La favola di Bob Dylan

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Quasi cinquantacinque anni fa, il 20 novembre 1961, Bob Dylan entrò in sala per incidere il suo primo album. Intitolato semplicemente col suo nome, sarebbe uscito il 19 marzo 1962. Quel disco Dylan lo registrò in tre soli pomeriggi spendendo una somma irrisoria: 402 dollari. Passò praticamente inosservato e se la sua casa discografica, la Columbia, avesse ragionato come si fa adesso, probabilmente non gli avrebbe offerto una seconda possibilità e oggi il mondo non conoscerebbe il suo genio.

Il critico americano Alan Light ha scritto: «Bob Dylan, il disco con la foto di un artista ventenne dal viso dolce e paffuto, conteneva due sole canzoni originali ma sprigionava tale forza e maturità nelle interpretazioni vocali di blues che tutti gridarono subito al fenomeno. Parlare male della sua caratteristica voce, nasale e insistente, è stato il passatempo preferito di pubblico e critica lungo l’intera carriera dell’arista ma ancora oggi sbalordisce ascoltare come un giovane borghese del Midwest abbia saputo abbordare con tanta grinta e disperazione un pezzo di storia come See that my grave is kept clean di Blind Lemon Fefferson».

Bob_Dylan_-_Bob_DylanI due brani di sua composizione sono Talkin’ New York e Song to Woody. Il primo pezzo parla del suo impatto con New York, in particolare delle difficoltà nel trovare lavoro nelle cosiddette “basket house” (chiamate così perché il musicista dopo la performance passava tra il pubblico con un cestino per raccogliere offerte). Song to Woody invece è dedicata al suo idolo Woody Guthrie (Dylan cita anche Cisco Houston e Leadbelly, altri artisti che lo hanno influenzato). La melodia è presa pari pari da 1913 Massacre, pezzo scritto e registrato dallo stesso Guthrie nel 1941. Le altre 11 canzoni sono cover, in particolare di brani tradizionali riarrangiati dallo stesso Dylan: uno di quei pezzi oggi è molto famoso, si tratta di The house of the rising sun, di cui esistono centinaia di versioni (quella più famosa la fecero gli inglesi Animals nel 1964).

Per capire come funzionavano le cose all’epoca, sarà bene ricostruire brevemente la storia di Dylan: a 19 anni lasciò l’università del Minnesota per trasferirsi a New York, dove arrivò nel gennaio del 1961. Qui si buttò a capofitto nell’animata scena folk del Greenvich Village, entrando in contatto con muscisti come Ramblin’ Jack Elliott, Dave Van Ronk, Phil Ochs e Joan Baez, con la quale avrebbe vissuto un’appassionata love story. Grazie a una recensione molto positiva pubblicata dal New York Times, fu chiamato a suonare l’armonica per il terzo album della cantante folk Carolyn Hester, prodotto dal mitico John Hammond. Che notò il talento di quel ragazzo di appena vent’anni e gli fece avere un contratto con la Columbia: a novembre era già in studio…

Ve la immaginate oggi una storia del genere? Ve lo immaginare Bob Dylan fare i provini per Amici o X-Factor? Sicuramente non avrebbe superato nemmeno la selezione preliminare. E mettiamo il caso che nonostante questo fosse stato così fortunato da trovare una major disposta a fargli incidere un album, dato lo scarso successo commerciale del disco d’esordio nessuno gli avrebbe offerto una seconda possibilità. E allora addio The freewheelin’ Bob Dylan, The times they are a-changin’ e tutti i capolavori che sono seguiti.

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".