Bob Dylan accetta il Nobel, schiaffo all’America

792
0

Incurante del putiferio mediatico scatenatosi dopo l’annuncio, Bob Dylan avrebbe semplicemente risposto a una giornalista del Telegraph: “E’ una cosa quasi incredibile, ma andrò sicuramente a Stoccolma, se solo mi è possibile (if it’s at all possibile)”. Poche parole che fanno tabula rasa delle illazioni e dei commenti acidi, ma che al tempo stesso lasciano aperto tutto il ventaglio delle ipotesi sulla sua partecipazione alla cerimonia del 10 dicembre, sull’eventuale conferenza stampa, sul possibile ripensamento all’ultimo, negandosi come già Einstein e Sartre, all’ennesima e controversa celebrazione.

Bob Dylan fu candidato per la prima volta al Nobel per la letteratura nel 1997 e di anno in anno il suo nome è ricorso ad ogni vigilia fino alla gran sorpresa. Forse era l’unico premio importante che gli mancasse, e non è detto che riceverlo gli faccia nonostante tutto davvero piacere, rilevato come tutti i siti e i canali ufficiali a lui collegati hanno per giorni ignorato la notizia.

Mentre perfino i candidati sconfitti si dividono tra scandalo e plauso, come i tanti commentatori seriali sui social, dibattendo se la canzone sia poesia o letteratura alla pari di quella pura o se comunque in caso contrario la figura anomala di Dylan, come quella di Dario Fo a suo tempo, sia comunque assimilabile ai grandi della parola, scritta, cantata o recitata che sia, mi sembra che il premio abbia un suo senso proprio oggi, in questo preciso momento storico.

L’accademia svedese ha premiato un americano, come non accadeva da 23 anni, e l’ha fatto in questi giorni. E non ha premiato un americano qualsiasi, ma una leggenda popolare il cui nome è legato a filo doppio con quello della controcultura americana degli anni ’70, i cantori dei diritti civili, i difensori degli ultimi, i manifestanti contro il segregazionismo e la guerra in Vietnam. In questo senso il premio a Dylan, che fu sul palco di Martin Luther King nel giorno della marcia su Washington e del “sogno”, è uno schiaffo e un monito all’America che va a scegliere fra Clinton e Trump, due diverse anime dei “poteri forti”, in un momento in cui le tensioni fra est e ovest, fra America ed Europa, fra primo secondo e terzo mondo, si sono acuite come non mai.

E’ un premio che supera quello “per la pace” assegnato a Barack Obama sulla fiducia e poi nei fatti disatteso. E che con questo significato potrebbe anche non piacere a Dylan, che si è sempre defilato dall’essere portavoce di altro che non fosse la sua poesia cantata, ribadendo il suo essere soprattutto se non esclusivamente un artista libero.

Bob DylanPoi si può discutere, come si sta facendo, sul valore letterario della canzone – quella di Dylan non di altri – dimenticando che anche dall’Italia partì fra le tante una proposta per Roberto Vecchioni.

Intanto dubito che Bob Dylan abbia ricevuto il Nobel per questa o quella canzone, ma per l’insieme dell’opera di nobilitazione letteraria del genere popolare e l’influenza culturale, artistica, sociale e politica avuta in 50 anni di attività coprendo l’intero arco della comunicazione di protesta, per i diritti civili, sociali, di denuncia civile, pacifista, il recupero delle tradizioni culturali del suo paese, l’esplorazione dei generi popolari americani, il crossover letterario e culturale dei generi, e un mezzo migliaio di altre buone ragioni.

Guccini ammoniva di non aver mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni si possa far poesia e da più parti si dubita legittimamente che la canzone in quanto tale sia letteratura. Ma che la letteratura, la poesia e la canzone facciano parte dello stesso universo creativo e di comunicazione attraverso l’arte delle parole (la canzone in coabitazione con la prima musa, l’arte del suono) è piuttosto evidente.

Bob Dylan fu oggetto di queste considerazioni in Italia già all’inizio degli anni Settanta quando la casa editrice Newton Compton sottopose al suo comitato di saggi l’ipotesi di pubblicare la prima raccolta tradotta di versi di un cantante famoso. Ci fu dibattito ma alla fine fu deciso che sì – mi raccontò il critico teatrale rodigino Gian Antonio Cibotto, che era nel gruppo – questo Bob Dylan poteva entrare nella collana tascabile di poesia (Paperbacks Poeti), con Prévert e Allen Ginsberg.

