Attori che cantano (6): da Mary Elizabeth Mastrantonio a Tim Curry

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(… segue) E se la pur brava e duttile Mary Elizabeth Mastrantonio, già musa di Al Pacino in Scarface e di Tom Cruise con Paul Newman ne Il colore dei soldi, passata anche attraverso musical come West side story con tanto di album per Oh, Brother! del 1981 e Man of La Mancha del 2002, emerge soprattutto per i quattro brani interpretati nella colonna sonora di Limbo (Better of without you, You never can tell di Chuck Berry, The heart of Saturday night di Tom Waits e Dimming of the day di Richard Thompson), merita ritornare ancora su Nicole Kidman e Renee Zellweger, già menzionate nel corso della 5. puntata. La prima venne vocalmente “scoperta” alla luce del successo ottenuto da Moulin Rouge! (ruolo ottenuto grazie a un intenso lavoro con la vocal coach di Broadway, Mary Setrakian, che per prima ne segnalò le qualità e la “promosse” per quattro brani: Sparkling diamonds, One day I’ll fly away, Come what may e Elephant love Medley, gli ultimi due insieme ad Evan McGregor) e anche Robbie Williams la volle per il suo pezzo Somethin’ stupid, entrato nella Top Ten di 17 Paesi e numero 2 in Italia, Germania e Austria, nonché numero 1 in Europa, Nuova Zelanda e Inghilterra. Nel 2006 la pallida australiana, ex signora Cruise, registra anche una canzone presente nel film Happy Feet (al quale partecipa come doppiatrice), Kiss/Heartbreak Hotel con Hugh Jackman (a sua volta presente in quattro album tra il 1995 e il 2004 ma sempre e solo in ambito musical: La bella e la bestia, Oklahoma!, The Boy from Oz e Broadway’s Greatest Gifts: Carols for a Cure Volume V ) e nel 2009 per Nine (Unusual way).

L’altrettanto bionda ma dal peso più altalenante Zellweger, dal canto suo, oltre a essere stata moglie per circa quattro mesi del grande countryman moderno Kenny Chesney (alfiere del “no shoes, no shirt, no problems”) e poi fidanzata anche di Doyle Bramhall II (chitarrista e cantante degli Arc Angels, nonchè membro della Eric Clapton’s Band), ha bazzicato più i backstage delle sale di registrazione, ma meritava comunque un’altra citazione personale. Proprio come Dennis Quaid che, invece, guida persino una band (the Sharks) nella quale canta discretamente e suona la Telecaster con gustose esibizioni live basate su classiconi del rock. Dopo aver scritto e interpretato Closer to you per The big easy (1987), tra un aereo pilotato e un trofeo di golf, è anche apparso nel video di Bonnie Raitt per il brano Thing called love, interpretando se stesso sul palco quale special guest di un’esibizione della chitarrista dalla criniera rossa.

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Del resto, soprattutto all’apice dell’esposizione mediatica, un album o un cd non si negava e anche oggi non si nega mai proprio a nessuno. Come dimenticare, infatti, i ben poco gloriosi tempi di Leif Garreth, idolo delle adolescenti foruncolose e delle mamme nostalgiche con ben sei album all’attivo tra il 1977 e il 1998? Il livello è collocabile a metà strada tra Nikka Costa e Louis Miguel: figlio e fratello (si fa per dire) d’arte, nato Leif Per Nervik, già dal 1969 bazzicava inesorabilmente i set di sit com e telefilm di grande successo come Tre nipoti e un maggiordomo dopo l’esordio nel film Bob & Carol & Ted & Alice. Il passo alla sala di registrazione, addirittura con l’Atlantic, fu brevissimo e dopo l’esordio eponimo del 1977 arrivano puntuali repliche come Feel the need (che, nel 1978, conteneva anche il suo più grande successo: I was made for dancin’, coverizzato anche da Ilona Staller, visto anche il suo successo sul piccolo schermo italiano grazie alle sigle di L’altra domenica, La sberla e Il barattolo), Some goes for you (1979), Can’t explain (1980), My movie of you (1981) e la raccolta The Leif Garett Collection (1998, rientro dopo oltre tre lustri di oblio tra stravizi, problemi economici, cause legali e incidenti stradali) con canzoni men che mediocri sempre a cavallo tra dance, pop, mainstream rock e lentacci da doposcuola.28-1-scott-baio

