Dalle sue collaborazioni eccellenti al suo ultimo disco. Una conversazione con Corrado Rustici

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Parli di Corrado Rustici ed il primo pensiero che ti viene in mente è la sua lunghissima carriera al fianco dei più grandi artisti della scena italiana ed internazionale. Ma oltre ad essere uno dei produttori più rinomati al mondo, è un musicista di primo livello oltre che essere uno profondo studioso della chitarra. Lo scorso giugno è uscito Aham, il suo ultimo album da solista, un disco che è il risultato di anni di studio sulla chitarra.

<<Quando ho iniziato a concepire e a comporre le musiche per questo mio nuovo album>> dice <<ho deciso di esplorare sonorità e contesti musicali avvalendomi della chitarra come unica fonte sonora e come unico campo di sperimentazione nel quale scoprire fino a che punto questo meraviglioso strumento, ed io, saremmo potuti arrivare.>>. Un album pensato, concepito e realizzato utilizzando esclusivamente la chitarra. Tutto ciò che sembra batteria, basso, archi, fiati ed addirittura voce è stato realizzato esclusivamente con il suo strumento a sei corde, trattato attraverso pedali analogici e plug-in digitali.

Abbiamo approfittato di quest’album per parlare con lui di musica, della sua carriera ed ovviamente di questo disco.

In questi anni hai lavorato con i più grandi artisti italiani: Zucchero, Baglioni, De Gregori, Elisa, solo per citarne alcuni. Raccontaci un aneddoto sulla tua esperienza con loro.

<<Ho lavorato per così tanti anni con Zucchero, che gli aneddoti sarebbero troppi da elencare. Uno dei più divertenti fu quando Michele Torpedine (il suo manager in quegli anni) durante le registrazioni di Miserere, forse per tirare su di morale Zucchero che stava passando un periodo non troppo felice, organizzò – ovviamente a sua insaputa – uno scherzo per la trasmissione Scherzi a parte, nella quale gli fecero credere che era precipitato, nel giardino dello studio in cui stavamo registrando, un missile nucleare… Ti lascio immaginare… Forse, da qualche parte, esiste un video della puntata (qui).

Un piacevole ricordo che ho di Baglioni, è il nostro primo incontro a casa sua a Roma. Dopo aver parlato a lungo di musica e di possibili direzioni musicali per il lavoro che avremmo fatto insieme, tirò fuori una cassetta con su una registrazione amatoriale fatta ad un matrimonio in Campania. Questa registrazione è poi diventata leggenda cult ed è conosciuta al pubblico come “Il Sindaco di Palomonte” (la si può trovare facilmente in rete).
Quel momento creò un’atmosfera, fra me e Claudio, come fra due amici, che aiutò molto il clima lavorativo dell’album.

Dell’esperienza in studio con De Gregori, ricordo che durante il giorno, mentre noi registravamo le basi di Prendere e lasciare, lui andava a pescare nella Baia di San Francisco, con il figlio. Tornava alla sera, in studio, contento e riposato ed ascoltava le cose che avevamo fatto durante il giorno. Fui felice di avergli potuto dare questa sicurezza in un periodo, quello delle registrazioni di un album, di solito molto stressante. Fui contento della fiducia che ripose in me musicalmente e credo che il risultato lo abbia ripagato di questa sua fiducia.

Di Elisa ho bellissimi ricordi di tanti momenti passati insieme. Ricordo con grande affetto ed emozione, il suo viso in lacrime, quando ascoltò, per la prima volta l’arrangiamento di Luce che avevo appena finito di registrare. In quei pochi secondi capii che avevo trovato il contesto musicale giusto per quello che voleva dire e ne fui davvero felice.>>

Quando produci un disco di un grande artista quanto di “tuo” finisce nell’album?

Il lavoro di un produttore è quello di mettere in luce il talento dell’artista e di creare un contesto nel quale le “verità” musicali del suddetto artista possano avere significato e rilevanza artistica. Nel mio caso, suono anche la chitarra, arrangio ed alcune volte compongo le canzoni, il che contribuisce ovviamente al sound generale del lavoro. Tutto è causa di tutto… però forse, ascoltando con attenzione, si può percepire la differenza fra il “prima” ed il “dopo” di tale contributo.

Che differenza c’è tra produrre un disco per un altro artista e lavorare al proprio?

La differenza principale è la continuità di pensiero fra la composizione e la produzione finale del lavoro. Alcune volte, come quando si producono canzoni di “dominio pubblico” o “popolari”, la produzione è necessariamente limitata dalla storia dell’artista e dalla base di supporto dei suoi fan (a molti dei quali, di solito, non piace il cambiamento necessario ed inevitabile di un percorso discografico). Quando si lavora in proprio, specialmente su brani non necessariamente creati per ricevere un consenso popolare, si possono trovare nuove vie e soluzioni musicali, libere da costrizioni economiche o di mercato.

Aham è un disco che rappresenta la fine di 6 anni di ricerca sul tuo strumento, la chitarra. Il punto finale a cui sei arrivato era quello che ti aspettavi/immaginavi?

Assolutamente no. Quando iniziai a lavorare su Aham, non avevo idea di come si potesse realizzare, quello che avevo in mente. Non avevo nessun punto di riferimento che potesse aiutarmi a navigare fra i dubbi e le frustrazioni che vennero fuori all’inizio. Negli anni, ho tracciato un mio percorso, raggiungendo risultati accettabili. Questo lavoro ha confermato ciò che già avevo intuito da tempo… Il risultato del nostro fare, non ci appartiene… è molto al di là del nostro illusorio senso di controllo… Una volta scoperto il lavoro che c’era da fare, il mio compito è stato quello di farlo al meglio delle mie capacità.

Come immagini che questo album debba essere fruito? Cosa speri che arrivi e che la gente colga ascoltandolo?

La bellezza della musica è che trascende qualunque preconcetto. Dopo il silenzio, solo la musica può esprimere al meglio l’inesprimibile. Spero che il mio “fare” musicale sia buono abbastanza da poter creare questa connessione fra me e chi lo ascolta.

Qual è stata la sorpresa più grande che hai avuto in questa fase di ricerca?

La capacità sonora dello “strumento”. La conferma che siamo limitati solo da ciò che riusciamo ad immaginare.

Hai parlato di “Chitarra Transmoderna”. Come sei arrivato a questa definizione e cosa significa secondo te?

La chitarra transmoderna rappresenta – per me – un approccio artistico che integra e trascende i meme musicali ed esistenziali a nostra disposizione. Contrariamente a quello che quest’era postmoderna voglia farci credere, il “sentito dire” sonoro ed il “copia ed incolla” musicale (che caratterizzano la maggior parte delle solite due misure, contenenti le solite progressioni armoniche e che fagocitiamo come musica popolare) non sono una base solida sulla quale costruire una realtà artistica rilevante. Il transmoderno, richiede al futuro musicista l’approfondimento e la ricerca dei principi essenziali che animano lo spirito umano e dal quale sorgono idee, immaginazione e creatività. In questa ricerca, non necessariamente limitata alle arti, risiede la speranza e la visione di un’umanità tollerante, illimitatamente visionaria e libera dalla paura, che abbiamo, della vita stessa.

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l’Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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