Bob Dylan all’esame di maturità? Per i prof. è soltanto uno “strafatto”

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Pochi mesi fa ho portato una tesina su Bob Dylan agli esami di maturità. Ma per la scuola era solo uno strafatto e dunque poco degno di considerazione, tanto da scivolare nel dimenticatoio nemmeno sessanta secondi dopo essermi seduto di fronte alla commissione. Ieri Dylan ha vinto il Nobel per la letteratura, dopo che il suo nome era rimbalzato per anni tra i papabili vincitori dell’ambito Premio. Era rimbalzato talmente tante volte senza successo che in fin dei conti nessuno ci sperava più. Sembrava quasi una chimera fino a ieri mattina.
Oggettivamente, comunque, questo è una sorta di premio alla carriera e non a quello che Dylan ha proposto nell’ultimo biennio, tutt’altro che memorabile. Basti pensare che non esce fuori un pezzo scritto da lui dal lontano 2012. Quattro anni. Un’eternità se parliamo del rivoluzionario più rivoluzionario di tutti nel mondo della musica. E anche della letteratura, da ieri. Ma forse non solo da ieri.
Il Nobel a Dylan ha diviso in due l’opinione pubblica: chi crede che il premio sia arrivato sin troppo tardi e chi crede che musica e letteratura siano linee parallele destinate a non incrociarsi mai. Il ragionamento di quest’ultima corrente – rispettabile, per carità – mi ricorda per certi versi il pregiudizio che a giugno ebbero i miei insegnanti.
A chi dice che musica e letteratura siano scisse (potremmo discuterne per ore e nessuno avrebbe ragione), vorrei dire che Dylan non vince un premio Nobel perché fa un accordo meglio di un altro. Lo vince perché scrive su carta, traducendo poi in musica, ciò che ha cambiato la storia. Ma scrive. Mischia il sangue e l’inchiostro e si fa portavoce di un modo di fare cultura che le sue parole hanno cambiato.
Questo non vuole essere un saggio sulla canzone di Dylan: c’è gente molto più preparata del sottoscritto. Semmai è un modo per spiegare come “le nuove espressioni poetiche” per cui Dylan è stato premiato con il Nobel altro non sono che la capacità che solo un artista inconsapevole come lui potesse riuscire a scardinare il muro che si era creato tra musica e letteratura.
È un modo per spiegare che probabilmente non tutti hanno avuto bisogno della sua musica. Non tutti hanno avuto bisogno della sua voce (parecchio opinabile, se vogliamo). Ma tutti abbiamo avuto bisogno delle sue parole e dei suoi testi. E ne avremo bisogno ancora.

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Marco Fornaro
Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.