Sit com, serial e fiction di grande successo, del resto, sono sempre state foriere di nuovi candidati per il microfono: da Happy days (ci provò con grande convinzione, ma senza particolari acuti, soprattutto Anson Williams, alias Potsie, che infatti nelle varie puntate interpretava spesso dei classici Fifthies con sguardo languido da crooner, ma anche Scott Baio, Chachi Arcola, che incise un album eponimo per la RCA nel 1982, bissandolo con The boys are out tonight e soprattutto il singolo How do you talk to girls?; e, infine, persino con Al Molinaro, Alfred Delvecchio, apparso anche nel video Buddy Holly dei Weezer) a La famiglia Bradford (nonostante gli svariati tentativi di Willie Haames, Tommy, soltanto la pluripremiata Betty Lynn Buckley, Abby, ha guadagnato ampi consensi con le sette note, ma sempre nel settore dei musical tra Londra e NYC, esprimendosi con disinvoltura anche in lavori di Bertold Brecht & Kurt Weill. Discorso a parte merita invece Ralph Macchio, il Danny LaRusso di Karate Kid e il Billy Gambini di Mio cugino Vincenzo, che in Crossroads, diventato Mississippi Adventures in Italia, biopic fantastico vagamente ispirato alla leggenda del crocicchio di Robert Johnson, come Eugene “Talent Boy” Martone finiva per giocarsi l’anima in un duello alla chitarra elettrica contro un luciferino Steve Vai, ma con i primi piani delle sue mani impostati su quelle ben più sapienti di Ry Cooder); da I Robinson (già detto di Bill Cosby, qui spicca soprattutto Malcom Jamal Warner, Theo, ospite dell’album di Tupac Shakur, The rose that grew from concrete, e direttamente protagonista nel 2003 di un Ep, The miles long mixtape, che bissa nel 2007 con l’album Love & Other social issues, prima di partecipare al video promozionale di Liberian girl di Michael Jackson. Lisa Bonet, Denise, è invece stata sposata con un giovane Lenny Kravitz e lo aiutò a incidere il suo primo album, Let love rule, scrivendo alcuni testi e dirigendo la clip del brano omonimo. Anche Robin Givens, ex signora Mike Tyson, Susanne ne I Robinson e Ann in Il mio amico Arnold, tra un pasticcio e l’altro ci ha provato furbescamente ma, per fortuna, si è limitata un’apparizione nel video di Toni Braxton per He wasn’t man enough) ad Harlem contro Manhattan (titolo originale Different strokes) dove lo stesso, sfortunatissimo, Gary “Arnold” Coleman aveva puntato anche nella direzione musicale ma senza andare oltre le apparizioni in video di Kid Rock, Slum Village e del wrestler John Cena.

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E se il massiccio Laurence “Mr T” Tureaud, reduce dal successo mondiale con A-Team e Rocky III, nel 1984 ha fatto la prevedibile puntata rap producendo l’album almeno educativo Mr. T’s Commandments, bissato da Mr. T’s be somebody Or be somebody’s fool, la collega Linda Carter (ex Miss World America e Wonder Woman) potè finalmente realizzare il suo sogno giovanile già nel 1978 con l’album Portrait, mentre At last del 2009 le regalò addirittura il sesto posto nelle classifiche di Billboard, seguito nel 2011 da Crazy little things e nel 2015 dall’Ep Fallout 4 – Original Game Soundtrack.

