Mogolbattisti. Chi era il genio? Chi la sòla?

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Anche se con qualche settimana di ritardo (in realtà li ha compiuti il 17 agosto), Rai1 ha deciso di festeggiare alla grande gli 80 anni di Mogol, dedicandogli due prime serate il sabato sera. Omaggio dovuto, trattandosi di uno dei più grandi autori italiani di sempre: l’elenco delle canzoni che ha scritto è praticamente infinito. Partendo dagli anni ’60 fino all’altro ieri, ha lavorato con decine di musicisti, ma gira che ti rigira il suo nome rimane legato al più grande di tutti, Lucio Battisti.
La mia generazione è cresciuta ascoltando le canzoni di “Mogolbattisti”. Mentre Lucio, col suo sorriso triste e i suoi look da contadino vestito da giorno della festa, non ha mai badato molto a incensarsi, facendo negli ultimi 18 anni di vita la scelta di scomparire dalle scene; Giulio Rapetti in arte Mogol ha sempre prestato grande attenzione alla propria immagine, premurandosi di renderci edotti riguardo il suo genio creativo. Certo, le canzoni di “Mogolbattisti” sono un patrimonio inestimabile, per noi che abbiamo qualche anno in più, ma anche per la generazione successiva. Ma a riascoltarle molto tempo dopo emerge chiaramente che se c’è qualche pecca non riguarda mai la parte musicale, sempre ricca d’invenzioni e curata in modo maniacale, ma quei testi che l’autore ha sempre avuto la presunzione di accostare alla poesia allo stato puro. Accanto a perle di gran pregio, ci sono cadute di stile pazzesche e banalità che gridano vendetta. Solo qualche esempio:
Perché tu non vieni insieme a noi / in paese fra la gente insieme a noi / in quella cascina così solo cosa fai / la domenica la messa finalmente sentirai (da Le allettanti promesse, 1973)
Al risveglio alla mattina / quando il gallo mi apre gli occhi alle quattro di mattina / prima cosa polenta a fette e nell’aria voglio sentire il profumo del caffelatte (da La canzone della terra, 1973)
La vita dentro gli occhi dei bambini / denutriti, allegramente malvestiti / che nessun detersivo potente può aver veramente sbiaditi (da Anima latina, 1974)
Non c’è una gomma ancor che non si buchi. / Il mastice sei tu, mia vecchia amica. / La pezza sono io, ma che vergogna (da Una donna per amico, 1978)
Solo un consiglio detto a metà: / un po’ più in alto un po’ più in là. / Figli miei cari altro non sa, / quell’uomo qualunque che è il vostro papà. / Il fondo marino, giocar da terzino, la spiaggia al mattino presto e la fedeltà! (da Una vita viva, 1980)
Battisti_mogolLucio, che come tutte le persone di genio sapeva anche essere umile, di norma non metteva in discussione il lavoro del Gran Mogol, però una volta si rifiutò di cantare un paio di strofe. Successe nel 1978, trattasi delle strofe finali di Perché no. Queste: Chiederti all’improvviso quanti soldi vuoi / poi trattar sul prezzo e darti la metà / e strapparti il reggiseno, come in preda al vino /poi alzarsi e freddamente dire, non mi va. / Una barca sopra il lago, io che remo piano, / il silenzio sorridente, l’ombrellino e tu / salta un pesce, giusto un guizzo, e tu per vezzo / guardi assente verso riva e non mi guardi più… Come dargli torto, povero Lucio?
Con gli esempi potrei andare avanti per un pezzo, ma non voglio annoiarvi. Comunque il peggio Mogol lo ha dato nel prima e nel dopo Battisti. Per dire, La rivoluzione, una delle canzoni citate nel bigliettino che Luigi Tenco scrisse prima di suicidarsi (l’altra era Io tu e le rose dell’Oriettona nazionale), era sua: un testo di una banalità sconfortante, soprattutto in considerazione che eravamo alla vigilia dell’Autunno Caldo.
E dopo Battisti le sue prove d’autore (guai a chiamarlo “paroliere”, potrebbe querelarvi!) spaziano dal medio al mediocre. Di norma collabora con cantanti che non stanno vivendo il loro periodo migliore (Cocciante, Tozzi, Morandi, Celentano, Mango) o che non hanno lasciato segni memorabili nella storia della canzone italiana, tipo Gigi D’Alessio. Mitica una dichiarazione del Rapetti dopo aver scritto a quattro mani con Gigi Essere una donna, cantata a Sanremo da Anna Tatangelo: “D’Alessio è uno come Battisti”. Insomma, proprio senza vergogna!
E che dire del CET (Centro Europeo di Toscolano), la scuola che ha fondato in Umbria investendo moltissimi denari privati e pubblici, e dalla quale in oltre vent’anni non è uscito un solo cantante di successo?
Lucio-battisti-Molto meglio il Battisti post-Mogol. Per essere onesto, non sono mai stato un grande amante dei sei album che Lucio ha pubblicato dal 1982 al 1994, il primo con la complicità della moglie Grazia Letizia Veronese, in arte Velezia, gli altri concepiti assieme a quel folle manipolatore di parole che risponde al nome di Pasquale Panella. Però riconosco che con quei dischi Lucio ha accettato la grande sfida di rimettersi in gioco, concentrandosi su esperimenti molto coraggiosi e niente affatto sterili, come invece potevano apparire all’epoca. Forse perché fatti da uno che ci aveva abituato a melodie che ti entravano in testa in testa fin dal primo ascolto e non ne uscivano più. Ma a ben guardare anche dietro quelle melodie all’apparenza così semplici c’era un lavoro micidiale. Lucio curava ogni dettaglio, ad ogni sillaba cuciva addosso la sua nota, senza mai lasciar nulla al caso. Se a questo aggiungiamo che madre natura lo aveva dotato di un intuito musicale sopraffino, non c’è dubbio che nella coppia “Mogolbattisti” il vero genio era lui, Lucio Battisti da Poggio Bustone. Uno che ci ha lasciato troppo presto, a soli 55 anni.

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".