John Strada ritorna con Mongrel: esordio anglofono con ospiti di prestigio

Il rocker emiliano si concede il primo album interamente in inglese della lunga carriera e trova anche l’amichevole supporto di James Maddock, Michael McDermott, Jono Manson e Bocephus King. 15 brani con i Wild Innocents, alcuni sinceramente impegnati e altri semplici ma gustosi affreschi di provincia, per ricordare che anche in Italia si può realmente fare eccellente sincero rock

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Per intitolare il nuovo album come un disco giovanile dell’immenso Bob Seger, un artista italiano dev’essere o completamente ignorante in materia (e non è questo il caso), o ciecamente presuntuoso (e anche qui non ci siamo proprio) oppure pazzo furioso (e questo, pur con tutti gli alibi del caso, lo potremo verificare solo in seguito).

Intanto, partiamo dall’ovvietà. E cioè che in Italia sono in tanti, forse troppi, a sostenere (certuni, magari, persino con candida convinzione…) di “fare rock”. Qualcuno, addirittura, aggiunge persino di “essere” o di “vivere rock” solo perché ogni tanto infila il “chiodo”, tira fuori un paio di stivali dallo stanzino della sarta, gioca a fare lo sbandato e fa scaraventare dal produttore di turno un violento assolo di chitarra in stile “giocoliere da metal di serie B” intorno al minuto 2 e secondi 30 del brano nazional pop di turno. E, magari, finisce persino per vendere vagonate di album, inanellare “sold out” a raffica e ammaliare una stampa palesemente “amica”, capace però di scambiare con nonchalance Johnny Cash per Kris Kristofferson o Melissa Etheridge per Lucinda Williams.

John Strada, invece, parla poco ma crea e produce molto. E, addirittura, pensa. Quello, soprattutto, sì. E, proprio lui, insieme a molti altri colleghi orgogliosamente “di provincia” (non solo geograficamente, ma proprio in termini genuinamente musicali) i cui nomi e i cui album rimangono comunque ben radicati nel cuore e sugli scaffali degli appassionati italiani, torna nuovamente alla ribalta con il settimo lavoro della sua ormai trentennale carriera, il primo interamente in inglese.

Questa volta, infatti, si ripresenta in versione esclusivamente angloamericana, senza mai ricorrere all’italiano e neppure a quell’incomprensibile dialetto del Bolognese che pur ne aveva esaltato le doti compositive in un recente passato. Laureato in Letteratura e lingua inglese e americana, docente superiore con l’aria da eterno ripetente e il sorriso strafottente da nota sul registro, è uno dei pochi artisti tricolori (non solo di settore…) a potersi esibire all’estero senza suscitare ironie e risolini tra i madrelingua anglofoni. Gianni Govoni, questo il suo nome all’Anagrafe (avrebbe anche potuto cercare più facili ribalte ricorrendo a un nick name altisonante e, invece, si è modestamente accontentato di uno pseudonimo quasi più “comune” del suo…) è uno che ha davvero frequentato la scena musicale del Greenwich Village e anche quella londinese, prima di dividersi tra esperienze elettriche e acustiche. Omone dalla zazzera incolta e dalla voce tonante, è personaggio di notevole spessore culturale che vanta anche la pubblicazione dei saggi La mia America e Due parole su Bruce, quest’ultimo uscito in tempi non sospetti e barbaramente inflazionati come quello attuale. Conclusa dopo 14 anni l’esperienza pionieristica con gli Small town rockers e accantonata anche la veste acustica individuale, ha successivamente creato il progetto J. S. & the Acoustic sound machine. Più recente, invece, il combo J.S. & the Wild Innocents, culminato nel doppio cd Live in Rock’a. Presenza fissa degli eventi springsteeniani d’epoca (da Ferrara a Rimini), quando c’era poco da idolatrare e tanta ricerca da coltivare, ha aperto un concerto bolognese di Southside Johnny con gli Asbury Jukes e, soprattutto, nel 2015 si è esibito armato di sola chitarra allo storico Stone Pony di Asbury Park, NJ, nell’ambito degli eventi collaterali del prestigioso Light of day Benefit.

