dei sei album personali. Soggetto dalle spiccate e sobrie doti cantautorati, ha quasi sempre toccato argomenti relativi alla sua vita personale. Jeff Daniels Live and Unplugged, Jeff Daniels Live at The Purple Rose Theater, Grandfather’s hat, Keep it right here e Together again costituiscono i titoli di questi lavori che lo lanciano anche come smaliziato intrettenitore da palco. Nel 2011 finisce anche sulle copertine di Guitar Aficionado e Making Music a testimonianza di una passione non speculativa e di un talento tutt’altro che disprezzabile.

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Chi, invece, il talento artistico ha rischiato più e più volte di gettarlo alle ortiche a causa di stravizi e colpi di testa è stato Robert Downey Jr. Tanto dotato quanto imprevedibile, tanto estroso quanto folle, si è “fatto le ossa” in sala di registrazione con una serie di interventi nell’ambito di colonne sonore tra il 1992 e il 2005 come quelle del pluripremiato Chaplin, Too much sun, Two girls and a guy, Friends and lovers, The singing detective e Kiss kiss bang bang. Nel 2004 ci prova con l’album The Futurist ma, nonostante le vendite accettabili, i riscontri di critica lo invitano a dire “stop” per sempre. Mentre stava promuovendo Tropic thunder insieme a Ben Stiller e Jack Black diede anche un supporto vocale a The Pips di Gladys Knight nel classicone Midnight train to Georgia. Si ricorda anche una timida collaborazione con B.B. King per The star-spangled banner nel 1993 e, sempre nell’ambito della serie Ally McBeal, duetti con Vonda Shepard e Sting su cover di Joni Mitchell e Police, nonché alcuni  traditional natalizi.

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Con l’ex bagnino e pilota di auto parlanti David Hasselhoff, invece, entriamo nel campo della comicità involontaria. Apprezzato soprattutto in Germania, dove ha venduto milioni di copie e persino tenuto un concerto a Berlino proprio il giorno della caduta del muro nel 1989 davanti a 500mila spettatori, vanta qualcosa come tredici album e altrettanti singoli tra il 1985 (esordio con Night rocker) e il 2000 (Magic collection). Un classico pop rock da corsie di supermercato, molto commerciale e indolore, costruito a tavolino con suoni patinati e frequenti assoli di chitarra scaraventati ad hoc circa a metà brano (niente di peggio, comunque, di quanto non facciano da sempre e senza pudore alcuni big italiani da stadio…). Duetti, ospitate, e passerelle per “fare cassa” tra passaggi profondamente imbarazzanti (Jump in my car) e video talmente stupidi da trionfare su YouTube. Lovin’ feelings del 1987 e Looking for freedom del 1989, oltre a Crazy for you del 1990, You are everything del 1993 e Hooked on a feeling del 1997, solo un gradino sopra il bassissimo livello di Knight lover (1989), David (1991), Everybody sunshine (1992), Du (1994), Looking for … the Best (1995) e David Hasselhoff (1995). Nel 2000 ha debuttato a Broadway nel musical Jekyll & Hyde, interpretando il protagonista.

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Non sottovalutiamo troppo, invece, l’indeciso ma coraggioso Frankie Muniz che, giovane star di prodotti giovanilistici e poi anche pilota con i controfiocchi, già nel 2006 aveva abbandonato il set per dedicarsi esclusivamente al volante e alla musica. Audace soprattutto la scelta di entrare come batterista nel combo indie Kingsfoil nel 2012 dopo un surreale provino nel corso del quale non era stato neppure riconosciuto dagli esaminatori. Un’avventura interrotta dopo due anni a causa di problematiche organizzative del trio di York, Pennsylvania, ma anche di salute di Muniz dopo partnership artistiche degne di nota come quelle con Goo Goo Dolls, Creed e Ed Sheeran.

Vogliate gradire!

(continua)

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.