Little Steven riunisce i Disciples of Soul dopo 25 anni e torna band leader a Londra per una sera

Il “Miami” Steve Van Zandt della E Street Band, alter ego musicale preferito di Bruce Springsteen poi diventato anche attore e produttore di successo, il prossimo 29 ottobre indosserà nuovamente i panni da pirata “a tempo pieno” per salire nuovamente sul palco da assoluto protagonista all’Indigo at the O2 di Londra dopo cinque lustri di latitanza

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Foto di Daniele Benvenuti

Little Steven è ufficialmente tornato al comando della sua ciurma di talentuosi svitati e, pur senza aver la minima intenzione di abbandonare nuovamente la potente flotta dell’ammiraglio Springsteen, ha deciso di farsi una mini crocerina in acque meno tempestose, rispolverano dalla darsena la goletta di un tempo.

“Il Pirata”, dunque, ha rintracciato nelle varie taverne e nei prevedibili bordelli della filibusta gran parte dei suoi Disciples of Soul e, dopo 25 anni, torna a indossare i panni di band leader grazie a una data unica (per ora) prevista per il 29 ottobre prossimo nella bomboniera Indigo at the O2 di Londra

I poco più di duemila biglietti disponibili sono stati messi in vendita, quasi in sordina, esattamente alle 9 di ieri mattina. Ne rimangono, ormai, solo una manciata perché l’evento, annunciato clamorosamente a meno di tre settimane dal suo svolgimento, ha preso in contropiede un po’ tutti. Annunciato come unico concerto europeo dell’anno e in assenza anche di ulteriori indicazioni su eventuali date Usa future, si può ben capire lo scompiglio provocato nel folle universo degli springsteeniani irriducibili. Senza dimenticare tutti gli appassionati di r’n’b, soul e r’n’r delle origini e delle cantine che, dal 2002, hanno trovato nuova linfa vitale e antiche passioni nel suo originale show radiofonico Little Steven’s Underground Garage, trasmesso settimanalmente da oltre duecento stazioni radio statunitense e molte emittenti internazionali. Con puntate regolari anche quando il Nostro si trova in tour o in pieno stress da riprese televisive.

“Miami” Steve Van Zandt, diventato strada facendo Little Steven ma nato Steven Lento (uno dei numerosi elementi della E Street Band a vantare concrete origini italiane, giacché il cognome deriva della madre calabrese Mary, originaria di Sambiase, vicino a Fiumefreddo Bruzio nel Cosentino e che solo in seguito avrebbe “ereditato” il più noto cognome attuale dal patrigno olandese), ha dunque deciso di riunire i pirotecnici DoS e di ripresentarsi nuovamente su un palco da “band leader” dopo cinque lustri di progetti paralleli. Tutti vincenti, c’è da aggiungere. Non che nel frattempo si sia propriamente girato i pollici, infatti, considerati anche i cinque album pubblicati con la bandana da pirata e l’armamentario di ninnoli che aveva iniziato a portarsi dietro nei primi anni Ottanta (prima di uscire volontariamente e in piena armonia dal team degli E Streeters a pochi mesi dal successo planetario di Born in the Usa, rinunciando al tour promozionale negli stadi dopo aver comunque collaborato in studio di registrazione e venendo da Bruce omaggiato più o meno esplicitamente con il brano Bobby Jean e la dedica “Buon viaggio, mio fratello Little Steve” in copertina), andando a caccia di esperienze soliste caratterizzate anche da un forte impegno politico e dandosi da fare anche in altri ambiti con enorme successo personale.

Lo show è previsto nella bomboniera Indigo che affianca, a sua volta, la mastodontica O2 Arena, (nome sponsorizzato della North Greenwich Arena), situata all’interno dell’immenso e futuristico salone espositivo The  O2. Il concerto costituirà uno degli eventi principali dell’ormai tradizionale Blues Fest che da venerdì 28 (evento di punta l’ormai esauritissimo Bill Wyman’s 80th Birthday Gala) a domenica 30 (imperdibile serata a due tra Van Morrison e Jeff Beck con siti alternativi riservati a Walter Trout e The Strypes) attirerà a Greenwich decine di migliaia di appassionati. Per la verità, l’annuncio della data in questione ha rischiato di provocare qualche problema diplomatico visto che, alle 19 dello stesso sabato (questo l’orario d’inizio standard delle serate Oltremanica), dovevano già andare in scena nella O2 Arena i beniamini di casa Bad Company (supergruppo capitanato da Paul Rodgers e composto da ex componenti di Free, Mott the Hoople e King Crimson) e, di seguito, anche l’amicone e collega di sei corde da Jersey Shore, Richie Sambora che sta a Jon Bon Jovi più o meno come Steve stesso sta a Bruce.

