Ci sono quaranta punk, in fila uno dopo l’altro. Sono gli anni trascorsi da che siamo stati permeati da questa filosofia.

Qualcuno la conosce? Non esattamente, eppure in un certo senso credo di sì, perché ci viviamo immersi, come con gli spettri, anche se non lo si sa.

E sebbene sia difficile dire che cosa sia cominciato quaranta anni-punk fa, è certo che ciò che partì allora, riguarda tutti ancora oggi.

E cosa cambiò per quanto ti riguarda?

Semplicemente, afferrasti all’istante che quel linguaggio apparentemente grezzo, nel suo insieme fosse non un codice estetico, ma un’intuizione capace di arrivare più in là di quanto si potesse pensare.

E questo ti salvò dalla scuola, dall’accademia, dalla disciplina, da una vita regolare, dall’attitudine a vestire, pensare, agire in modo normale, dall’essere una pedina della storia.

Ma che fosse avvenuto qualcosa, dapprima si intuì solamente. Fu come un boato remoto, udibile solo da pochi organismi.  Gli scenari sulle riviste di musica da tempo andavano via via mutando: ti innamorasti dei profili di ragazzi magrissimi fotografati in interni scalcinati, fasciati in guaine lucenti, con capigliature mai viste oppure con teste rasate e anelli d’acciaio un po’ ovunque, alle dita, ai polsi, al collo, agli orecchi, al naso.

Eppure c’era qualcosa che scavava più sotto di tutto questo, e ti riguardava di più.

Per qualche tempo girasti con un guinzaglio al collo e la catena in tasca, consegnandoti in custodia a te stesso e dando forma al concetto di autodeterminazione che ti ronzava in testa da un po’. Avevi sedici anni e moltissime suggestioni tutte ficcate in testa contemporaneamente. Radiato dalla scuola, impermeabile al mondo del lavoro, disattendendo ogni regola trovata già confezionata al tuo esordio nella vita sociale, ti ci volle poco per abbandonare la superficie di quella rivoluzione per addentrarti da solo nella tua scoperta del mondo interiore.

Quando la tempesta del punk arrivò a Milano, travolse anche la più quieta esistenza. Persino nei quartieri-dormitorio, dove padri e madri ancora piuttosto giovani ma già troppo stanchi della vita si addormentavano presto in stanzette tristi durante inverni ben più cupi e nebbiosi di quelli di oggi, nei cucinini e in camerette ancora infantili, negli androni, sulle scale smozzicate e sul bordo di marciapiedi fu sempre più un fiorire di ex-bambini alterati, storti, pensierosi e ubriachi, insolenti, ma tutti più o meno appassionati dall’idea che finalmente, forse, si sarebbe detto qualcosa di forte e di nuovo.

E questo qualcosa, nel fondo obliato delle teste più deluse, era un’intuizione divenuta imperativo: cambiamento.

Tutte le rivoluzioni aspirano ad un cambiamento, lo sappiamo, e questa è l’utopia che le accomuna tutte. Tuttavia non tutte le rivoluzioni sono uguali.

E soprattutto non tutte riescono.

E invece, sebbene intrisa di un potente istinto nichilista, e contaminata da subito dal mercato, l’idea di mondo suggerita dal punk fu un’autentica rivoluzione culturale nel suo significato più ampio.

Vuoi prescindere dal successivo rivolgimento rappresentato dalla rete, e azzardare che si tratti ad oggi dell’ultima vera e potente rivoluzione culturale, abbracciante ogni sfera del pensiero.

Puoi così osservare che sino ai giorni nostri, quaranta incredibili anni dopo, vi sono tracce di punk nei nostri vestiti, nei romanzi, nelle serie televisive, nei giornali di moda, nell’architettura d’interni, nelle pettinature, nei fregi grafici stampati sugli indumenti per l’infanzia, nella confezione di calzature, di borse e cinture, nel cinema, nella grafica, nella più ampia diffusione della pratica del tatuaggio e del piercing, nella narrativa fantascientifica, e in molto altro ancora.

Nel pensiero musicale, sì, naturalmente.

Laddove si è fatta piazza pulita degli accademismi, della giocoleria e del manierismo che l’avevano incrostata, per accedere a una filosofia espressiva assai più diretta e partecipativa della produzione di pensiero.

Il concetto diffuso del “io non so suonare“, veniva radicalmente tradotto in “io posso suonare“. E non si capisce ancora abbastanza quanto ciò abbia giovato alla musica. Persino a quella accademica e agli apparati più ortodossi e conservatori di questa.

In breve, il punk ha infettato in profondo l’immaginario collettivo. Lo si voglia oppure no.

Ma se torni a quegli anni, la sua portata fu sottovalutata.

I sociologi ignorarono il fenomeno alzando le sopracciglia desolati, e gli psicologi, come fanno ad ogni nuova stagione, parlarono di gioventù sbandata e priva degli ideali politici che avevano caratterizzato le generazioni dei fratelli maggiori.