John Strada in versione acustica sul palco dello Stone Pony di Asbury Park, NJ. Foto di Daniele Benvenuti
John Strada in versione acustica sul palco dello Stone Pony di Asbury Park, NJ. Foto di Daniele Benvenuti

Ordunque, vogliamo finalmente parlare di questo Mongrel? Intanto, diciamolo chiaramente: certo che John Strada sapeva bene dell’album di Bob Seger pre Silver Bullet Band del 1970 (erano ancora gli anni acerbi del Bob Seger System, per la precisione)! Mica si è formato con Sorrisi e Canzoni Tv o Discoring, il Nostro: non solo artista, ma anche avido lettore, ascoltatore e ricercatore. Lo sapeva benissimo! E, infatti, Mongrel altro non è che la traduzione del suo precedente Meticcio, prima scaturito completamente in lingua italiana e oggi alterato anche negli arrangiamenti, ben immortalati al Music Inside di Rovereto sul Secchia.

Quindici brani autografi incisi insieme ai fidati Wild Innocents, ma anche ricchi di ospiti capaci di vantare un pedigree da far accapponare la pelle. E, badate bene, non i soliti big prezzolati che appaiono svogliatamente in cambio di un ricco gettone per concedere il loro nome da sbattere in copertina come biglietto da visita, ma elementi di prestigio assoluto che dell’artista ferrarese sono anche estimatori sinceri e amici collaborativi: dal canadese folle Bocephus King (vincitore categoria Stranieri del Premio Tenco 2015 e talmente espansivo che abbraccerebbe in maniera affettuosa anche i pali della luce) al grande Michael McDermott (songwriter di Chicago, tra gli artisti preferiti di un certo Stephen King e oggi in pieno rispolvero dopo alcuni incidenti di percorso che ne avevano limitato l’ascesa dopo i fasti dei primi anni Novanta), dal newyorkese adottivo ma britannico di nascita James Maddock (altro talento sopraffino e completo, qui anche coautore di un testo, uno che sta tra Van Morrison e Warren Zevon) al poliedrico Jono Manson (musicista, compositore e produttore che qui ha anche curato e realizzato gli arrangiamenti delle voci, nonché autore della colonna sonora di The Postman di Kevin Kostner).

Basta? Avanza, direi! Anche se in realtà i prestigiosi contributi esterni costituiscono un semplice (ma importante) valore aggiunto a un album autoprodotto e capace di brillare già di per sé in maniera eccellente. Ben conoscendo le già edite versioni in italiano degli stessi brani (undici su dodici, perché l’intraducibile e dialettale Tiramola ha dovuto essere per forza accantonato), il sottoscritto non può fare altro che constatare come il cambio di idioma e i nuovi arrangiamenti abbiano giovato non poco alla fruibilità degli stessi che ne escono rafforzati e più intriganti di prima.

Il Nostro affronta il disco seduto al tavolino di un bar con la Fender di traverso sulle gambe, mentre i passanti sfilano rapidamente davanti a lui. Sul retro del digipack lui stesso appare sfumato e, all’interno (proprio sotto il dischetto), negli scatti del bravo Luca Govoni ritorna nuovamente su un marciapiede solitario davanti a mura e un portone pasticciati da quei writers che qualcuno si ostina a chiamare artisti. Come a dire: nessuno mi nota, passo inosservato, sono un fantasma! E, come me, tanti altri. Dunque, sono proprio come quei personaggi emarginati o come quei meravigliosi cuccioli meticci (bastardini, mongrel, appunto) che, egoisticamente, nessuno degna mai di uno sguardo.

E lo stesso John Strada, nell’arco di (ormai) 25 anni abbondanti di onoratissima e onestissima carriera blue collar al Sangiovese, ha suonato davanti a platee composte da migliaia di spettatori. Ma anche, e forse ancor più orgogliosamente, davanti a quattro gatti. Gli mancava giusto un cane, a questo punto, per non farsi mancare proprio niente nel difficile (eufemismo) panorama italiano dove gradimenti e interesse vengono (quasi) sempre costruiti “a tavolino”.