Un rischio subito accantonato dalla comunicazione, fornita anche da parte dello stesso artista, secondo la quale Little Steve non salirà sul palco prima delle 23 per non creare una sorta di concorrenza sleale agli amici già in stage (e anche agli spettatori che, a distanza di poche decine di metri soltanto, decideranno poi di spostarsi negli spazi riservati al concerto di fine nottata).

Nato nel Massachussets, ma autentico “paisà” adottivo del New Jersey, Little Steven soprattutto nel biennio 1988-1989 aveva fatto dell’Italia la sua seconda casa tra concerti (spesso con la Treves Blues Band come open act), partecipazioni e produzioni discografiche, quando il fazzolettone da pirata in testa era ormai da tempo il suo marchio distintivo, ben più del vecchio baschetto, e gli accessori da zingaro lo rendevano una macchietta kitsch solo per osservatori superficiali. Tredici le date sostenute allora in tutta la penisola: partenza il 13 maggio da Modena e chiusura il 22 giugno a Finale Ligure con tappe intermedie a Varese, Firenze, Milano, Venezia, Torino, Roma, Maglie, Messina, Priolo e Porto Recanati con Taranto cancellata per problemi tecnici.

Una musica grezza ed elementare, la sua, ma anche di salutare efficacia e palpitante coinvolgimento emotivo con spiccate influenze soul e rhythm and blues. Ma se Men without women del 1982 è ormai un’imperdibile chicca da collezionisti nella quale aveva suonato anche il trio Federici-Tallent-Weiberg con Clarence Clemons ai soli contributi vocali, due ex Rascals e l’Asbury Park Sound arrivava dai fiati dei La Bamba’s Mamombomen (costola degli Asbury Jukes di Southside Johnny, fondati proprio da Van Zandt insieme a Johnny Lyon), il prosieguo viene caratterizzato da un impegno politico sempre più convinto ed estremo (talvolta anche impopolare) che parte da Voice of America nel 1984 e prosegue con Freedom-Compromise nel 1987 e Revolution nel 1989 per un progressivo scadimento della qualità, comprese alcune inquietanti “cadute” nel mondo dei synth e del pop tipicamente Eighties. Born again savage, a fine millennio, fu nuovamente un graditissimo colpo di testa ma, per ora, rimane l’ultimo album autografo del Nostro soprattutto a causa del rientro nella E Street Band, degli impegni radiofonici e imprenditoriali (Hard Rock Cafè, dice niente?), dello scouting appassionato e poi persino dell’imprevista e pluripremiata carriera televisiva. Prima come Silvio Dante nei Sopranos e poi, da protagonista assoluto, dalla sorta di spin off norvegese, l’esilarante Lylihammer (da lui prodotta, scritta e interpretata) nei panni di Frank Tagliano/Johnny Henriksen.

Senza dimenticare, tornando a metà anni Ottanta, la paternità del movimento Artists United Against Apartheid insieme ad altri illustri colleghi (da Springsteen e U2 a Dylan e Run DMC fino a Miles Davis, Herbie Hancock, Ringo Starr, Lou Reed, Peter Gabriel, Bob Geldof, Jackson Browne e Ronnie Wood) che portò anche al brano accusatorio Sun City (resort di lusso situato in un ghetto per persone di colore nel Sudafrica) con tanto di video diretto da Jonathan Demme.

Il concerto di Londra arriverà a poco meno di un mese dal 66esimo compleanno dell’artista che, Little Steven in omaggio a Little Richard e Miami Steve per la sua nota idiosincrasia al freddo, è sempre apparso più entusiasta in occasione delle sue colorite introduzioni in onore degli artisti ammessi nella prestigiosa Rock and Roll Hall of Fame, rispetto a quando l’onore toccò direttamente a lui insieme alla ESB.

Vogliate gradire!

Foto di Daniele Benvenuti
Foto di Daniele Benvenuti
Foto di Daniele Benvenuti
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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.