Attori che cantano (5): da Chevy Chase a Dennis Quaid

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(… segue) Restando sempre nel campo dei divi e dive della celluloide con una “vita artistica parallela e convincente”, escludiamo volontariamente (solo per fare qualche esempio di alto tasso di popolarità e assai basso a livello qualitativo) anche le varie Madonna, Jennifer Lopez, Kylie Minogue e solo in parte Alanis Morisette che, comunque, arrivavano direttamente dal microfono, dal play back, dalle coreografie esasperate, dagli effetti speciali e dalle campagne promozionali costruite ad arte. Meglio se provocatorie. Ovviamente, anche in questa puntata, senza ambizioni di impossibile completezza assoluta. E saltiamo anche colleghi musicisti protagonisti dello stesso percorso ma, guarda caso, quasi sempre (proprio come nella musica…) a caccia invece di orizzonti dal livello espressivo assai più considerevole con registi e progetti ambiziosi: da Tom Waits e John Lurie non solo per le esperienze con Jim Jarmush, ai già citati nelle altre puntate Alice Cooper, David Johansen e Meat Loaf fino a Roger Daltrey, Joe Walsh ed Elvis Costello. Senza dimenticare Suzi Quatro (alias Leather Tuscadero che ad Happy Days, però, ci era arrivata già da famosa…), Joan Jett e una Cher che, ormai, non è più una vera cantante da tempo immemorabile con buona pace del povero Sonny Bono.

E che dire, allora, del gruppo storico del sabato sera televisivo USA più irriverente, pazzo e provocatorio di sempre? Chevy Chase, Garrett Morris, Jane Curtin, Laraine Newman, la sfortunata Gilda Radner, nonchè Belushi & Aykroyd che trovarono soddisfazioni insperate anche con l’album collettivo Saturday Night Live. The not ready for prime time players. Certo, il numero uno di allora, Chase, era stato a sua volta un ottimo batterista ai tempi della scuola, formando la band The Leath.er Canary insieme ai compagni Walter Becker e Donald Fagen che, in seguito, avrebbero dato vita agli Steely Dan. Lo stesso attore, alla guida dei Chamaeleon Church, dove suonava anche le tastiere,  avrebbe inciso un album per la MGM Records prima dello scioglimento datato 1969. Il divertente Garrett Morris, da poche stagioni rilanciato alla grande dalla sit com Two broke girls, arrivava invece da esperienze corali di stampo gospel che gli hanno sempre garantito pregevoli sortite più o meno occasionali anche sui palcoscenici.

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Ed anche Eddie Murphy, quando era ancora un “numero uno”, ci ha provato. Che sia poliedrico è fuor di dubbio ma, tra essere un fantasista completo e diventare un cantante vero, passa un intero Oceano. L’esordio eponimo è addirittura del 1982, poi altri tre lavori nel giro di quattro anni (Comedian, How could it be e So happy), prima di chiudere negli anni Novanta con Love’s alright, All I “$%*@**” know e Greatest comedy hits. L’imbarazzante Party all the time del 1985, base dance e sviluppi soft pop/rock, rappresenta bene un periodo oscuro, mentre il ritorno nel 2013 insieme a Snoop (Dog) Lion per Red light conferma gli intenti biecamente commerciali. Eppure, nel musical Dreamgirls, interpretando il cantante James “Thunder” Early si era fatto onore, ricevendo anche una nomination agli Oscar come Miglior attore non protagonista. E proprio nella pellicola di Bill Condon, biopic “liberamente” dedicato alla storia delle Supremes di Diana Ross (modificando, tuttavia, i nomi…), ritroviamo anche Jamie Foxx e incontriamo per la prima volta Beyonce Knwoles (Deena Jones, alias Diana Ross), insieme ad Anika Noni Rose (Lorrell Robinson) e Jennifer Hudson (Effie White). Alla fine, chi più, chi meno, finiscono per prendere parte tutti/e cinque alla colonna sonora anche se, ovviamente, le tre donne sono in realtà cantanti professioniste prestate al cinema.

L’attrice anglo-teutonica Carey Mulligan, non a caso moglie di Marcus Mumford (leader dei Mumford & Sons), si scopre invece cantante grazie a una versione di New York, New York contenuta nel film Shame. In realtà, già ospite degli scozzesi Belle and Sebastian in Write about love, si è fatta notare in seguito anche nelle colonne sonore di A proposito di Davis (nel brano Five hundred miles, insieme all’inutile Justin Timberlake) e Far from the Madding Crowd (in Let no man steal your thyme con Michael Sheen). Talento o fuoco di paglia?

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Fermo restando che Bette Midler aveva ampiamente debuttato a Broadway come cantante e aveva anche inciso in studio con ottimi riscontri ben prima di trasformarsi in spumeggiante attrice (ecco perché, infatti, nel 1979 venne data a lei la parte di Janis Joplin nel biopic The rose che le valse subito una nomination agli Oscar), anche Barbra Streisand arriva direttamente dal palco e dal microfono del Greenwich Village. E, quando nel 1968 debutta ad Hollywood, è già una cantante affermata con album e apparizioni televisive alle spalle che ne avevano fatto una diva in grado di duettare persino con il suo idolo: Judy Garland. Proprio di questi giorni è anche il suo curioso album Encore: Movie partners sing Broadway, nel quale propone undici brani da musical e duetta con altrettanti colleghi di celluloide: da Anne Hathaway (per lei anche la colonna sonora de I miserabili e una marea di partecipazioni a trascurabili singoli da film) a Daisy Ridley e al solito Jamie Foxx; da Patrick Wilson (figlio di un’insegnante di canto, è il cantante e batterista dei The Wilson Van insieme anche ai fratelli Mark e Paul con i quali si esibisce di tanto in tanto per scopi benefici proponendo cover di classici rock e anche brani originali con ottime capacità tecniche e impetuose dosi di energia tra blue collar, rock mainstream e un pizzico di country & southern), Alec Baldwin e Hugh Jackman, fino alla simpatica e corpulenta Mellissa McCarthy, Antonio Banderas (già El Mariachi in Desperado dove, oltre a simulare immensa perizia alla chitarra, affiancava i grandi Los Lobos anche nella Canción del Mariach per la colonna sonora), Chris Pine (apparso anche nel video di Queenie eye di Paul McCartney), il poliedrico Seth MacFarlane (già autore nel 2011 dell’album Music os better than words e nel 2014 del seguito Holiday for swing con una miscellanea commerciale di pop, swing e jazz da big band Sinatra’s style, dove suonava anche il piano) e Anthony Newley (duetto soltanto virtuale, alla luce della scomparsa del grande cantante, autore e autore britannico con una ventina di album all’attivo).

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A metà strada, invece, la posizione di John Travolta e Olivia Newton John visto che solo la seconda arriva al grande schermo direttamente come star della canzone australiana. L’attore ed ex ballerino del New Jersey, invece, è più pertinente alla nostra ricerca visto che quando nel 1976 incide il suo primo album eponimo (due anni prima aveva solo partecipato all’incisione di Over hare! come componente del cast del musical) aveva già preso il volo nel firmamento televisivo e cinematografico. Ovviamente, cavalca subito il boom personale derivato da La febbre del sabato sera incidendo Can’t let you go nel 1977 e Travolta Fever dodici mesi più tardi. Ma sarà solo Grease e l’incontro con la Newton John a far esplodere il “travoltismo”, anche attraverso le puntine dei giradischi con una colonna sonora da record: 25 milioni di copie vendute, primato assoluto nella categoria soundtrack e il brano You’re the one that I want al vertice di tutte le classifiche. Inspiegabilmente ma con grande e realistica dignità, però, Travolta cavalca poco questa strada e, lasciatosi alle spalle anche ben venti singoli (seguiranno solo Never gonna fall in love again nel 1980 e la chiara “marchetta” I thought I lost you con Miley Cyrus nel 2008), si limita a pubblicare solo The road to freedom (album realizzato per Scientology nel1986), più le collection Let her in: The Best of dieci anni dopo e The Collection nel 2003. Un semplice e teatrale interprete di cassetta, per famiglie e adolescenti, che si limita a incarnare sogni repressi con una commerciale miscela di pop, soft rock, disco e sapienti spruzzatine black.

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Un percorso simile, anche se artisticamente ben più significativo e impegnativo, a quello seguito da Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon che, per interpretare Johnny Cash e June Carter in Quando l’amore brucia l’anima (Walk the line), non si sono limitati alla recitazione, ma ci hanno messo qualcosa in più anche con l’ugola. Per la cronaca, il ruolo di Waylon Jennings nel film viene affidato al figlio Shooter Jennings. Sotto la sapiente produzione del grande T-Bone Burnett, dunque, il portoricano di nascita Phoenix interpreta (bene) sette classiconi del repertorio del “Man in black” (Get rhythm’, I walk the line, Ring of fire, Cry cry cry, Folsom prison blues, Home of the blues e Cocaine blues), mentre alla bionda di New Orleans rimangono Wildwood flower e Jukeboxe blues, oltre ai duetti Jackson e It Ain’t Me Baby. Nonostante le ottime doti di base e i premi ricevuti, la carriera musicale di Phoenix si ferma qui, mentre la Witherspoon si regala ancora un cameo al fianco di Michael Bublè in Something stupid nell’album di duetti To be loved.

