Sembra incredibile. Se si fossero messi d’accordo non ci sarebbero riusciti. Alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (vicino Parma) e al Museo del Novecento di Milano sono aperte due belle mostre intitolate rispettivamente Italia Pop. L’arte negli anni del boom e Boom 60! Era arte moderna. Ohibò, nemmeno avessero deciso di entrare in concorrenza nel medesimo bacino di utenza: si trovano a soli 126,60 km effettivi, Google Maps docet, di distanza.

bernard buffet, nudo femminile, 1949
bernard buffet, nudo femminile, 1949

L’assessore alla cultura di Milano, Filippo Del Corno, che all’inaugurazione della seconda neppure sapeva fosse in corso da qualche settimana la prima, risolve con un “loro sono una fondazione privata, non siamo in contatto”, preoccupato più di rivolgere il suo sorriso a 32 denti ai fotografi che di fare la figura di chi dimostra un’insensibilità totale nei confronti di istituzioni che, oltre a essere comunque sostenute anche da soldi pubblici, svolgono una funzione culturale importante sul territorio. Quelle di alto livello nel nord si possono contare sulle dita di una mano, in tutta Italia di due: fare un gruppo di whatsapp cui mandare un messaggio del tipo “noi abbiamo intenzione di fare queste mostre nei prossimi due anni, voi? Si può collaborare? Parliamone” non sembra così astruso.

La mostra parmense, aperta fino al prossimo 11 dicembre, con un allestimento semplice e ordinato, come sempre alla “Villa dei Capolavori”, propone una carrellata effervescente e ricca sulla pop art di casa nostra, ne definisce la “specificità” italiana e insieme la dipendenza da matrici statunitensi e anglosassoni. Si va dal surrealismo premonitore di una “Piazza d’Italia” di Giorgio de Chirico fino a uno dei post-apocalittici e bruciacchiati “Sacco” di Alberto Burri, riferimenti assoluti dell’approccio italiano alla contemporaneità, alla figurazione e all’oggetto.

domenico gnoli, reggiseno, 1964
Domenico Gnoli, Reggiseno, 1964

Il percorso porta il visitatore al sorriso e al disappunto, al dubbio e alla discussione, al contraddittorio e alla meraviglia, in un susseguirsi di proposte differenti che vanno dalle visioni neo-dadaiste di Bertini con i “Gridi” di lettere e numeri stampati, Rotella e i manifesti strappati, Mauri, rivoluzionario concettuale, alle riflessioni sui temi dello schermo e dell’oggettualità di Schifano, Mambor, Baruchello, dagli immaginifici milanesi Adami, Del Pezzo, Tadini, Fomez, ai “volatili” torinesi Sarri, Mondino, Pistoletto, dai solidi romani Mauri, Fioroni, Festa, Angeli, ai lirici toscani Barni, Natalini, Ruffi, Malquori, dalla declinazione esplicitamente politica degli esponenti della “figurazione critica” (Spadari, Baratella, De Filippi) alle de-naturalizzazioni della natura di Gilardi, agli animali in metacrilato di Marotta, ai legni “paralleli” di Ceroli, al “Reggiseno” di Gnoli, ai rimandi all’editoria (libro d’artista, poesia visiva) e alla discografia (copertine di LP).

A Milano, fino al 12 marzo, invece si guarda all’arte da una visuale pop. Ovvero a come negli anni del boom l’arte diventò pop-olare, a come nascesse il “mercato” vero e proprio con una diffusione capillare dell’interesse per l’arte, a come le discussioni sull’arte e sulla sua interpretazione fossero così diffuse da coinvolgere riviste illustrate, rotocalchi e stampa di grande consumo, che per anni ne tratteggiarono e ne discussero, come esplicitato in un’interessantissima sala-emeroteca.

renato birolli, ondulazione marina, 1955
Renato Birolli, Ondulazione marina, 1955

