David Nesselhauf

Afrokraut (Légére)

Voto: 9

Chi ricorda il sound elettronico che una serie di musicisti tedeschi mise in piedi combinando i vagiti dei primi sintetizzatori anni 70 con un rock a volte spaziale a volte cupo a volte durissimo, immediatamente definito kraut rock? Chi ricorda come una deriva di piccole dimensioni, presto etichettata come “afrokraut”, fece tracimare il genere verso i lidi di un afro-beat elementare e diretto alla Fela Kuti o alla Tony Allen oppure lo imbastardì con enormi iniezioni di un funk sporco e contaminato? I riferimenti del genere, specie per il versante meno “cosmico”, erano allora personaggi “alieni” come i Can, i Neu!, gli Embryo, i Kraan oppure i Faust.
copaProprio un collaboratore di questi ultimi, il produttore, compositore e multistrumentista – tedesco, ça va sans dire, di Amburgo, reduce dal buon riscontro dell’introspettivo The Barrow del 2012 – David Nesselhauf si impossessa di quegli stilemi, li attualizza e li imbastardisce in un disco “diverso”, che può piacere senza se e senza ma oppure venire rigettato in toto come esperimento fallito. Come certi nostalgici di fine 90, i Sankt Otten o i Forma, il collaboratore di Lew Soloff (il trombettista fusion già dei Blood, Sweat & Tears!) e del funkster Pee Wee Ellis riprende quella follia e procede a disegnare un caleidoscopio di suoni e di atmosfere con un occhio fisso sullo specchietto retrovisore, senza mai precisare gli orli del suo collage né farsi indurre in tentazioni da pratiche moderniste.
Già l’apertura è controversa, una “Boat Mama” alla maniera di “Tomorrow” di Amanda Lear (che peraltro già orecchiava il Philly sound prima maniera), e poi si continua in un tourbillon di elementi che ricordano un cicaleccio vecchia maniera, un incessante sovrapporsi di sonorità evocatrici l’afro-beat – come nel singolo “Come Along Bintang Bolong”, con il batterista Lucas Kochbeck (partner del leader nella band funk Diazpora) e la voce del gambiano Ama14572393_1166466023421775_8867895217718504590_ndou Bah – oppure il contemporary electronic – come nella conclusiva “Passport Check” – oppure i soundtrack spaghetti western – come in “MS Utopia” – oppure i “nuovi” distorsori a pedale di “The Routine”.
Chi ricorda i tentativi di allora vede la strategia di un cannibale sonoro, alla continua ricerca di elementi che si combinano incessantemente e si riflettono in un flatus vocis che ha materia tenace cui appigliarsi. Perché ancora si ascolta il funk psichedelico di “Dirty Track”, il mix sincopato e paradigmatico “A Route Obscure” o ancora le punteggiature aeree di “Wait For Me” e il groove killer della voce di Kinga Lizz in “Open Up!”.
Un album obliquo si sarebbe detto un tempo, la cui musica è splendidamente non complicata e infettiva, a volte persino ipnotica, con un carico di autoironia e di ricerca quasi commoventi. Mai monotono, dalle mille intersezioni che propongono quel continuo, luccicante brillio di temi e di ricognizioni di materiale noto (e di norma considerato di serie B) capace di illuminare e di convincere.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.