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Con Don Johnson (Miami Vice) alziamo parzialmente il tiro e non perché già torrido amante della famosissima groupie e musa rock Pamela Des Barres (Jimmy Page e Mick Jagger se ne ricordano bene…), ma in quanto leader della band psichedelica Horses a fine anni Sessanta (album eponimo del 1969, ripubblicato nel 2004 e nel 2005) e poi solista modaiolo nel 1986 con l’album Heartbeat e nel 1989 con Let it roll, dopo il duetto con Barbra Streisand per Till I loved you. Eric Estrada, il Ponch di CHiPs, si è invece saggiamente limitato ad apparire in alcuni video di Eminem, Bad ReligionButthole Surfers, ma almeno è stato onorato con il nome da una band di Santa Cruz: gli Estradasphere… David Soul, il sergente Ken Hutchinson di Starsky & Hutch, ha invece sempre avuto il songwriting sinceramente nel sangue, tanto da aver iniziato la carriera artistica in tv nel 1967, interpretando una canzone con una maschera da sci sul volto, prima di spiegare: “Mi chiamo David Soul e voglio essere conosciuto solo per la mia musica”. Dovette invece rassegnarsi a vivere di luce riflessa dalla popolarità come attore, nonostante nel corso degli anni Settanta abbia raggiunto per ben due volte la prima posizione nelle chart inglese e americana con i singoli Don’t give up on us e Silver Lady. Per lui ben cinque album tra il 1976 (eponimo, secondo in Uk e ottavo in Australia) e 1997 (Leave a light on): Playing to an audience of one, Band of friends e The best days of my life.

Nostalgici di Doris Day (che, tuttavia, aveva iniziato la carriera artistica come ballerina e, solo dopo un grave incidente stradale, ben prima di diventare attrice, era transitata con successo attraverso la musica e l’orchestra di Barney Rapp prima e quelle di Jimmy James, Bob Crosby e Les Brown poi, facendo incetta di premi e dischi tra il 1945 e il 1946) e Judy Garland (mamma di Liza Minnelli, fu una superstar tanto dietro al microfono e sul palco che davanti alla cinepresa), dobbiamo ammettere che persino Marilyn Monroe riusciva a disimpegnarsi molto meglio di tante altre star odierne, viene da dire, viste le ben più limitate (all’epoca) opportunità “tecnologiche” da utilizzare in studio di registrazione per rendere commerciabile la voce di chicchessia. Sarà stata forse la vicinanza con gli amici del Rat Pack (vedi 1. puntata), ma alla fine anche lei si regalò un sacco di esperienze canore più o meno ufficiali e note, mentre l’altrettanto scalognata ma ben più tornita Jayne Mansfield, scelta per sostituirla nei periodi di crisi, anche in questo caso ebbe minore fortuna.

E Ilona Staller e Traci Lords? La prima, che pur proveniva dalla radio “parlata” (si fa per dire…), ebbe anche alcune esperienze musicali, esibendosi per lo più in brani che usava per i suoi spettacoli con canzoni quasi sempre incentrate sul sesso. Fra le sue incisioni Muscolo rosso (inedito in Italia), Labbra, Buone vacanze, I was made for dancing, Pane, marmellata e me e numerose cover. Una produzione, la sua, che stupisce e inquieta: due album (eponimo nel 1979 e il già citato Muscolo rosso nel 1987) e ben otto singoli tra parlati grottescamente spaventosi (Voulez vous coucher avec moi?), prevedibili incursioni trash dance (I was made for dancing e, persino, una sacrilega rilettura di Save the last dance for me, storica perla soul battezzata da Ben E. King con i Drifters) e altre cialtronate come Cavallina cavallo/Più su sempre più su (riservato al colto mercato giapponese), Buone vacanze/Ti amo, Ska Skatenati/Disco Smack, Dolce cappuccino/Baby love e San Francisco Dance/Living in my Paradise/My Sexy Shop (picture disk in tiratura limitata…). Si dice che esistano persino dei “preziosi” inediti di Cicciolina ma, per ora, tale jattura è scongiurata, impedendo una sfida a distanza con la collega di orizzontalità Tracy Lords che in due soli anni di carriera tra il 1984 e il 1986, ancora minorenne, si era regalata non solo decine e decine di chilometri di pellicola, ma anche un futuro grazie al quale una decina di anni più tardi arriverà l’album 1000 Fires (1985, alcuni brani vennero utilizzati anche in film non più porno, ma comunque osceni, come Mortal kombat e Virtuality) e ben otto singoli (da Control del 1984 fino a He’s my bitch che chiude fortunatamente la serie nel 2012).

