“Papà, cos’era il punk?”

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“A migliaia di chilometri da qui, e mai per merito vostro” 

(Anna Melluso, meglio nota come Rosso Veleno, 1979. RIP.)

 

“Glezos, scriveresti un pezzo sul punk? Su Spettakolo.it diamo spazio al quarantennale, tu sei un’autorità nel settore e…”. No, fermi tutti: autorità? Aspetta un attimo. Poi l’attimo finisce, e mi accorgo che quando una richiesta del genere te la fa il Sommo Massimo Poggini non la puoi schivare. In secondis, perché anche lui mi conosce da mooolti anni e sa che il motto attribuito a Joe Strummer “Punk una volta, punk per sempre”- è tutt’altro che posticcio. In primis, perché il nostro primo incontro fu all’insegna del punk, ma che più punk non si può. Ci tornerò sopra più avanti.

Dunque, va bene per l’articolo, ma cosa scrivo? Dopo decadi di libri-video-articoli sul web (molti ciarpame, alcuni notevoli), arrivo io nei panni di quello-che-c’era in un paese -l’Italia- con credenziali punk da terzo mondo, con la sbadigliante pretesa di comparazioni storico/musical/philosophic/fashion eccetera, che dal 1979 in poi tutti hanno fatto e continuano a fare ogni 5 anni sotto ogni latitudine –soprattutto chi ha detto e scritto di terza mano dal corridoio di fianco, che di notte ci pensi e no, non ti sembra proprio di averli mai visti né conosciuti né sentiti nominare mentre andavi da casa tua a Londra e ritorno durante l’epopea del punk e dei suoi personaggi conosciuti e vissuti in diretta. E all’improvviso, oplà: eccolo che ti viene a raccontare la rava e la fava (le tue rave e fave), che tu non conosci ma lui sì e te le spiega con aria anche un po’ seccata. Scherzo, ma non troppo: ricordo ancora tra frizzi e lazzi l’ennesimo libro sul punk uscito in Inghilterra negli anni ’90 con introduzione di Malcolm McLaren, che chiosava: “E cosa ci dovrei fare, con ‘sto libro?”.

Quindi no, non so cosa aggiungere a quello che ho fatto prima e detto e scritto dopo, a parte che il punk visto dal nostro paese resta cosa ardua e irrisolta (è per questo che anni fa ho provato a farci un libro-fanzine di rari documenti italiani d’epoca, in modo che ognuno potesse farsi un’idea di come fosse da noi tra il 1977 e il 1981). Mi spiace Massimo, quindi…

…. quindi un cazzo. Depongo spilla da balia e lametta da rasoio d’ordinanza, apro il computer (cosa pochissimo punk) e l’occhio cade su un file mp3 mandato dal cielo, da Sid Vicious, Darby Crash, Joe Strummer o Joey Ramone & i suoi fratelli (se Bono ci dà il permesso) o da chi volete voi. Il brano è ‘Carnival In Rio’ dei Toten Hosen, che non hanno bisogno di presentazioni e che mi salvano come il carro nel finale della Medea di Cherubini. Inserito col sottotitolo di ‘Punk Was’ nel divertente tributo del 1992 ‘Learning English, Lesson 1’ (una serie di cover di classici del primo punk con illustri ospiti in ogni brano, per i pochi che non lo sapessero), è l’unico pezzo originale dell’album. Il testo è una serie di immagini che nell’intenzione di Campi & Co. danno una buffa risposta al dubbio atletico -atletico, non amletico- buttato lì dalla vocina del bimbo all’inizio: “Papà, cos’era il punk rock?”. E allora prendiamo alcuni estratti del testo e vediamo cos’era, il punk.

