Ligarockpark 7 giorni dopo: il racconto di tre giorni fra natura e musica

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© Foto: Riccardo Medana

Sono passati 9 giorni dal mio arrivo a Milano, venerdì mattina, e poi a Monza, per i due concerti di Luciano Ligabue al Parco della Villa Reale. E, soprattutto, sono passati 7 giorni dalla fine dell’avventura di Ligarockpark. Vi avevo raccontato le mie sensazioni prima della partenza ma, come sempre accade, un conto è immaginare un qualcosa, un altro è viverlo. Tutto è stato bello fin dall’inizio e vedere il Duomo di Milano era qualcosa che mi mancava. Perfino il cielo tipicamente plumbeo che caratterizza il capoluogo lombardo non mi sembrava poi così male. E poi i messaggi e le telefonate, i vari “dove sei?”, l’ansia di fare tutto e in tempo, la metro su e e giù per Milano, Matilde che mi recupera i bagagli e io che continuo i miei giri. Tutto in poche ore. Poi, finalmente, il primo giro al Parco di Monza. Inizio a vedere gli alberi e tutto quel meraviglioso verde e allora capisco che sono proprio nel posto giusto. L’ambiente è festoso ma non troppo, mi guardo in giro per scorgere visi conosciuti, osservo attentamente tutto quello che ho intorno. Dallo stand della Max Devil a quelli gastronomici, cerco di non perdere nessun dettaglio. Rivedo facce amiche e persone felici in attesa di vedere il film di Campovolo 2015, e il salto ad un anno prima porta sorrisi ed emozioni nuove. Il mattino dopo, decidiamo di andare presto e sì, fa più freddo del previsto. Coperte, sacchi a pelo, felpe, qualunque cosa che potesse coprire e riscaldare durante l’attesa.
Ogni volta ci si chiede perché fare tutto questo. Perché fare tutta una serie di sacrifici “solo” per un concerto. La risposta ti arriva appena metti piede in quella che sarà la location: ti basta vedere il palco in lontananza, i visi felici seppur stanchi. Sopporti il caldo di giorno e il freddo la sera per quelle 3 ore di assoluta felicità. La giornata trascorre benissimo e in assoluta armonia, soprattutto grazie alle splendide ragazze che abbiamo trovato accanto a noi. Poi arrivano le 20 e 30. In realtà, il momento che preferisco di più è verso le 19/19 e 30, al tramonto, un po’ perché il caldo del giorno inizia a svanire, e poi perché il cielo sa regalare uno spettacolo unico, proprio pochi istanti prima che tutto abbia inizio. Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo live, soprattutto dopo Campovolo 2015 che, per quanto mi riguarda, è stato praticamente perfetto. E rivivere certe emozioni 370 giorni dopo, come ha ricordato Luciano, è una sensazione davvero singolare. La prima cosa che ho notato, oltre alla quantità di luci e alla grandezza del palco, è l’atmosfera. C’era un’attesa diversa rispetto alle altre volte, forse perché non sapevamo poi molto di ciò che ci aspettava.

L’inizio è folgorante, con una tiratissima Urlando contro il cielo, che apre il concerto per la prima volta in 25 anni, dopo essere sempre stata la canzone posta come ultima in scaletta o comunque sul finire del concerto. Luciano è visibilmente emozionato, stupito lui stesso della bellezza non solo del posto ma delle persone lì ad attenderlo, come se non potesse credere fossero così tante. La scaletta è decisamente mainstream, come è giusto che sia per un evento del genere, ma c’è il tempo per un momento che, a parere mio, vale tutto il concerto: Lettera a G, eseguita a bordo passerella da un Luciano commosso, con il viso tirato dall’emozione e la voce quasi rotta. Una canzone difficile, dedicata ad un cugino che era come un fratello, in cui, davvero, c’è tutto: l’infanzia, i ricordi, il dolore per una malattia beffarda e crudele. E questo TUTTO mi è arrivato dritto in faccia come un tir, lasciandomi stordita per le canzoni successive. Sugli inediti, tratti da Made in Italy, Luciano si diverte molto a vedere i nostri volti attenti e le nostre bocche che, per una volta, non possono cantare insieme a lui. Sono certa che questo concept album ci riserverà davvero molte sorprese. Il concerto scivola via fin troppo velocemente e a poco serve pensare che la sera dopo sarò di nuovo lì.  Non serve pensare a raduni, tour o simili. In quel momento, pensi solo che QUEL concerto lì, quell’esperienza lì, si è conclusa. Questa volta, più di altre, la nostalgia è tanta. Anche vedere un Luciano quasi “teso”, dopo 26 anni di carriera, ti fa davvero effetto. Perché capisci che il vero segreto è non sentirsi mai arrivati, ma continuare a stupirsi dell’amore che ti arriva. Questo non vale solo per un mestiere del genere, che ti espone ogni giorno al giudizio delle persone, ma in ogni ambito della vita. Il “mai dare nulla per scontato” dovremmo tatuarcelo in un posto visibile, come un promemoria. Ecco, se c’è una cosa che ho capito da questo weekend e da questi due concerti, è proprio questo. Ho capito, una volta di più, che avere delle conferme è bellissimo, soprattutto se si tratta del tuo cantante, dei tuoi amici. Conferme unite a bellissime sorprese e nuove conoscenze. E credo che anche Luciano abbia avuto le sue belle conferme. Ogni tanto penso davvero a come ci si debba sentire a fare un mestiere così aleatorio, in cui non hai nulla di certo e la cosa che conta di più è la presenza del tuo pubblico. Perché il talento è fondamentale, avere un ottimo team di lavoro sicuramente essenziale ma, se non arrivi al cuore delle persone, hai fallito. A maggior ragione se la tua vita è scrivere canzoni. Luciano questo concetto lo ha sempre avuto molto chiaro, e forse questo è stato il suo “segreto”. La ricetta per la canzone perfetta non esiste, il modo più giusto per comportarti sul palco, neanche. Puoi solo tentare di essere te stesso il più possibile e sperare che questo basti.
Io mi auguro semplicemente questo, da sempre: che Luciano possa essere un artista libero, nonostante il nome che porta. Che se come ci ha detto a Campovolo noi possiamo contare su di lui, lui può contare su di noi.

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Claudia Assanti
Nata in Calabria, classe '86. Un diploma di Liceo Scientifico che però mi ha portato ad una laurea in Lingue e Letterature straniere. La musica e la letteratura sono sempre state la colonna portante della mia vita in ogni loro sfumatura. Sognatrice ostinata ma realista al punto giusto.