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Della carriera musicale di Matthew David McConaughey si sa fortunatamente poco, eccetto che iniziò la carriera nel 1991 proprio quale comparsa in vari videoclip. Meryl Streep offre invece una personale rivisitazione della rock star fallita in Dove eravamo rimasti? (Ricky & the Flash) e proprio nelle vesti di Ricky, alias Linda Brummel, alias Ricky Randazzo, diretta da Jonathan Demme si ispira alla suocera della sceneggiatrice Diablo Cody che aveva davvero suonato in una house band nel New Jersey. Affiancata dal cantautore australiano Rick Springfield (nel film è Greg, chitarrista e fidanzato di Ricky), si rifà parzialmente alla figura della grande Lucinda Williams che appare anche nella colonna sonora insieme al figlio della Streep, Henry Wolfe, e a Emmylou Harris. La Nostra, reduce dal polpettone Mamma Mia! dove già si era dedicata al microfono con notevoli riscontri soprattutto di pubblico, esce viva da palco e sala di registrazione grazie a perle come American girl (Tom Petty), Wooly Bully (Sam the Sham and the Pharaohs), la supercoverizzata e immensa Drift away, My love will not let you down (Springsteen) e Let’s work together (hit dei Canned Heat).

Anche Keanu Reeves ci ha provato con convinzione, suonando il basso e sdoppiandosi ai cori con i Dogstar dal 1991 (completavano l’organico il chitarrista e cantante Bret Domrose e il collega Robert Mailhouse, noto per il suo ruolo in Seinfeld, batteria e cori), ma poi il progetto tra grunge e alternative rock è stato congelato a tempo indeterminato, nonostante l’ingresso di un altro attore (Gregg Marc Miller, Daredevil e Dark blue) e persino con Richie Kotzen in veste di turnista. Già Small Fecal Matter e poi BFS (Big Fucking Shit o Big Fucking Sound), il nome del combo deriva da Sexus dello scrittore Henry Miller. Il primo brano registrato con tanto di videoclip, Ride, arriva nel 1993 e con lui anche i tour, aprendo persino i concerti di Bon Jovi e David Bowie ed esibendosi anche allo Zwemdokrock Festival in Belgio e al Glastonbury Festival in Gran Bretagna. Il debutto discografico arriva nel 1996 con l’ep Quattro formaggi, immediatamente seguito dall’album Our little visionary (distribuito solo in Giappone). Nel 2000 esce anche Happy ending e un sound definito pop aggressive. L’ultimo show dei dei Dogstar si svolse in Giappone nell’ottobre 2002. Dal 2002 è Reeves invece passato con i Becky insieme a Mailhouse, unendosi al chitarrista Paulie Kosta e alla cantante Rebecca Lord. Infine, tre anni dopo, ha annunciato di aver chiuso per sempre con la musica.

Anche Burt Reynolds, pur proveniendo dal mondo dello sport, ha fatto i suoi tentativi ma, pur molto vicino alle star country del suo periodo, è sempre rimasto nell’ambito del “prendi la borsa e scappa…”. Già nel 1973 arriva infatti l’album Ask me what I am e persino un promo radiofonico, poi canta anche con l’amica e partner Dolly Parton in The best little whorehouse in Texas. Nello stesso anno anche due singoli e un ep (I like having you around/She’s taken a gentle lover, A room for a boy never used/Till I get it right e Burt Reynolds/The Bandit BandLet’s do something cheap and superficial), poi più nulla.

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E John Carpenter? Regista, sceneggiatore, compositore, attore, produttore cinematografico e montatore statunitense: da Distretto 13 – Le brigate della morte ad Halloween – La notte delle streghe, da 1997: Fuga da New York a La cosa e Christine – La macchina infernale. Maestro del brivido intelligente e artista “culto” pur godendo di popolarità incredibile. Ebbene, figlio di un maestro di musica, ha composto direttamente le inquietanti e memorabili colonne sonore non soltanto dei suoi film. Solo negli ultimi tre lustri, collezionisti e fan sfegatati a parte, tale attività è stata riconosciuta più apertamente con la commercializzazione e la ripubblicazione di numerose colonne sonore, una ventina, comprese quelle dei sovra citati film. Al punto da andare persino in tour. Senza considerare il supporto ai lavori dei Gunship, ma solo come voce narrante. Carpenter, fin dal debutto con Dark star, era solito usare un sintetizzatore manifestando influenze dovute all’ascolto della musica elettronica e alla collaborazione con Alan Howarth. Nel 2015 arrivano anche due nuovi album, Lost themes e Lost themes Remixes, bissati nel 2016 da Lost themes II e dall’ep Classic themes redux.

