Slydigs: «Sul palco degli Who grazie a Twitter»

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Gli Slydigs vengono da Warrington, una città del nord-ovest dell’Inghilterra che si trova a metà strada tra Manchester e Liverpool. Nel giro di pochi giorni sono passati dal suonare nei pub inglesi ad aprire i concerti degli Who in giro per il mondo (compresi i due show italiani dello scorso 17 e 19 settembre). «Un bel salto di qualità no?», mi dicono sorridendo. Quando riesco a contattarli Dean, Pete ,Ben e Louis (il chitarrista della band con cui ho parlato nell’intervista qui sotto) si sono già lasciati l’Italia alle spalle e stanno in viaggio verso la Germania dove hanno in programma tre live tra Cologne, Berlino e Amburgo. «Per alcuni di noi era la prima volta in Italia e ce ne siamo innamorati subito, sia l’architettura che i paesaggi sono assolutamente meravigliosi. Torneremo molto presto», mi dicono. Gli Slydigs hanno all’attivo un disco, Never To Be Tamed, uscito nel 2012 che richiama molto i suoni inglesi degli anni ’70: «Ci ispiriamo ai Rolling Stones, ai Kinks, agli Who a Bob Dylan, ma anche ai Beatles che personalmente ho sempre amato», mi dice Louis.

Cosa significa Slydigs?
“Sly Dig” sostanzialmente è una sorta di insulto che in inglese viene usato quando si vuole mortificare qualcuno. Ci piaceva molto come nome per la band soprattutto per come suonava, e poi non capita tutti i giorni di sentirlo. Ti resta in testa, capisci?

Prima di fare musica cosa facevi?
Amo e ho amato moltissimo l’arte. A scuola mi piaceva moltissimo disegnare e dipingere, ma la passione per la musica ha preso decisamente il sopravvento.

Quindi mi stai dicendo che saresti voluto diventare un pittore?
Se non avessi deciso di fare musica avrei scelto senza alcun dubbio il mestiere dell’artista. Stavo per gettare anima e corpo nella pittura ad olio quando abbiamo formato la band. Sono davvero un maestro a scegliere professioni da cui è difficile trarre un guadagno immediato (ride). Però mi ci vedo davvero a tenere un pennello in mano nel mio studio invece che una chitarra su un palco.

Poi siete finiti sul palco degli Who. Bel traguardo no?
È successo tutto grazie ai Social Network. Ti spiego: l’entourage degli Who ha ascoltato i nostri brani su Twitter e ha organizzato un incontro con il management di Pete e Roger. Hanno apprezzato talmente tanto le nostre canzoni che ci siamo ritrovati quasi di colpo ad aprire i loro concerti nel Regno Unito!

Il primo concerto sul palco degli Who quando è stato?
All’Echo Arena di Liverpool. Devi considerare che fino a quel momento avevamo suonato solamente nei pub e nei piccoli locali. Ricordo che avevamo una tensione addosso indescrivibile, ma quando siamo saliti sul palco tutto è andato perfettamente.

Vi siete imposti qualche regola all’interno del gruppo?
La nostra regola principale è che dobbiamo mettere tutto noi stessi nella nostra musica, che vuol dire essere sempre in una ottima forma psico-fisica per i nostri concerti, ma soprattutto che la musica per noi deve venire prima di qualsiasi altra cosa: questo è un “credo” che abbiamo in comune fin dagli inizi. A parte ciò non siamo una band dalle regole ferree, è giusto che ognuno di noi faccia le sue esperienze nella propria vita, l’importante è che la musica che facciamo e per cui viviamo non venga penalizzata dal nostro modo di vivere.

La cosa più assurda che vi è capitata in questi mesi?
Sicuramente scambiare interessanti, quanto casuali, conversazioni con Pete Townshend e Roger Daltrey quasi quotidianamente. Un sogno, capisci? Soprattutto se pensi che si complimentavano per la nostra musica e i nostri concerti!

Beatles o Rolling Stones?
L’influenza che hanno avuto su di me i Beatles è ineguagliabile, senza aggiungere che sono stati rivoluzionari nel panorama musicale mondiale. Con questo non voglio di certo denigrare gli Stones che sono una delle mie band preferite in assoluto!

Oasis o Blur?
Penso che la musica che hanno prodotto gli Oasis negli anni ’90 sia per certi versi eterna, destinata a restare nel tempo; loro sono stati sicuramente di grande ispirazione per gruppi come noi che vengono dallo stesso background, loro ti fanno sentire che puoi arrivare davvero sul tetto del mondo se fai parte di un gruppo rock’n’roll (come anche i Beatles). Ovviamente devo dire che ammiro veramente tantissimo anche i Blur. La loro discografia è molto varia e ciò mi piace moltissimo. Penso che Damon Albarn sia veramente un artista fantastico per il modo in cui è riuscito a influenzare differenti generazioni e a restare rilevante nel tempo attraverso differenti progetti musicali.

A proposito degli Oasis, andrete a vedere il film di Mat Whitecross su di loro?
Sicuramente. Come fans degli Oasis non vediamo l’ora di vedere tutto ciò che documenta quegli anni della loro carriera. Allora eravamo troppo giovani per godere appieno della loro musica. Quando hanno suonato a Knebworth avevamo sei o sette anni. Quello è stato un grande periodo per la musica inglese.

Adesso vi metterete a lavoro su nuovo materiale?
Sicuramente. Abbiamo tantissime idee che non vediamo l’ora di realizzare in studio.

Traduzione: Angelo D’Arezzo

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Emanuele Camilli
Nasce a Viterbo nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Sqérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.