Ma qualcosa lavorava sottilmente al midollo la visione e il senso della storia.

Confondendo il punk con un fenomeno di costume, di moda e di classifica, cosa che non si poté evitare giungesse presto a confondere le acque, lo identificarono con i Sex Pistols,  con le smorfie a bocca storta di Johnny Rotten e di Syd Vicious, coi loro sguardi da folli, con le spille da balia infilate nelle guance, con le catene alla cinta di jeans troppo aderenti e con strappi alle ginocchia, con gli scarponi anfibi, con i giubbini in pelle, i cappotti in pelle, gli occhiali scuri anche in inverno, anche di notte, le creste inamidate, le unghie laccate, le teste delle ragazze per metà rasate e per l’altra metà incendiate di fucsia o devastate di giallo acido, i visi tempestati di piercing, alle sopracciglia, sugli orecchi, al naso, sulle labbra, sulla lingua, ai capezzoli, al clitoride, al glande.

E considerarlo solo questo fu un errore.

Anche a Milano, che pure, allora come oggi, era l’avanguardia di ogni tendenza proveniente dall’estero, così sintonizzata su Londra e New York, così terribilmente in grado di imitare all’istante ogni singola fantasia dovesse scattare altrove, l’anelito punk fu scambiato e venduto presto come qualcosa ascrivibile quasi unicamente alla ciclica tendenza della società a fare un nuovo casino ad ogni decade.

Si sbagliavano.

Perché ciò che non si colse fu il fatto che nel 1976 il mondo del pensiero effettuò una svolta epocale.

Una svolta interna, covata a lungo anche se poco visibile, in definitiva, e per buona parte sviata agli occhi dei disattenti dalla variopinta e insinuante trasformazione del costume con cui la si voleva identificare.

Ma i tempi erano giusti perché accadesse qualcosa di più profondo e radicale.

I tempi erano perfetti.

Non era più il sessantotto.

Non era già più la vecchia lotta di classe a colpi di comizi e scioperi, e sempre meno il tempo di imboscate tra simpatizzanti delle diverse fazioni, per lo sfociare degli estremismi in organizzazioni clandestine e militaresche.

L’omosessualità cominciava a non essere più una colpa da scontare ad ogni costo negli ospedali militari e nei commissariati di polizia.

La natura stessa non era più quella di una volta: era ormai chiaro fosse stata sporcata in modo quasi irreparabile e occorresse porvi al più presto rimedio.

La minaccia nucleare turbava il sonno di milioni di persone.

C’erano crisi mondiali che cominciavano a riguardare tutti: crisi del petrolio, crisi delle democrazie, crisi esistenziali, crisi d’ansia personali e collettive.

Niente era più come un tempo.

I giovani punk nullafacenti per sfregio alla società e ai suoi destini vuoti, guardavano con pena ai giovani operai abbruttiti in fabbrica, e con disprezzo politico ai rampolli di buona famiglia in carriera.

Trasgressione, disobbedienza, deragliamento, si percepivano nell’aria di primo mattino.

Dimostrare quanto una rivoluzione apparentemente allocata nel gusto riguardasse invece le coscienze di tutti gli uomini, non fu come non è cosa facile.

Ma se vogliamo adottare le lenti più acute con cui si deve guardare alla storia, scopriamo che fu allora che la faglia profonda esistente tra il vecchio mondo e il mondo come lo cogliamo oggi, si squarciò definitivamente.

Il vecchio modo di percepire il mondo, il tempo quotidiano, l’ecologia, l’economia e la finanza, il lavoro, la scuola, la persona, il genere sessuale, l’animalismo, e tutto ma tutto proprio tutto, finì per collassare a quel tempo.

E se è forzato riportare tutto ciò al 1976, non lo è affatto osservare che a quella data il sintomo manifestato dal punk rivelava una malattia più acuta e fondata di quanto si sapesse e si volesse vedere.

I Paesi che in quegli anni seppero cogliere il bisogno di cambiamento che serpeggiava ad ogni livello, chi seppe adottare scelte ecologiche, chi seppe fondarsi sullo sviluppo scientifico e tecnologico e seppe incentivare la ricerca in tutti i settori, chi seppe dare attenzione alle mutazioni e ai bisogni dell’individuo non più confondibile con la massa anonima che aveva contraddistinto il bisogno estremo di produzione delle decadi precedenti, e seppe considerarne i bisogni più intimi, le sfumature più sottili in fatto di identità, sessualità, ruolo del singolo in un insieme organizzato, le sottili specializzazioni del mondo del lavoro e la crescente importanza del lavoro intellettuale a progressivo svantaggio di quello manuale, si avviò verso un futuro più solido. Verso il futuro, nella consapevolezza di volerne avere uno.

Il nostro Paese non fu tra quelli.

 

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Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L’ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex – semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.

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