Il minuscolo Rick Moranis dalle tragedie famigliari e dalla carriera sfortunata, invece, non è mai andato oltre lo strano, ma sfizioso, album country con testi comici The agoraphobic cowboy del 2005. Tralasciando, infatti, le esperienze puramente ludiche e recitative nei panni di Bob and Doug McKenzie (The great white North del 1981 e Strange brew OMPS due anni più tardi), si concede pudicamente anche You, me, the music and me nel 1989 e My mother’s brisket & other love songs nel 2013, benché molti lo ricordino soprattutto per le incursioni nelle colonne sonore de La piccola bottega degli orrori (presente in sette brani del musical che lo vedeva protagonista nel 1986 con il ruolo di Seymour Krelborn) e, undici anni più tardi, anche di Muppets tonights con un gruppone di pupazzi e colleghi artisti.

E un solo brano (Satisfaction) unisce le incursioni musicali di ben quattro attori di estrazione completamente diversa. A partire dal britannico David McCallum, già negli anni Sessanta apprezzato cantante con tanto di formazione classica e figlio di un popolare violinista: interpretò il pezzo degli Stones con oboe e corno francese nel 1966 nell’album Music a part of me. Justine Bateman, sorella del collega Jason Bateman e stellina di Casa Keaton con Michael J. Fox, nel 1988 è invece protagonista, accanto a Liam Neeson, proprio del film Satisfaction (Femmine sfrenate). La pellicola, diretta da Joan Freeman, la scopre scatenata e convincente come cantante alla guida dei Mystery nei quali la sua finta bassista è Julia Roberts, 20enne appena al secondo film. Anche l’attrice messicana Alejandra Guzman si è fatta notare per aver inserito il brano degli Stones nel suo album Dame tu amor del 1988, mentre ben 17 anni prima il collega James Darren (James William Ercolani), italo-americano di Philadephia noto soprattutto per il suo ruolo ne I cavalloni (film culto del 1959 che lo vedeva protagonista insieme a Sandra Dee) aveva già inserito il classicone nel disco Mammy blue. Una scelta fatta anche dall’attrice e doppiatrice Phyllis Diller che propone la sua cover dentro Golden Throats 2, diversamente dallo stile recitativo e sorprendente scelto da Bill Cosby (vedi puntata numero 2) in Bill Cosby sings hooray for the salvation army band! nel quale regalava versioni dissacranti di celebri brani.

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Lo sfortunato Michael J. Fox, da sempre appassionato chitarrista con tanto di epica scena in Ritorno al futuro nella quale anticipava Johnny B. Goode mimando anche un assolo torrenziale davanti al pubblico stupito (compreso un “certo” Marvin Berry, subito pronto per telefonare al cugino Chuck e avvisarlo di aver finalmente trovato il sound che cercava da tempo…), si trasforma in musicista e cantante al fianco di Joan Jett (fondatrice delle Runaways e poi solista, ma nuovamente leader anche di Evil Stig e Blackhearts) in Light of day, ispirata da un brano di Springsteen allora ancora inedito e donato dal rocker di Freehold al regista Paul Shrader, quale parziale “risarcimento morale” per avergli soffiato il titolo Born in the U.S.A.. Fox, spesso ospite sul palco di numerose rockstar con la sua chitarra, anche dopo la malattia è apparso con coraggio nell’ambito del Light of Day Benefit in scena ormai da quasi quindici anni ad Asbury Park, NJ, per raccogliere fondi proprio per la ricerca contro il Parkinson. Nell’ambito degli eventi organizzati dalla sua fondazione personale, inoltre, si è esibito tra i tanti anche con Paul Simon, John Fogerty, gli Who, Melissa Heteridge e i Coldplay.

