L’avventurosa vita di Édith Piaf , il “passerotto”

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La sua vita è stata avventurosa fin dai primi istanti: era nata su un marciapiede di Parigi ed era cresciuta in un bordello. Eppure è riuscita a diventare un mito immortale: certe sue canzoni, a cominciare da La vie en rose, continuano a essere nelle orecchie di tutti. Registrata all’anagrafe come Édith Giovanna Gassion, assunse il nome d’arte di Édith Piaf (che in argot significa “passerotto”).
Per chi volesse conoscerla meglio, consiglio la bella biografia di David Lelait-Helo (pubblicata tre anni fa per la collana Le Comete delle Edizioni Lindau), che scava a fondo nella storia di questa straordinaria cantante, morta a soli 47 anni il 10 ottobre 1963. Il libro chiarisce anche il mistero della morte, infatti ovunque troverete la data del giorno successivo, cioè l’11. Édith in effetti morì a Grasse il 10, ma il suo desiderio era morire a Parigi, così nella notte l’ultimo marito la riporta nella capitale dove, la mattina dell’11 ottobre, viene annunciata la sua scomparsa.
Dalle strade di Parigi, alle bettole, ai postriboli, ai locali più eleganti ed esclusivi del mondo: la sua è stata una vita straordinariamente ricca e feconda. È stata la musa ispiratrice di moltissimi compositori, compositrice essa stessa, scopritrice di numerosi giovani talenti (per citarne alcuni, Yves Montand, Charles Aznavour, Eddie Constantine), attrice di cinema e teatro.
Una carriera folgorante e una vita consumata tra eccessi, alcol e droghe, povertà estrema e ricchezza sperperata, amicizie (tra tutte quella fraterna con Marlene Dietrich) e amori vissuti senza risparmio, lutti (la figlia morta ad appena due anni; il suo amore più grande vittima di un incidente aereo; il suo primo impresario assassinato in circostanze misteriose…) dolori, sofferenze, tre incidenti d’auto, la malattia che l’ha consumata; un carattere difficile, passionale, dispotico, generoso; due mariti, moltissimi gli amanti e gli amori travolgenti, Édith non poteva star sola ed era felice solo quando era innamorata.
Morì dilaniata dal cancro, dalla cirrosi, con fegato e pancreas spappolati. Per l’ultimo concerto, all’Olympia (autunno 1962) si presentò sul palco con i capelli arancione che lasciavano scoperte ampie zone calve. Era in pantofole e si muoveva a fatica a causa dell’artrite. Eppure cantò fino all’ultimo Non, je ne regrette rien… (“No, non rimpiango nulla”).

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".