“Il punk era marcio, il punk era odioso / ma non era mai ambizioso…”

La rima è involontaria e il senso della frase pure, mi sa. Che fosse marcio e odioso, beh, quando una figura carismatica si fa chiamare Johnny Rotten o Sid Vicious c’è poco da dire. Appunto, ‘Vicious’, qui nel senso di odioso: il punk è attitudine e proclami spesso semiseri buttati in faccia agli impresentabili orfani di Woodstock a suon di ‘Born To Kill’, ‘I Don’t Care’, ‘Fuck Off’ e molti altri, quindi ci siamo. Ci siamo meno nel resto del rigo: se c’è una cosa di cui si accusa spesso il primo punk soprattutto inglese è il misto di sensazionalismo, exploitazione e voglia di notorietà a tutti i costi, dalle controversie da star dei Sex Pistols alle manie di grandezza dei Clash (“Ci identifichiamo nel primo Elvis, e come lui scioccheremo il mondo” non è esattamente una dichiarazione sotto traccia) giù giù fino alla venalità spesso associata ai gruppi punk (gruppi, non band). Due Svengali aspiratutto come Malcolm McLaren e Bernie Rhodes come managers di Pistols e Clash non favorivano pensieri bucolici. Ma i non-ambiziosi c’erano e nemmeno pochi, ovvero i punk fans degli albori. Quelli per cui non era solo una questione di musica ma di questioni da sollevare a 360°: spille da balia e amenità comprese, a lato di uno Steve Strange affamato di glamour discotecaro a un tanto al chilo (ci riuscirà coi Visage) c’erano entusiasti che nulla chiedevano né volevano se non vedere come andava a finire. I più articolati avevano lasciato già a inizio 1978.

“… era insopportabile, era osceno / era rompere le palle alla nostra cara Regina…”

Parto dalla seconda. Annetterti il pacchetto completo di quello che ti piace è cosa ovvia: nonostante ciò è esilarante pensare a un italiano o un tedesco che nel tentativo di fare-i-punk-inglesi se la prendono con la Regina Elisabetta come se c’entrasse con loro. Globalizzazione pre-Brexit? La corona britannica aveva e ha rilevanza zero nella vita di un cittadino -punk o non punk- residente a Pordenone o a Lubecca: che gliene frega ai Toten Hosen della Regina? All’epoca erano naturalizzati inglesi? Mah. Nel video dei Pistols ad Atlanta nel gennaio 1978 i loro fans inveiscono contro la EMI inglese per le pastoie contrattuali private (!) di Rotten e amici. Un corpo e un’anima, come cantavano Wess Ramone & Dori ‘Blondie’ Ghezzi?

E ancora, oscenità a confronto. Nel punk l’impatto visuale è a volte confluito nella corrente dei Sozzoni-Che-Fanno-I-Punk. Poca roba, al contrario di un po’ di fans degli inizi. Ricordo un ragazzotto al concerto di Iggy Pop al Palalido di Milano nel 1979 agghindato in giubbino di pelle del papà e jeans tagliati con la forbice (non strappati, eh no) tempestati di scritte oscene in pennarello rosso. L’interessante creatura esplodeva ogni 10 secondi in urla bestiali e risate proto-sataniche, stringendo saldamente in mano gli attributi sotto i jeans, sbatacchandoli su e giù e brandendoli contro il mondo: Iggy, occhio che sto arrivando.

“…era un viaggio perverso e di pessimo gusto / una spilla in bocca a Sua Maestà…”

Vedi sopra. La Regina Elisabetta era l’ossessione definitiva della punkitudine non-suddita extrabritannica. Del resto, metterla giù del tipo “Adesso andiamo tutti insieme a ficcare una spilla da balia in bocca alla Merkel era meno forte.

“… il punk era una sbornia, una rissa / le dita nel naso e il pranzo vomitato…”

Campi & Toten Hosen, qui non ci siamo. In merito a sbronze da paralisi, risse da mezza guerra civile, vomiti, malori vari e accessori, beh, se è solo per quello il folk irlandese pialla il punk otto a zero.

“… era volgare, era una topaia / era la polaroid a letto con tua madre…”

…e anche il gusto di spararla grossa e vedere se succedeva qualcosa. Ma quando nel 1978 venne fuori che tra il girato di ‘The Great Rock’n’Roll Swindle’ c’era una scena di sesso con protagonisti Sid Vicious e Marianne Faithfull nel panni di sua madre, nessuno fece una piega: la reputazione terrificante di Anne Beverley, vera madre di Sid, faceva temere molto peggio. La scena non fu inclusa nel montaggio finale del film: colpo sparato, a vuoto.