E lasciamo da parte anche i camei sul grande schermo di straordinarie band come i Blasters dei fratelli Alvin (nel B movie Streets of fire di Walter Hill), gli ZZ Top (in Ritorno al futruo Parte III), John Cafferty & the Beaver Brown Band (diventati Eddie & the Cruisers nell’omonima pellicola di Martin Davidson che portò ad un bis e ad almeno tre album, ma sempre con prezzemolino Michel Parè nel ruolo di “finto” frontman) o di singoli eroi come i compianti Clarence Clemons o B.B. King, abituali frequentatori di fiction e sit com nei panni di loro stessi. Senza dimenticare il grande Robert Cray, passato dalla chitarra elettrica al basso (e non accreditato ufficialmente…) quale componente di Otis Day & the Knights che in Animal House animavano i “toga party” dei Delta con DeWayne Jessie, fratello di Young Jessie dei Coasters, nei panni del carismatico frontman. Tanto, la strada al contrario era già stata tracciata anche da Elvis e Dylan soprattutto, Beatles e Stones invece a modo loro, senza dimenticare la straordinaria voce di Dana Fuchs (diventata Sadie in Across the universe), prezzemolino Bon Jovi e persino Norah Jones.

Huey Lewis, orfano dei suoi News e di un gustoso mix di r’n’b, rock e pop con ampio uso di fiati, era invece già stato reso popolare dalle colonne sonore di Ritorno al futuro (The power of love e Back in Time, nonché vincitore di una causa per plagio contro Ray Parker Jr, autore di Ghostbusters) prima di disimpegnarsi molto bene in pellicole come America Oggi di Robert Altman e soprattutto Duets, ambientato nel mondo delle gare di karaoke. Ma altri veri attori, nella stessa pellicola, si sono impegnati per interpretare i brani della colonna sonora: da Arnold McCuller (Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, eccellentemente eseguita addirittura a cappella in versione soul/gospel) a Gwyneth Paltrow (Bette Davis eyes, successo di Kim Carnes, Cruisin’ di Smokey Robinson e Just my imagination); da Paul Giamatti (Try a little tenderness, classicone Stax portato al successo da Otis Redding e Hellow, It’s me di Todd Rundgren) alla pluripremiata Maria Bello (I can’t make you love me di Bonnie Raitt e Sweet dream degli Eurythmics), fino al prematuramente scomparso John Pinette (Copacabana di Barry Manilow).

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E qui tocca alla Paltrow il ruolo più rilevante perché, alla fin fine, la sua carriera conta ben una trentina di singoli, benché tutti usciti per “dovere di pellicola”. Ossia, inseriti all’interno di colonne sonore. La serie prende il via nel 1991 con Silent Worship interpretata insieme al collega Evan McGregor e, per ora, nel 2015 con Everglow con i Coldplay dell’ex marito Chris Martin. In mezzo, tra un duetto con Sheryl Crow e uno con Holly Williams, soprattutto incisioni uscite tra il 2010 e il 2011 dalla sua partecipazione come guest star ad alcuni episodi della serie televisiva della Fox, Glee, interpretando la supplente Holly Holliday: Forget you di Cee Lo Green, Kiss di Prince, un mash-up tra Singin’ in the rain e Umbrella di Rihanna, una versione acustica di Landslide dei Fleetwood Mac, Turning tables di Adele e Do you wanna touch me di Joan Jett. Nello stesso periodo, insieme al coprotagonista Garret Hedlund e a Leighton Meester, prende lezioni di canto e chitarra per interpretare Country strong che la vedrà protagonista di ben sei esecuzioni, contro le ben sette del collega, insieme a numerose star di secondo piano della scena di Nashville. Nel 2011, inoltre, duetta anche con Matthew Morrison nell’album d’esordio eponimo della star di Glee nel classico Somewhere over the rainbow, vecchio successo della solita Judy Garland. Nell’album dell’artista, già forgiato dalle interpretazione di musical (da Footlose al Rocky Horror Show e Hairspray), appaiono anche Sting in Let your soul be your pilot e sir Elton John in Lisas and mad hatters e Rocket man per un riscontro di pubblico che gli permetterà di doppiare l’esperienza nel 2013 con Where it all began.