La simpatica e vivace Queen Latifah arriva piuttosto dal mondo della musica (hip hop in primis, ma anche un pizzico di jazz, r’n’b e soul, al punto da essere definita “regina del jazz-rap”) e quindi, nonostante i suoi due milioni di dischi venduti e i sette album tra il 1989 e il 2007 (da All hail the queen a Persona), va comunque solo menzionata per essere stata la prima donna del circuito hip-hop a ricevere una nomination agli Oscar. Insieme a Jill Scott ed Erykah Badu, entrambe diventate attrici in seconda battuta con l’esordio della seconda addirittura nel 1998 con il fiacco Blues Brothers: Il mito continua, ha creato un trio con cui ha portato in giro il Sugar water Festival Tour e il Travlin’ light Tour tra il 2005 e il 2007.

E come si fa a non citare un’attrice che ha interpretato una pellicola come Jumpin’ Jack Flash? Whoopi Goldberg, infatti, non è solo membro onorario degli Harlem Globetrotters, ma ha anche pubblicato tre album di derivazione broadwayana (Whoopi: Original Broadway Recording nel 1985, Whoopi Goldberg: Fontaine… Why am I straight? nel 1988 e  Whoopi: The 20th Anniversary Show nel 2005) e ha partecipato ad numerosi video musicali tra i quali Jumpin’ Jack Flash con Aretha Franklin nel 1986, Liberian Girl con Michael Jackson nel 1988, You got it con Bonnie Rait nel 1989, We shall be free con Garth Brooks nel 1993, American Prayer con Bono & Dave Stewart nel 2002 e Everything con  Michael Bublé nel 2007. Vista ballare e cantare anche nei due Sister act, nella seconda colonna del film in abito da suora (Più svitata che mai) scive il testo di Pay attention e interpreta l’impronunciabile Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow Pola Dot Bikini. Appare anche ne Il re leone (Be prepared), A proposito di donne (You got it, Piece of my heart e Superstar), Cinderella (The prince is giving a ball) e Doogal (You really got me).

Il piccolo-grande-furbastro Danny De Vito, invece, oltre ad aver prestato la sua inconfondibile voce per alcuni film Disney è apparso nel 1998, insieme ai colleghi Griff Rhys Jones, Joanna Lumley, Peter Ash e la Taliesin Orchestra, nell’album di Roald Dahl: Snow White and the Seven Dwarfs. Tim Curry, invece, passerà alla storia come lo strepitoso e indimenticabile Frank -N- Furter (scienziato pazzo e travestito fuori dalle righe, arrivato sulla terra dal pianeta Transexual Transylvania) prima nel Rocky Horror Show originale e poi anche nel Rocky Horror Picture Show. Già a sei anni soprano nel coro della chiesa, passato attraverso il ruolo di protagonista in svariati musical come Hair prima di approdare al cinema e infine a Shakespire, è anche soprannominato Cheshire Cat (il nome originale del Gatto di Alice nel paese delle meraviglie, diventato Stregatto nell’edizione italiana), vanta quattro album in studio (tra il 1978 e il 1981, Read my lips, Fearless e Simplicity, oltre a …from the valuts del 2010) e una raccolta del 1989 (The Best of Tim Curry). Lo ritroviamo anche nelle monumentali colonne sonore dei RHS e RHPS, poi anche in Ferngully – The Last Rainforest. Cinque i singoli: naturalmente Sweet Transvestite (1974), I will (1978), Paradise Garage e I do the Rock (1989), quindi nel Time Warp 2007.

Vogliate gradire!

(continua)

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.