Wooden Brothers. Album d’esordio per la band di Renato Tammi, due volte “ospite” di Springsteen a San Siro

Il combo torinese si presenta con un lavoro originale e ben poco derivativo, coraggioso e spregiudicato per il mercato italiano. Dieci brani autografi, quasi tutti firmati dallo stesso frontman insieme ad Antonio Tedde, costantemente a cavallo tra rock d’autore, blue collar, blues bianco e roots per un riuscito viaggio alle radici della musica anglo americana moderna partito venerdì sera dal Magazzino di Gigamesh nel capoluogo piemontese

640
0
Renato Tammi e Bruce Springsteen sul palco di San Siro. Foto di Luca Princiotto.

Il destino è fatto così: beffardo, imprevedibile, sorprendente. Talvolta atrocemente vigliacco; più spesso, per fortuna, dannatamente generoso. In ogni caso, è sempre lui a decidere per te.

Ne sa qualcosa il torinese Renato Tammi che, dopo un decennio abbondante trascorso a caracollare in canottiera bianca o con un berrettone di lana grezza ben calcato in testa dietro il microfono e sui palchi di tutta la penisola, Telecaster sempre a tracolla, ha finito per raccogliere più pacche “virtuali” sulle spalle per una doppia partecipazione “extra artistica” rispetto alle, comunque apprezzatissime e gettonatissime, esibizioni in qualità di frontman di due tribute band che in Italia, oggidì, vanno per la maggiore: la SpringStreet Band (evidente omaggio alla E Street Band di Bruce Springsteen, rivista in una formazione che, con tanto di sax tenore, richiama soprattutto il periodo di fine anni Settanta in una maniacale ricerca del sound perfetto) e i Dirty Licks (replica altrettanto credibile e musicalmente preparata dei Rolling Stones con tanto di imperdibili siparietti tra “Glimmer Twins” insieme al fidato alter ego Antonio Tedde).

Ebbene, il Tammi è di certo l’unico italiano (bimbi canterini e invadenti signorine compresi) a poter vantare una doppia presenza sul palco dello stadio “Giuseppe Meazza” in San Siro al fianco del rocker di Freehold, fresco fresco di autobiografia con tanto di cd svuota portafoglio più o meno annesso. Se, infatti, in occasione della serata del 3 giugno 2013 il Tammi era stato solo “rappresentato” on stage dal suo nome e da quello degli SpringStreeters, ben impressi a grandi caratteri sulla t-shirt della triestina Martina Paccione che, a sua volta, era stata issata sul palco durante il tormentone Dancing in the dark (trattavasi del secondo leg europeo del “Wrecking Ball World Tour”), lo scorso 3 luglio per la prima tappa meneghina del “The River World Tour” nello stesso affollatissimo contesto aveva trovato “da solo e in prima persona” (magari aiutato da un subdolo mezzuccio…) la via della ribalta per finire, questa volta personalmente, al fianco di Springsteen stesso davanti a 65mila spettatori. Mille più, mille meno. Magari limitandosi a uno sterile esercizio di “air guitar” come tanti e tanti altri “invasori di campo ufficiali”, senza aver modo di esprimere il suo comunque innegabile talento nonostante un microfono, obiettivo irraggiungibile, rimasto beffardamente a pochi metri soltanto dal suo naso. Vabbeh, del resto non si può avere tutto dalla vita!

Figuriamoci, dunque, i riscontri personali per il furbo Renatino nei giorni successivi al fattaccio tra social network impazziti, cellulare bollente e selfie ricordo con nonne, mamme, figlie e nipotine. Così, un Tammi già da almeno un lustro autentico beniamino delle feste a tema o delle convention per “die hard fans only” (finite ormai da due decenni nel dimenticatoio le pionieristiche serate di Sant’Omobono, Ferrara e Monfalcone quando pronunciare il fastidioso termine “Boss” era ancora un sacrilegio da poveri neofiti, rimangono comunque le articolatissime e gettonatissime versioni moderne come i Glory days in Rimini recentemente archiviati o il primaverile Trieste calling the Boss), vista anche la sua somiglianza con l’originale che, in talune circostanze live, assume persino i connotati dell’inquietante, si trasforma anche in riconoscibile “personaggio pubblico”.

Ebbene, fino ad ora abbiamo/hanno scherzato. Adesso, invece, è arrivato il momento di fare sul serio e di crescere artisticamente dopo tanta gavetta, archiviando per un po’ anche il ruolo, interpretato (quasi) sempre con dignitosa e originale personalità, di fotocopia di un già iper iper iper inflazionato originale.

