Lucio Dalla. Il pastore errante di Bologna

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Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai silenziosa luna?

Io appartengo alla categoria di persone che ritengono che tutto parta dalla letteratura. Che nulla esiste, nulla esisterebbe senza Dante, Leopardi, Montale. Che qualsiasi cosa sia stata detta, fatta o pensata lì trova le sue origini. Cercare dei collegamenti tra Leopardi e la musica contemporanea sarebbe fin troppo facile citando Francesco Guccini, Roberto Vecchioni o Renato Zero, che pur lo hanno direttamente menzionato nelle loro canzoni.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. E già dal titolo abbiamo l’idea della musica: la poesia infatti fu ispirata a Leopardi dalla lettura di un articolo del barone di Meyendorff, Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820, in cui era descritta l’abitudine dei pastori nomadi kirghisi di intonare canti malinconici mentre contemplavano la luna.
La luna. Una luna a cui Leopardi, nel corso della poesia, si rivolge ripetutamente. Una luna sempre uguale a se stessa, per questo avvertita come distante dal pastore e dalla sua noia: quel pessimismo “cosmico” su cui, a dire il vero, molti testi scolastici hanno fin troppo ricamato (vedere Il giovane favoloso di Martone per un bilanciamento della situazione). Comunque, qui il richiamo musicale è immediato: Anna e Marco di Lucio Dalla. Una canzone sulla noia esistenziale che si specchia sui riflessi di una luna che, silenziosa, scruta i protagonisti. 150 anni esatti di differenza e personaggi sideralmente distanti: da un lato, un pastore e le sue elucubrazioni sull’esistenza, di cui il moto lunare è metafora; dall’altro, due innamorati annoiati da una vita che è sempre quella. Al di là, la luna: la stessa a cui, tramite il pretesto del pastore, si rivolgeva Leopardi, perché quella stessa luna va i sempiterni calli: sorge la sera, e va, contemplando i deserti; indi si posa. Ma è la stessa luna che, 150 anni dopo, avrebbe visto Lucio Dalla. La stessa luna ai piedi della quale avrebbe messo Anna e Marco. O davanti a loro: «E la luna in silenzio ora si avvicina. Con un mucchio di stelle cade per strada». Solo a questo punto le prospettive dei due autori si distanziano: la luna del XX secolo si fa sorella di Anna e di Marco, la luna è l’America, da loro vagheggiata e finalmente raggiunta. Un’America che però non è altro che una proiezione della loro mente: quanto basta per salvarli.
Per il pastore la situazione è diversa. La noia lo attanaglia e la luna è un elemento troppo distante per regalargli altro che non sia un sollievo momentaneo, che segue al suo alzare gli occhi al cielo per ammirarla, splendente, circondata da stelle ardenti. Ma a che serve rivolgersi e parlare di cose mortali a una luna che mortale non è? Il sollievo per il pastore non è che un attimo fugace, sensazione sfuggente. Lui è un essere mortale e, come tale, il dì natale gli fu funesto.

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Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.