Cocaina e amicizia, la storia incredibile di Niccolò Agliardi

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Stimato autore del panorama musicale italiano, cantautore con quattro dischi alle spalle, e dal 6 ottobre scorso anche scrittore. Niccolò Agliardi ha voluto dare vita al suo primo romanzo: Ti devo un ritorno (Salani). Una storia affascinante e dannatamente reale che ha rovinato la vita di molte persone nelle isole Azzorre. Un fatto di cronaca che ha colpito in modo indelebile Agliardi, tanto da spingerlo, oltre che con parole su carta, fino all’isola, per conoscere e osservare la situazione molti anni dopo. Un disastro che incontra le vite di Vasco e Pietro, i due giovani protagonisti che proprio sull’isola daranno vita ad una storia d’amicizia. Ma Agliardi non si è fermato a questa veste inedita, ha infatti composto per la terza edizione la colonna sonora di Braccialetti Rossi 3, in onda dal 16 ottobre su Rai 1.

Da sempre autore e cantautore, quando arriva la necessità di scrivere un romanzo?
Qualche volta scrivere una canzone è limitante. Stavo pensando al romanzo già da un pezzo ma aspettavo una storia giusta per poter uscire dai limiti, finché non l’ho avuta ho trovato fantasie all’interno dei miei limiti. Poi quando è arrivata questa storia incredibile ho pensato che anche volendo in una canzone non ci stava. Troppo lunga, articolata, fantasiosa, avrebbe superato qualunque tipo di frontiera, non poteva stare concentrata in tre minuti e mezzo. La storia è nata perché era quella giusta, quando l’ho sentita la prima volta raccontare ho pensato che valesse la pena crearci attorno una parte del mio mondo, partire da un fatto di cronaca e costruire una storia credo di grande amore fraterno, di grande alleanza tra due giovani uomini, uno di 19 anni e uno di 31, che hanno incrociato i loro occhi, si sono voluti molto bene e hanno cercato di aiutarsi uno con l’altro.

Come la tua forte e particolare amicizia con Brando Pacitto (i due hanno vent’anni di differenza, ndr) ha influenzato Ti devo un ritorno?
Ti dico che per esempio Brando mi ha aiutato a fare tutti i dialoghi romani di Vasco. Il protagonista ha una cadenza italo-portoghese con forte cadenza romana, durante la scrittura dei dialoghi tra Vasco e Pietro, non essendo romano e non conoscendo bene il dialetto, ho pensato che solo il mio fratellino acquisito (Pacitto, ndr) avrebbe potuto aiutarmi. Quindi alla fine i dialoghi di Vasco hanno molto della penna di Brando, però Vasco non è Brando. Indubbiamente la mia amicizia con lui e in generale il rapporto che ho creato con i ragazzi di Braccialetti Rossi mi ha aiutato a scrivere la storia.

Perché ti ha colpito questa notizia di cronaca?
Il mondo è pieno di belle storie. Giuste, ingiuste, clamorose, affascinanti
. Molto spesso alcune non sono raccontate perché non trovano spazio, per cui quando ho sentito questa storia ho pensato che era un peccato mettere a tacere un naufragio, che ha anche del fantasioso, questa goffaggine di un italiano che ha generato tanto disordine altrove.

Cos’è successo esattamente?
Un italiano, trasportando quasi 1000 kg di cocaina dal Venezuela all’Europa, per colpa di un guasto al timone del suo katamarano, si trova a naufragare nell’Oceano Atlantico per molti giorni, senza acqua né viveri. Quando arriva in prossimità delle Isole Azzorre chiede aiuto ma per farlo deve liberarsi del carico. Lo nasconde nelle grotte, negli anfratti e in fondo al mare, la mattina dopo però le correnti e le reti dei pescatori portano tutta la cocaina sulla spiaggia, lì avviene un inferno perché tutti iniziano a usare la droga. L’italiano che porta la disfatta su un isola portoghese mi ha affascinato, soprattutto per quello che poi ha generato.

Hai voluto andare sull’isola per vedere con i tuoi occhi la situazione. Com’è oggi?
Ci sono ancora efffetti, molti rgazzi sono ancora deturpati dalla dipendenza

Come ti sei avvicinato all’esperienza della fiction Braccialetti Rossi?
Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, due produttori di Palomar, avevano individuato i punti forti della serie spagnola tra cui la forte presenza delle canzoni per voltare pagina tra una apnea e l’altra. Così mi hanno chiesto se mi sentissi all’altezza, in quel momento avevo voglia di uscire dai parametri dell’autorato più puro, per i grandi nomi. Avevo voglia di mettermi in discussione. Così è nata questa storia di cui mi sento parte integrante, di grandi alleanze, di crescita.

Come ti sei approcciato alla scrittura della colonna sonora?
Con rispetto nei confronti della storia, dell’alfabeto dei ragazzi, del loro sentire, con molte chiacchierate e vivendo con loro. Vivi cinque mesi all’anno in Puglia sul set, poi li senti tutti i giorni, ti chiamano per chiederti i consigli d’amore, di vita, di scuola, cominci a conoscere un mondo che deve essere molto rispettato, tutelato, a cui devi anche voler bene perché altrimenti non lo capiresti. Quando hai vent’anni in più alcune cose ti sembrano sciocche, completamente inopportune, però poi pensi “Io forse vent’anni fa facevo pure peggio“.

Hai voglia di scrivere musica tua?
La voglia c’è ma non è proprio questo il momento. Non ho la testa. Questo libro è stato un anno di lavoro, di silenzi, di confronti, di errori, perché scrivere una pagina e buttarne via due non mi capitava da tanto. Con le canzoni ho preso dimestichezza, per cui so sempre dove vado quando scrivo una canzone, difficile che mi sorprenda completamente. Nel romanzo mi sono sorpreso più di una volta. Ma non sono stato da solo, merito va anche alla mia editor Cristina Olati che ha vigilato passo per passo. Tutte le sere chiamava e mi chiedeva: “Hai scritto?”, magari non avevo ancora scritto niente e quindi avevo paura della sua telefonata (ride, ndr). Poi Andrea Amato ha supervisionato tutta la parte di cronaca. Sapere che loro ci fossero mi garantiva disciplina.

Sei soddisfatto?
Tantissimo.

Del libro?
E’ la cosa più bella che ho fatto fino ad’ora.

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Matilde Ferrero
Vent'anni e un corso di studi a Milano. Soffro di Londonite da quando ho passato tre mesi nella capitale britannica e poi ho dovuto lasciarla. Una volta ho incontrato Paul McCartney, ma non l’ho riconosciuto.