Infine, ritornando a Evan McGregor, ci troviamo a fare i conti con un’ampia produzione di singoli da colonna sonora, iniziati nel 1996 con Choose Life – PF Project (Trainspotting), proseguiti nel 1998 con Gimme danger e TV Eye degli Stooges di Iggy Pop (Velvet Goldmine), per essere quasi chiusi nel 2001 con la colonna sonora di Moulin Rouge: Come what may ed Elephant love medley (entrambi con Nicole Kidman), Your song ed El Tango de Roxanne. Here’s to love lo vedrà invece al fianco di Renee Zellweger per la pellicola Abbasso l’amore, prima di contribuire nel 2006 con The sweetest gift all’album Unexpected Dreams: Songs from the Stars, realizzato proprio per concretizzare o “sogni di gloria alternativi” da parte di alcune stelle di Hollywood, affiancate dalla Los Angeles Philarmonic: vi troviamo infatti anche Summertime di George Gershwin (di nuovo Scarlett Johansson), In my daughter’s eyes (Taraji P. Henson), My heart is so full of you (Jennifer Garner di CSI), Make you feel my love di Bob Dylan (addirittura il premio Oscar Jeremy Irons), Lullabye (Goodnight, my angel) di Billy Joel (John Stamos, sorprendente percussionista e anche chitarrista, più volte sul palco insieme ai Beach Boys), Little child (Lucy Lawless, la valchiria neozelandese ex Xena: principessa guerriera, passata anche attraverso musical di Broadway come Grease e protagonista di alcuni concerti “sold out”, fatti anche di materiale autografo contenuti in Come 2 me e immortalati in un cd live e ben quattro dvd), The wish song (la giunonica Marissa Jaret Winokur), The greatest discovery di Elton John (Eric McCormack, star di Will & Grace), No one is alone (Victor Garber, a sua volta nato come folk singer con i Sugar Shoppe che ottennero tra il 1967 e il 1968 alcune presenze nella Top 40 canadese, suonando anche all’Ed Sullivan Show e al The Tonight Show starring Johnny Carson), Nightshift (Julia Louis-Dreyfus, resa famosa dal solito Saturday Night Live e Seinfeld), Golden slumbers dei Beatles (Nia Vardalos de Il mio grosso, grasso matrimonio greco), Lullabye in ragtime (il sorprendente John C. Reilly, pupillo di Brian De Palma, spesso in tour con i suoi John C. Reilly & Friends, ma già apparso insieme a Giovanni Ribisi e Winona Ryder in un video della Jon Spencer Blues Explosion, interprete di due brani per l’album Rogue’s Gallery: Pirate Ballads, Sea Songs and Chanteys, Fathom the bowl e My son John. Nel 2007 arrivano anche una nomination ai Grammy e un tour per la colonna sonora della biopic parody Walk Hard: The Dewey Cox Story, mentre nel 2011 addirittura Jack White gli produce con la sua etichetta alcuni singoli, realizzati con Tom Brosseau e Becky Stark. Infine, camep anche in un video dei Beastie Boys, mentre il presigioso Railroad Revival Tour con Willie Nelson & Family, Band of Horses e Jamey Johnson era stato cancellato) e infine Good night ancora dei Fab Four (Teri Hatcher, ex Lois Lane e Desperate wives).

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E, se Ribisi in vista sua ha cantato poco ma rimane comunque figlio di musicista, cognato di Beck, già compagno di Cat Power e anche protagonista di un video dei Kane, l’altalenante e tormentata Winona Ryder (al secolo Winona Laura Horowitz) merita un’altra vasta citazione non solo per aver interpretato il ruolo di Myra Gale Brown. Il padre musicista e cugino di Jerry Lee Lewis viene invece interpretato da Joe Doe degli X, mentre nella pellicola c’è spazio anche per il folle Mojo Nixon e per il talentuoso Jimmy Vaughan, fratello del compianto genio Stevie Ray e già leader dei Fabulous Thunderbirds. La baby sposa del Killer nel biopic Great ball of fire con Dennis Quaid (che, a sua volta, interpreta Crazy arms con lo stesso JLL) va inoltre segnalata se non altro per aver preso il cognome d’arte dal grande Mitch Ryder, leader dei Detroit Wheels e “padre” del blue collar rock, ispiratore dichiarato di Bob Seger, John “Cougar” Mellencamp (altro cantante approdato davanti ma, soprattutto, dietro la telecamera visto il suo ruolo anche di regista per Falling from Grace, scritto da Larry McMurtry, dove curò anche la colonna sonora insieme a un gran numero di musicisti di lusso: da Lisa Germano a Nanci Griffith, da John Prine a Dwight Yoakam. A lui, infine, era stato anche offerto il ruolo in Thelma e Louise poi andato a un giovane Brad Pitt…), Ted Nugent e anche Bruce Springsteen che, non a caso, utilizza la sua versione di Devil with the blues dress fin dalla fine degli anni Settanta nell’ambito del torrenziale e attesissimo Detroit Medley.

Vogliate gradire!

(continua)

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.