La stupidità del dibattito sollevatosi con l’assegnazione del Nobel a Robert Allen Zimmerman disturba la qualità del mio sonno.

Non mi è sufficiente assumere un digestivo che mi produca un benefico ruttino rivolto a, né un rilassante. Chiudendo gli occhi nell’unico mio sogno ricorrente c’è un autore di canzoni che sale sul palco nel semibuio, ed invece di esibirsi, si schiarisce la voce e al microfono dice la sua verità:

– Non posso credere di essere nato e cresciuto in un Paese tanto stupido e ridicolo, dice subito. – In un Paese in cui la categoria dell’intellighenzia riesce a scivolare di giorno in giorno un po’ più in basso.

Avere avuto padri unici e di assoluta potenza interiore non ci ha fornito alcun gene positivo.

Mentre qui ci si ostina a fare dispute del tutto inutili, Bob Dylan sembra infischiarsene di ritirare il premio più autorevole al mondo, ma anche il più equivoco.

Si dice poco e male che Jean Paul Sartre non ritirò mai il Premio per ragioni di coerenza rispetto al proprio percorso, cioè addirittura per rispetto verso se stesso. Dimentichiamo che Alfred Nobel, il fondatore del premio, divenne ricco per l’invenzione della dinamite, qualcosa che non è esattamente un dono benefico all’umanità. Volle metterci una pezza, e tentò di abbellire la sua memoria con gesti di sostegno a uomini ben più utili e nobili di lui. Perché con la dinamite questi divenne enormemente ricco, lucrando su una scorciatoia per eliminare in un colpo solo più individui fosse possibile.

Il punto è che sul piano dei contenuti il premio Nobel, spesso e volentieri, infila malissimo la categoria del merito che ambirebbe a esaltare. Inoltre, essendo nella sua sostanza anche un considerevole premio in danaro, per questa precipua ragione andrebbe sempre assegnato a chi con una somma notevole potrebbe sovvertire le sorti del proprio e dell’altrui corso di vita. Come, un caso su tutti, la leader birmana Aung San Suu Kyi, che usò i proventi del premio per migliorare alcune strutture del proprio disastrato Paese.

Che c’entra questo con un premio dato alla letteratura? È banale doverlo ricordare, ma la letteratura è specchio del reale anche quando è pura invenzione, dunque parlare spesso di diritti e di uomini calpestati come ha spesso fatto Dylan è del tutto pertinente con il senso umanitario del gesto poetico.

La canzone, in rari casi, non è che una forma di letteratura.

Potrebbe fare la stessa cosa Dylan e devolvere tutto? Certo, con un imbarazzo milioni di volte più grande, avendo davanti a sé non la fame e l’abbrutimento della Birmania, ma il mondo intero.

Ciò che è peggio, sarebbe implicito il suo riconoscimento di tale premio.

Non so come andranno le cose, ma ho la sensazione che Mister Tambourine la pensi in questo modo e si senta un filo in imbarazzo, ben consapevole, se proprio si vogliono chiudere gli occhi sulle origini del premio, di quanta parte del mondo intellettuale meriterebbe e necessiterebbe di tale riconoscimento più di lui.

Vediamola così: cosa cambia per il mondo della musica se Dylan ha o non ha il Nobel? Nulla.

Bob Dylan rimane uno degli artisti più celebrati e riconosciuti, amati e riveriti da vivi che la storia ricordi.

(Tra le ragioni acutamente accampate da Sartre per non ritirare il Nobel, vi era il fatto che non si celebra la grandezza di un uomo mentre questo è in vita, perché se ne neutralizza l’importanza e lo slancio).

Un uomo che rappresenta molto per il proprio tempo è consapevole del ruolo che ricopre, e lo è persino quando agisce in isolamento, dimenticato da tutti.

Altrimenti non sarebbe un uomo speciale.

Il mondo è d’altra parte e per fortuna pieno di uomini speciali che agiscono per il bene altrui oltre al proprio e il cui operato non avrà mai la pompa magna offerta ad altri individui.

Un uomo importante, una volta raggiunto dal tronfio riconoscimento, nel sentirsi dare pacche planetarie sulle spalle a rimarcare la sua grandezza, non può che rimanere avvilito.

Io credo che Dylan provi qualcosa del genere, dunque assumo il rischio di sbagliarmi e dico che non lo ritirerà.

E dico che se mai dovesse ritirarlo, potrebbe pensare di farne qualcosa di significativo.

Dico anche che io al suo posto non lo ritirerei. Contribuendo in questo modo a neutralizzare parte della retorica e dell’iniquità che è insita in tale assegnazione.

Perché non si può evitare di dire le cose come stanno: se proprio vogliamo assumere tale premio come evento grandiosamente meritocratico, l’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan da parte di un capannello di individui, è retorica e tardiva, o meglio ancora, retorica perché tardiva.

Ben altra cosa sarebbe stata proporgli lo stesso premio quando, in un lontano passato, aveva effettivamente raggiunto un livello di intensità e di potenza espressiva che facevano già della canzone uno strumento di fondamentale importanza mondiale e di lui uno dei più rappresentativi (non già “il più grande”) esponenti della canzone letteraria. Questo sarebbe valso inoltre se solo la sua produzione fosse colta nel suo insieme, nell’importanza del gesto artistico, e non già nel dettaglio.

Nel dettaglio, altri artisti prima e accanto a lui sono stati potenti, ficcanti, attuali, poetici o comunque sia altissimi in quell’intreccio universalmente utile tra parole e musica cui diamo il nome di “canzone”.

Ne voglio citare qualcuno: Woody Guthrie, John Lennon, Lou Reed.

Ma ce ne sono, mi si creda.

E se poi il dibattito dalle nostre parti verte sulla presunta importanza dei cantori italiani indicati più volte come “poeti”, allora occorre ricordare a questi acuti osservatori che buona parte dei tromboni sfiatati che hanno imperversato da noi con la nomea di “cantautori” debbano tutto principalmente a tre individui: Bob Dylan, George Brassens e Leonard Cohen.

Nessuno di loro può a buon diritto essere considerato inferiore rispetto a chi è stato alto in poesia, ma allo stesso tempo non vi è alcuno tra loro cui spetti la qualifica di poeta.

E se scrivere non è di per sé il più alto gesto che un uomo possa compiere, scrivere accompagnandosi con uno strumento e poi cantare i propri versi non è inferiore alla poiesi della poesia.

Poesia e canzone sono semplicemente due cose differenti, per quanto affini.

Cinema e Fotografia. Pittura e Scultura. Illustrazione e Scenografia. Grafica e Decorazione. E così via. Cose diverse e intimamente uguali.

E ora mi sono stancato di dirvi cose che si dovrebbero sapere già, e mi sono stancato di sentire illustri deficienti dire cose che solo dei deficienti comuni possono dire.

Con la differenza che i deficienti comuni possono fare danni minori rispetto a chi sbraita eminentemente.

Andatevene a dormire, e lasciate lavorare chi fa cose utili senza sentire alcun bisogno di feste ipocritamente incentrate sul bene armati di trombette, lustrini, coriandoli e smoking, mentre il mondo agonizza fuori dalle finestre di tutti noi. –

Il mio autore di canzoni a quel punto abbandona il palco nel buio più fitto e, come nei sogni migliori, non si leva dalla platea un solo applauso.

 

CONDIVIDI
gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.