I Wooden Brothers, dunque, da progetto parallelo e semplice scommessa/divertissement (non nego di aver spinto più volte il Tammi a non limitarsi a recitare lo sterile ruolo di “controfigura” da comunque eccellente “tribute ghenga” per appassionati a senso unico e indossare finalmente i panni, forse più scomodi ma pienamente alla sua portata, di artista originale e creativo) diventano una realtà concreta e sorprendente che merita davvero la piena attenzione del pubblico. O, almeno, di quello che avrà la pazienza e la forza di schiodarsi dalla manotematicità per affrontare l’ascolto di un prodotto genuinamente umile, ben realizzato, suonato eccellentemente e ricco di idee. Soprattutto, senza ruffianerie di sorta o facili “specchietti per le allodole” come eccessi di derivazionismo o scontatissime cover.

E che nessuno parli di bieca speculazione, visto che l’album eponimo era già in programma da mesi (assai prima del “fattaccio” avvenuto nella Scala del calcio…) e che alcuni brani dei Wooden Brothers erano stati proposti dal vivo in varie versioni, acustiche e full band, fin dalla primavera 2015. Ciò predetto, entriamo nel vivo di un combo piemontese nel quale Tammi divide con l’amicone e virtuoso della sei corde Tedde il ruolo di autore e creatore di quasi tutti i dieci brani, considerando anche la bonus (e ben poco ghost) track conclusiva. Al loro fianco, altri tre elementi “ufficiali” con Carlo Battistella (altro asso della chitarra elettrica, slide compresa) ad affiancare una valida sezione ritmica composta da Mario Zita alle percussioni e Giuseppe Rombolà a basso & tastiere.

Il dischetto eponimo, presentato ufficialmente venerdì 30 settembre a Torino con un party ospitato dal Magazzino di Gigamesh, caratterizzato da un sobrio booklet cartonato con tanto di esaurienti note, testi, crediti e colori da autunno sugli Appalachi, si regala anche un logo giustamente boschivo e l’unica forma di autocelebrazione è costituita dallo scatto informale interno di Arianna Ligi che profuma tanto di “zingarata” al Barolo. L’attacco di Everytime toglie subito ogni dubbio e i W.B. si inoltrano in territori assai cari a un “beautiful loser” come Joe Grushecky da Pittsburgh, lanciato dal mandolino del Tedde e alimentato a dovere dalle slide di Battistella. Atmosfere da piccola città di provincia, da lavoratori in tuta blu o protetti da pesanti giacconi fluo, dunque: ruvide quanto basta per poi arrotondarsi senza eccessivi drammi intorno alla duttile voce di Tammi che, probabilmente, non deve disdegnare neppure velate passioni per Tom Petty e John Mellencamp.

Volendo proprio esagerare, ci troviamo dalle parti di una The Band ancora in stato embrionale ma, ovviamente, senza le tipiche armonie vocali così care agli ex Hawk dei tempi di Ronnie Hawkins e gli strumenti più “agresti” tanto amati da Robbie Robertson e Levon Helm. Waiting for the sun (to shine) è forse il passaggio più esplicitamente influenzato del lavoro e si respirano alcuni echi nebraskiani di Atlantic City, ma senza stucchevoli esagerazioni visti anche gli sviluppi assai più morbidi e meno rabbiosi. La band si disimpegna in maniera corale, ognuno si ricava intelligentemente il proprio spazio senza esagerare in personalismi e il prodotto intero ne trae giovamento. Coming back, scritta da Battistella, è una ballatona ben poco drammatica che rilancia le chitarre incrociate con gusto e sobrietà per addentrarsi in territori soul con tanto di derivazioni Allman Bros. style nei quali Tammi azzarda, riuscendoci pure (accidenti a lui…), punte da tenero urlatore alla Jimmy Barnes. Dal vivo, debitamente allungata e arricchita, diventerà un must.

Anche l’essenziale Not tonight tiene basso il ritmo e ci conduce dalle parti dell’Austin City Limits, ma con un cantato cantautorale più classico alla Michael McDermott o alla Marc Cohn che, avvicinandosi all’epilogo, inizia a profumare anche di galoppate western. Ballad of a sad man chiude il trittico del “freno a mano tirato” anche grazie al piano di Giorgio Bancale e con quelle atmosfere “strappamutande” che si ritrova, a sua volta, regalerà ampie soddisfazioni in platea agli amanti degli accendini, dei display dei cellulari accesi e degli abbracci collettivi con tanto di teatrale ondeggiamento commosso. Ispirato e azzeccato modo per giungere al giro di boa con tanto di accattivante assolo congiunto Tedde/Battistella, allargando la partecipazione collettiva a qualche misurato accenno di “arpeggio simulato” sotto il palco. Peraltro, l’intreccio intrigante tra i tasti bianchi e neri del “titolare” Rombolà e dello special guest Bancale, a dirla proprio tutta, costituisce una felice e lodevole costante, andando in questo senso a inserirsi nell’ambito di un ristretto lotto di band autoctone (soprattutto i riminesi Miami & the Groovers e i pesaresi Cheap Wine che, guarda caso, utilizzano lo stesso musicista, Alessio Raffaelli; e i veneti Fireplaces con Oliviero Lucato) in grado di attingere con intelligenza da una tradizione ricca di sfumature boogie e honky tonk.

