Io, Daniel Blake. Un uomo indignato

Un uomo solo contro la macchina della burocrazia. In analogico...

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Io, Daniel Blake
di Ken Loach
con Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner
Voto 7/8

Io Daniel Blake ha vinto a Cannes 2016 e non per simpatie ideologiche o “pesantezza sociologica”: è come un bicchiere d’acqua. Un bicchier d’acqua è in apparenza semplice. Ovvio. Anche banale.Questo bicchier d’acqua dice che nel mondo d’oggi le cose vanno storte. Ci vuole intelligenza a dirlo in modo classico, ma ancora nuovo e attraente. Daniel Blake è un sessantenne operaio di Newcastle, vedovo, che dopo un infarto non trova più lavoro, e poiché non trova lavoro deve ricorrere alle strutture sociali, e poiché non riesce a raggiungerle in Internet (come moltissimi per ragioni di anagrafe, cultura e abitudini) e non è abbastanza ligio ai riti della burocrazia, entra in collisione con la macchina statale e perde progressivamente la pazienza per una serie di piccoli tragici equivoci che a guardare tra le righe ricordano il rapporto tra il potere e il singolo che distruggeva la vita di Michael Kolhaas di Von Kleist. Solo che Loach, con il suo invidiabile mestiere nel narrare la natura umana, non ha bisogno di usare i toni della tragedia per spiegarci che il digital divide tra abituati a internet e no sta spaccando la società sempre a sfavore dei più poveri. È semplicemente vero. Ed è semplicemente vero che la burocrazia è un tritacarne cieco proprio nel momento in cui dovrebbe aiutare i più esposti. Daniel Blake a un certo punto si ribella, nel modo più spontaneo che potete immaginare: lo scrive su un muro e comincia la sua lotta. Basta. Come un bicchier d’acqua il film di Loach si beve proprio bene se non con piacere. È dono di pochi una narrazione così lieve di cose che restano sullo stomaco.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori