A me Leonard Cohen non mancherà mai

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Avvertenze: non vi racconterò la carriera zeppa di successi di Cohen, non farò sproloqui sul fatto che anche lui avrebbe potuto vincere il Nobel e non starò qui a piagnucolare su quanto ci mancherà Cohen perché Cohen a me non mancherà.

I dischi di Cohen che posseggo sono riproducibili in ogni istante e continueranno a risuonare con quell’immortalità che solo i grandi artisti conservano. L’unica mia tristezza sarà dettata dall’egoismo che mi circonda e che credo circondi tutti i fan di un cantante: non ascolteremo più sue nuove canzoni e ciò potrebbe indurci a pensare che gli spazi si restringano. Invece no. L’arte di Cohen, il poeta laureato in pessimismo – così lo chiamavano, lo chiamano – viaggia verso mille direzioni. Lui era sempre lì, fermo al centro del suo palco; e con lo strumento più bello che la musica mette a disposizione, la voce, è riuscito a disegnare traiettorie, a scrivere poesie, a vivere l’amore come pochi altri.

Cohen ha messo in musica la sua vita dopo averla scritta in letteratura (ha iniziato come poeta) e ci ha regalato personaggi su personaggi da collezionare come i bimbi collezionano pupazzi del presepe. Ci ha dato Marianne, una donna conosciuta in Grecia dopo esser stata lasciata dal marito. Il loro scambio epistolare prima della morte di lei vale mille canzoni. E ci ha dato Suzanne. C’è sempre una Suzanne nella vita di tutti noi. C’è sempre quell’amore impossibile che si prende del tempo per vibrare e che quando lo fa ti scuote l’anima.
Suzanne l’ha tradotta De Andrè. E voglio azzardare dicendo che se non fosse stato per Cohen probabilmente nessuno di noi avrebbe ascoltato La canzone dell’amore perduto su un vecchio giradischi. L’arte è fatta di ripetizioni, di furti e di personalizzazioni; e ciò che Cohen è stato per Faber nemmeno potete immaginarlo. Nessuno lo può immaginare.

È strano il giro che ha fatto la morte in questo 2016. È stata buona la morte, quest’anno. A gennaio ha aspettato che Bowie completasse il suo testamento musicale prima di rapirlo dalla vita terrena. Ora ha aspettato che Cohen l’immortale (e ve lo voglio gridare ad alta voce) pubblicasse il suo ultimo capolavoro (uno dei suoi migliori dischi di sempre) prima di abbandonare i suoi cari. Ha aspettato che scrivesse You want it darker, pezzo di apertura del disco in cui dice di essere pronto alla morte. Cohen lo sapeva di dover morire, ma ce l’ha fatta a firmare l’ultima gigantesca opera. Ha fermato il tempo e la morte per un attimo e ce l’ha fatta.

Quando Dylan ha vinto il Premio Nobel, Cohen ha detto che per Bob quella sarebbe stata una premiazione inutile. “Dare il Nobel a Dylan è come dare all’Everest una medaglia come monte più alto del mondo. Non c’è bisogno di una medaglia, si sa già”, ha detto.
Tutto vero, ma manca qualcosa. Manca Cohen su quella montagna, al fianco di Dylan. O dall’altra parte del palco. Uno a parlare di politica e rivoluzioni e l’altro a parlare di amore. Probabilmente di spalle, probabilmente vicini. Ma entrambi sulla punta più alta dell’Everest a fare ciò che sanno fare meglio. Cantare canzoni.

 

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.