Foto di Luca Govoni
Foto di Luca Govoni

Bene: tutto bello, tutto aulico! E i contenuti? Da quella singolare borgata incastrata tra le province di Bologna, Ferrara e Modena, dunque, Strada si rifà vivo con l’attacco arpeggato di Headin’ home che, seguito dalla voce di Manson e dalla progressiva entrata in scena della band, dichiara l’esplicito desiderio del padrone di casa di dare vita ad un lavoro dai toni musicali epici e dall’entusiasmo di un esordiente che, però, in sala di registrazione riesce a ottenere più del massimo consentito a una produzione genuinamente “povera”. Il vocione di John è sempre imponente, la versione è più matura e rocciosa rispetto il Torno a casa originale (anche la chitarra di Dave Pola inizia a farsi strada a gomitate e sarà sempre un’utile e azzeccata costante), mentre la successiva e corale Who’s gonna drive (Chi guiderà) conferma anche un progressivo controllo dello “strumento” naturale a beneficio della valorizzazione delle liriche dai frequenti cambi di ritmo. He was magical (Magico era il brano d’apertura di Meticcio) aggiunge brillantezza, humour e un pizzico si funky al tutto, esaltando i fedelissimi Fabio Monaco e Alex Cuocci che creano una sezione ritmica rocciosa ma mai invadente, mentre nella ballatona Promises (la ex Promesse) scende in campo anche Maddock che, accompagnato dal piano drammatico di Daniele De Rosa, ne diventa anche coautore per un duetto vocale all’insegna del singhiozzo, riportando il discorso sul piano della malinconia e dei sogni spezzati.

You’ve killed my heroes (Hai ucciso tutti i miei eroi) rialza il pathos in territori tra Detroit e Pittsburgh e, puntando il dito, fila via liscia, gradevole e roca con le stilettate del solito Pola, senza sottrarsi al giochino delle citazioni celebri, finché Ain’t gonna get up (già Non mi alzo) regala una classica “Southside Johnny’s song” con tanto di fiati soul e r’n’b che farebbero incazzare a dismisura la signora Rina (e qui la band si ingrossa anche con l’apporto della sei corde di Francesco Fischieri e i cori di Miriam Mazzanti). Sempre in attesa che I’m laughing (Rido) introduca non solo l’inconfondibile voce di McDermott per un duetto struggente, ma anche un pizzico di oculata elettronica mai fastidiosa. La licantropiana Dust and blood (Sanguepolvere) guida il giro di boa come un grido disperato e sembra auto-ispirarsi anche all’ormai vetusta Ora o mai più, oggi crudo, essenziale e rabbioso tributo al dolore delle genti emiliane sotto le scosse di un terremoto impossibile da relegare nel cassetto dei ricordi.

Johnny & Jane sdoganano Rocco & Fanny con un giochino da swing alcolico di coppia e boogie alla piadina con una strizzata d’occhio alla balera nella cronaca di un incidente d’auto notturno dettato dalla stanchezza, ma senza epilogo tragico con Bocephus King impegnato in un divertente call & response New Orleans style che esalta di nuovo il piano di De Rosa e presenta Michele Galli alla chitarra elettrica. In the fog (Nella nebbia) regala finalmente ampio spazio all’inconfondibile Banzai Fisa e al mandolino di Gianni Ferrari che aggiungono paludose tinte folk a questo rock padano, mentre Free through the wind è il primo inedito che, dedicato a Guglielmo Marconi, rallenta ma cerca al tempo stesso il supporto di synth e loops per un lento viaggio carico di cupezza ed echi. I saluti solo apparenti sono invece riservati alla tristissima Christmas in Maghreb (E’ Natale in Maghreb), apparente out-take composta con in tasti bianchi e neri tratta dalle sessioni di Dalla periferia dell’anima all’insegna della poesia, dell’impegno e della sensibilità che sembra una ballata crepuscolare del Tom Waits tardo Seventies con tanto di archi in sottofondo.

In coda arrivano, generosamente, anche tre bonus tracks: The Mistletoe’s burning è nuova di zecca e galoppa secondo i canoni del più classico cantautorato roots con Galli di nuovo in evidenza; la crescente e vigorosamente lirica Here I am e la pianistica e orchestrata Walking on quicksand arrivano direttamente dai solchi di Pezzi di vita (rispettivamente Eccomi qua e Sabbie mobili).

Io ho ascoltato e descritto. Ora tocca a voi: magari con Meticcio in un lettore e Mongrel nell’altro. Complementari e utili per capire e apprezzare meglio.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook ‘All the way home’) o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

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