“… non ci facevamo prendere per il culo da nessuno / non ce ne fregava proprio un cazzo / se la nostra musica non ti piaceva / era solo un problema tuo…”

Qui la cosa è più seria: il senso della faccenda racchiuso in una nocciola, come dicono gli anglofoni. Il comune denominatore in tutte le fasi del punk (pre, durante e post) dovrebbe risiedere qui: non credere alle balle che ti raccontano, fai quello che ti viene naturale e fregatene se qualcuno si incazza, e magari si incazzano in tanti. Con buona pace dei pronipoti vedovi dei sixties, mai come nel punk non era solo una questione di musica e dischi (punk e punk-rock sono due cose parallele e distinte). Ma nonostante questo ci si è presto adattati ai mutamenti di tempo e audience: se te ne freghi che quello che fai e dici non piace a nessuno, non ti lamenti del risultato ma è dura che qualcuno venga a sapere che tu esisti. Da qui l’ingresso dei ritardatari in un underground successivo che sa poco di punk e molto di hippy. Ironia della sorte, dal punto di vista del bieco commercio il punk rock targato 1977 non è mai stato un successo (‘Never Mind The Bollocks’ dei Sex Pistols, considerato oggi uno spartiacque, ci mise 15 anni a diventare disco d’oro negli USA). Lezione assimilata nei successivi trend: grunge, hip-hop e neoprotopunk-alla-Green Day abbassano i toni e sfruttano fattori, circostanze e media che ai tempi non arrisero ai fratelli Ramone, alla supposta Anarchy dei McLaren/Pistols e ai loro cugini sparsi per il globo. “Non ce l’abbiamo fatta: ci ho messo un po’ ad accettarlo, guardando il successo di quelli venuti sulla nostra scia”, diceva un non più ambizioso Johnny Ramone a fine anni ‘90.

“… apri gli occhi e ascolta, ragazzo mio / non c’è motivo di essere triste / resta nei paraggi e stai con noi / e tutto ritornerà…”

Beh, tristi mai e poi mai. Però un dubbio viene: come fa a ritornare una cosa che è nata al grido di “No Future”? Magari in Germania per i Toten Hosen la faccenda è diversa, ma per noi…

 

Già. E noi, quelli del punk in Italia? Io non lo so chi e cosa siamo, noi che veniamo da lì. Io so che c’erano Eletttro, Anna, Lilia, Tonito, Marco, Paolo, Giuseppe, Stefano, Patrizia e altri, che eravamo pochi e lo siamo ancora perché qualcuno non c’è più, noi che sappiamo che chi è stato punk una volta lo è per sempre, anche se tutto è nato a migliaia di chilometri da qui e mai per merito nostro. Sappiamo che quello da cui veniamo non ha lasciato figli, solo il languore di chi c’era e quello di chi avrebbe voluto esserci stato, che nel tentativo di proiettarsi nel presente fa dire a entrambi: “Se una cosa mi piace, è punk”.

 

massimo-ufoFlashback, 1992. Una sera a cena a casa di amici c’è un giornalista. Il primo album degli Ufo Piemontesi, il mio gruppo (non band), è uscito da qualche giorno.

 “L’ho sentito ieri, è molto divertente: posso fare un paio di articoli su di voi? Mi chiamo Massimo Poggini”.

“Perbacco, è un onore incontrare l’unico giornalista italiano che ha passato una sera con i Sex Pistols!”, gli dico.

Mi sorride: “Beh, quella è stata una notte un po’ movimentata, in effetti”.

Non mollo la preda: “Allora conosci la mia amica Anna detta Rosso Veleno, che quella volta è stata con loro tutto il tempo”.

“Sì, ricordo”, mi fa lui.

“Cosa ti hanno detto, a microfono spento?”.

“Uuuuhh, qui allora devo partire dall’inizio…”.

Siamo arrivati qui, Massimo: 1992-2017, il nostro Giubileo. Al futuro, in alto i boccali! Più punk di così…

 

(nella foto: Massimo Poggini, Glezos e gli Ufo Piemontesi, 1992)

 

 

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