La prefazione fu affidata a una nota americanista che conosceva Dylan e i beat e che aveva tradotto in gioventù Hemingway: Fernanda Pivano. Il libro “Blues, ballate e canzoni”, con le traduzioni di Stefano Rizzo, pur con qualche errore di gioventù, fu la prima finestra aperta ufficialmente sull’universo letterario della canzone rock americana e sul mondo poetico beat raccontato ai giovani.

mi-si-scusi-il-paragoneCon Dylan la canzone popolare fu avvolta dalle mille ispirazioni tratte dal mondo letterario di Ginsberg e Kerouac, di Joyce e Blake, di Steinbeck e Salinger. Ma basta questo per essere considerati fra gli “dei” della Letteratura?

Trovo la domanda piuttosto irrilevante.

Nel recente libro di Daniele Sidonio “Mi si scusi il paragone” diedi una risposta profetica alla domanda sulle collaborazioni “fisiche” tra letteratura e musica: “Resto convinto – dissi – che letteratura, musica e canzone siano universi paralleli con molti ovvi punti in comune, ma ciascuno diverso e con la dignità che gli compete. Poi si sa che rimescolare le carte è una delle regole dell’arte. Per cui Bob Dylan potrebbe vincere il Nobel per la Letteratura come Battiato ha vinto il premio Stockhausen”.

Il poeta beat Allen Ginsberg raccontò a Martin Scorsese che quando sentì per la prima volta “A hard rain’s a-gonna fall” si mise a piangere: “Sembrava che la torcia fosse stata passata a una nuova generazione”. Ma non bisogna pensare a Bob Dylan solo per gli anni Sessanta e quel gran crogiuolo creativo che lo vide protagonista.

Pensiamo a lui anche come l’uomo che ha ispirato un intero mondo musicale, ma anche libri e saggi, film, movimenti, pensieri. Bob Dylan fu l’anima del movimento per i diritti civili, perché aveva saputo trovare le parole giuste ed era la persona giusta, un giovane ragazzo dei suoi tempi che parlava un linguaggio nuovo pur guardando indietro, alla tradizione folk, alla canzone sindacale, al blues, ai trovatori neri americani con i loro talking blues. Ma era un giovane del suo tempo nel momento preciso in cui i giovani stavano facendo il tempo, perché “i tempi stavano cambiando”.

E decise di cambiare.

Bob_Dylan_-_Bob_DylanIl rock, come lo intendiamo noi oggi, non il rock’n’roll per ragazzini degli anni ’50, nacque di fatto una sera del 1965, quando Bob Dylan ruppe con Joan Baez e la tradizione folk scrivendo “Like a Rolling Stone”. “How do you feel?” Come ti senti? Poche parole, dirette, taglienti, che cambiarono la storia. I Beatles ne furono impressionati, tanto da cambiare indirizzo e stile. Basta canzoncine pop e concerti per frotte di ragazzine urlanti. Si poteva fare di meglio. Si potevano scrivere canzoni con testi complessi, importanti.

Quando Dylan sparì, sottraendosi ai riflettori per dedicarsi a sé stesso e alla propria musica, era già stato indicato dai giovani americani come una delle tre persone più rilevanti del suo tempo, con John Kennedy e Mao.

Per il suo ritorno sulle scene attive preferì Wight a Woodstock e il concerto benefico dell’amico George Harrison per il Bangla Desh, poi Nixon cadde e ci si ricordò di quando Dylan aveva scritto che “anche al presidente degli Stati Uniti a volte tocca restare in piedi nudo”. Nei versi di Dylan ognuno trovava il riferimento giusto per ogni situazione, più che nelle terzine di Nostradamus.

“Ero così vecchio allora, sono molto più giovane adesso”, ricordò fra le pagine del tempo trascorso.

E’ impossibile non riferirsi a Dylan quando si parla di canzone d’autore, o quando la si scrive, intendendo con canzone d’autore quel modo di fondere melodia e testi non banali, evocativi, descrittivi, perfino poetici. Francesco Guccini iniziò come traduttore di Dylan, così De Gregori e De André, e tanti (tutti) altri. “Convertito in italiano” da Mogol, con esiti discutibili, tradotto di recente da De Gregori, Dylan è finito come pietanza nei piatti più strani a partire da quella canzoncina di Ricky Gianco affidata a Antoine che si chiamava “Pietre” e che ripercorreva i concetti di “Rainy Day Women #12&35”, antesignata della vita sui social dove qualunque cosa tu faccia, dica o scriva, sarai lapidato.

Nanda Pivano amava Dylan, che aveva conosciuto con Ginsberg e i poeti beat, e amava De André che metteva più in alto del nuovo vincitore del Nobel. Ma De André, invitato ad aprire il primo concerto di Dylan allo stadio di Milano, aveva rifiutato. “Amo Dylan, ma, belìn, lì me la sarei fatta sotto”, confessò poi durante una cena fra amici. Non intendeva la paura del confronto, ma la paura del palco e trovarsi davanti uno stadio pieno era troppo per uno che confessava di doversi scolare una bottiglia di whisky intera per trovare il coraggio di andare in scena.