Riposti i fazzoletti e riaccese le luci, arriva anche il momento di rialzare il volume e riprendere a battere i piedi grazie a un imprevedibile power blues con tanto di intro parlata e cadenza tra Simpaty for the devil e certi manierismi da vecchio istrione alla Gary U.S. Bonds: per Japanese, infatti, Tammi tira fuori anche un’armonica alla John Popper in un brano di ambito post British Invasion tra Bad Company e Dr. Feelgood che avrebbe grassamente divertito persino gli Alexis Corner o i Long John Baldry delle sere più sguaiate.

La godibile e a tratti sofferta Road to paradise è il brano più lungo dell’album con i suoi 5’58” e riconferma una forte propensione alle ballate da luci soffuse e braci del caminetto in esaurimento. Ancora una volta le chitarre lavorano di fino ben poco in sottofondo (un po’ come ai tempi della Road to justice degli indimenticati Rocking Chairs), introducendo a una First blood che ripropone l’armonica e valorizza la lap steel dell’ospite Thomas Guiducci che, da questo momento in poi, rimarrà sempre in campo. Anche lui, come Tammi e Bancale, è una colonna della scuola di musica Galleria dei suoni di Torino e, in questo caso specifico, si è occupato della produzione del dischetto insieme ai W.B. e al mixaggio finale alla Good Luck Factory di Ciriè. Behind the mirror deve qualcosina alle uscite degli Who più condizionate da Roger Daltrey e, mentre Tammi si esprime con enfasi degna del Cat Stevens pre conversione, il passaggio prende definitivamente quota anche grazie all’ingresso dell’inconfondibile sax del pittoresco Diego Alloj.

Il commiato, sotto forma di bonus track, è affidato a Love on feet (scritta da Riccardo de Gennaro in sinergia con Tammi) che, approfittando anche del banjo di Roberto Necco, raggiunge polverose atmosfere da “hobo” per un epilogo che profuma di folk e bluegrass senza creare, tuttavia, alcun cratere con il resto dell’album.

Ciò assodato, a questo punto, la domanda provocatoria è la seguente: quante delle pacche sulle spalle e dei selfie di cui sopra si trasformeranno in cd meritatamente venduti/acquistati? Quanti “like” sapranno diventare ascolti interessati e proselitismo concreto per portare questo cd, come tanti altri parimenti validi, alle orecchie di un pubblico quanto più vasto possibile (se non hai dietro una casa discografica in grado di regalare fallace visibilità a suon di soldoni anche all’ultimo degli scarti da talent show, il passaparola degli appassionati rimane sempre l’unica strada percorribile per gli artisti forzatamente indipendenti)?

Tammi, del resto, è un simpatico paraculo e, ad eccezione di quando entra in tema calcistico, riuscirebbe a farsi voler bene anche da un pedone al quale avesse appena scheggiato entrambi i malleoli con le ruote della macchina, lato passeggero. Il 5 ottobre sarà anche ospite al Mondadori Store di Torino, armato di sola chitarra acustica, affiancato dall’attore di Zelig Antonio Ornano e dal giornalista Massimo Cotto, in occasione dell’evento “Tramps like us – Bruce, la sua storia, le storie dei suoi fan”, organizzato in occasione dell’uscita dell’autobiografia Born to run e dell’album Chapter and Verse. Tedde & co., da parte loro, lo affiancano alla pari, meritando la stessa visibilità e le stesse menzioni.

Dei Wooden Brothers, adesso, sapete già quasi tutto. Anche che il loro tour nazionale promozionale prenderà il via tra un mese circa. La fruibilità e la valorizzazione concreta dell’album, quindi, è “anche” nelle vostre mani.

Vogliate gradire!

La copertina dell'esordio discografico dei Wooden Brothers
La copertina dell’esordio discografico dei Wooden Brothers
I Wooden Brothers. Foto di Arianna Ligi
I Wooden Brothers. Foto di Arianna Ligi
CONDIVIDI
Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.