Guido Toffoletti (c) 1998 Giò Alajmo
Guido Toffoletti (c) 1998 Giò Alajmo

Di Bob Dylan ho accumulato libri, dischi e ricordi. Non solo il suo arrivare in una villa sul Garda, cappello di paglia, per parlare – caso raro – con la stampa del suo primo concerto all’Arena di Verona, o della volta che telefonai a Nanda Pivano e le dissi che stavo arrivando a Milano e che l’avrei portata a vedere Dylan al Forum, lei entusiasta dell’idea.

Con Dylan ho condiviso il camerino, grazie a Guido Toffoletti, pioniere del blues italiano. Guido, veneziano, aveva cercato inutilmente a Londra l’ex Rolling Stones Mick Taylor per concordare la registrazione di alcune parti di chitarra sul suo prossimo disco. Alla fine aveva trovato John Mayall, che aveva conosciuto a Cittadella facendogli da spalla a un concerto, che gli aveva dato un numero di Los Angeles, spiegandogli che Mick era lì. Guido telefona. Gli risponde uno con una voce strana. “Cercavo Mick Taylor”. “Chi ti ha dato questo numero?”, la risposta piccata. “John Mayall”. “Ah. Allora è ok. E’ qui te lo passo”.

Mick arrivò al telefono e salutò Guido: “Siamo qui con la band a casa di Bob Dylan, è lui che ti ha risposto, a fare le prove per il suo tour…”

A Verona Guido andò a trovare Mick Taylor in albergo e si trovò con lui e un Bob Dylan piuttosto seccato perché i membri della band avevano portato le loro donne in tour e gli sembrava una distrazione. Mick e Guido dovettero letteralmente scappare dall’albergo di nascosto, di notte, come due liceali in gita, per correre in uno studio di Vicenza a registrare le parti di chitarra e tornare indietro prima che Dylan e il management se ne accorgessero. Poi andammo a Milano. Organizzava Zard e sua moglie Patrizia curava l’ufficio stampa e gli accrediti. Guido chiese se c’erano i suoi a suo nome, ma non risultavano da nessuna parte. Patrizia era gentile ma non lo conosceva e sapeva quanto fosse improbabile che un tipo allampanato che diceva di conoscere Dylan e di essere amico di Taylor potesse essere serio e men che meno meritasse di disturbare il rude management di Dylan.

Dissi a Patrizia, che mi conosceva bene: “Guarda che lui è davvero quello che dice di essere, per cui, prova a chiedere”. Patrizia si convinse. Disse di aspettare e sparì. Dopo un quarto d’ora tornò con lo sguardo sorpreso e consegnò a Guido i due passi, mio e suo, di accesso illimitato. Erano grigi, triangolari, con l’occhio di Dylan stampato in mezzo.

bob-dylan-todayAccesso illimitato significa che finimmo, io e lui, nel camerino di Dylan, con al centro una tavola imbandita piena di frutta e la band, Mick e gli altri che ci accolsero con calore. Nel casino vidi su una sedia in disparte Bob Dylan che ci guardava torvo, con sulle ginocchia un libro aperto che stava studiando. Era il “Bob Dylan’s Songbook”. Non osai profferir verbo. Lo stesso dopo il concerto con la caciara che riprese a tavola, e Bob su un tavolino a fianco, da solo col suo manager, che mangiava continuando a guardarci torvo.

Dal concerto in Arena è stata tratta la foto di copertina del mio libro sul rock “Musica G” che pubblicai nel 1987, scattata da Guido Harari. E sull’America di Bob Dylan, tra Kennedy, Martin Luther King e Hendrix ho scritto qualche anno fa un lavoro teatrale musicale, andato in scena per i 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Di Bob Dylan ho visto ormai tanti concerti in condizioni fra le più disparate, dal primo ad Avignone, dove saltò la corrente dopo un po’ perché due ragazzi si erano arrampicati su un traliccio dello stadio cadendo e ammazzandosi, e Dylan ignaro improvvisò un concerto di suoni e percussioni per intrattenere la folla in attesa che tutto tornasse normale, agli ultimi basati sul repertorio di Sinatra, alla tradizione folk americana, e a qualche sua canzone al solito stravolta all’insegna del “se voi volete sempre quelle io ve le rifaccio pure ma come pare a me”.

Bruce Springsteen racconta nella sua autobiografia di essere andato al concerto tributo per Bob Dylan e di aver cantato “The Times They Are A-Changin’”. Poi scendendo dal palco vede Dylan che gli si avvicina per ringraziarlo chiedendogli “Cosa posso fare per te?”. E il Boss gli rispose: “Grazie, per me hai già fatto tutto”.

Giò Alajmo

(c) 29 ottobre 2016

CONDIVIDI

Giò Alajmo ha la stessa età del rock’n’roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here