Anche al Museo del Novecento, dove invece l’allestimento è assai presente, curato dall’architetto Alessandro Mendini con l’idea che il pubblico vede se stesso negli specchi dietro le opere “in un perverso gioco di reciprocità e di edonismo”, nonostante l’arte sia spesso astratta e inafferrabile, si parte dai precursori. Da Modigliani, Matisse, Sironi, Morandi, De Pisis, Carrà, Rosai e anche De Chirico, Morandi, Tosi, Campigli, molti, prima di arrivare ai veri e propri protagonisti, che, nuovo ohibò!, rappresentano – nonostante il titolo della mostra – soprattutto l’arte degli anni 50 (le opere posteriori il 1960 sono una ventina sulle oltre 130 esposte…), un’arte per certa parte astratta, per altra realista, perfino ritrattistica (Annigoni, Sciltian, Cassinari, i ritratti del mercante Carlo Cardazzo). Un’arte, come diceva nel 1965 Roy Lichtenstein – uno dei massimi esponenti della pop art dimenticata a Milano – “diventata estremamente romantica e irrealista, che si è nutrita di arte, si è trasformata in un’utopia. Ha avuto sempre meno a che fare con il mondo: guarda al di dentro.
Da un lato l’astrattismo di Vedova, Cagli, Dova, Burri, delle sculture di Viani (che tanto dubbioso rendevano Alberto Sordi in un’iconica foto del 1958) e Colla, con un’attenzione ai materiali che entrano nelle opere, sacchi, stracci, rottami, elementi di carrozzeria, magneti, compresi i décollage di Rotella e gli spari di Saint-Palle, propone l’arrivo deragliante della casualità nell’espressione artistica: la Biennale di Venezia del 1964 venne definita “un magazzino di cianfrusaglie”. Dall’altro la “cinetica” di Boriani, i bronzi di Minguzzi, Fontana, Guttuso e perfino Bernard Buffet, un pittore oggi dimenticato che a trent’anni radunava a Parigi folle oceaniche per una sua mostra, e Roberto Crippa, passato dalle notti sulle panche della Stazione Centrale di Milano all’aereo personale nel giro di pochi anni.

aligi sassu, lollobrigida, 1955
Aligi Sassu, Lollobrigida, 1955

Gli anni del boom dell’arte, in cui Gina Lollobrigida si faceva immortalare da tutti (quattro diversi, i ritratti in mostra) e in cui diventa fondamentale il dialogo con il pubblico tramite la spettacolarizzazione delle opere. Nei “favolosi” sixties, gli anni del grande balzo dell’economia mondiale verso il benessere e il welfare state per tutti, o quasi, in Italia, il cui fervore artistico di allora non è più stato eguagliato in seguito (mentre 58 senatori firmavano un invito al Ministro: “no a investimenti pubblici a favore di questa arte ripugnante!”), c’erano “grandi mostre e polemiche”, gli “artisti in rotocalco”, il rapporto tra “artisti e divi” e quello tra “mercato e collezionisti”, come titolano le quattro sezioni dell’esposizione milanese.
Un po’ caotica, non sempre chiara nella miscela delle proposte, ma stimolante e interessante, per certi versi capace di far sorridere e per altri di stimolare una presentazione e una comunicazione che oggi potrebbero di nuovo essere riprese, grazie a quella commistione di “alto e basso”, di approfondimenti e semplificazioni, che non si è più vista da allora se non in un programma televisivo benemerito e di breve durata come Galatea, andato in onda su RaiDue nel 2004/6.
L’incredibile però, terzo super ohibò, è che nelle due mostre – che i titoli vorrebbero speculari – compaiano artisti del tutto differenti (solo tre, De Chirico, Rotella e Burri, hanno un’opera in entrambe), come se i valori recepiti dai curatori fossero alieni gli uni dagli altri, come se il marketing cui fanno riferimento esplicito entrambe fosse completamente differente allora come oggi (n.b. sono numerosissimi i galleristi che hanno in magazzino un’infinità di pezzi di artisti di quel periodo), come se le forme e le valenze fossero talmente disparate e labirintiche da non permettere di trovare un comune filo d’Arianna.

Il vostro cronista come Alberto Sordi alla Biennale di Venezia del 1958: perplesso!
Il vostro cronista come Alberto Sordi alla Biennale di Venezia del 1958: perplesso!

Non volendo pensare in maniera andreottiana, preferiamo ipotizzare che i curatori, come non è accaduto ai committenti politici, si siano invece sentiti e rapportati in modo da permettere agli spettatori di seguire due percorsi differenti, praticamente l’uno – il parmense – conseguente all’altro, tesi a ricreare il clima culturale di un “momento cruciale di svecchiamento, in chiave internazionale, della cultura italiana”. Un momento in cui si sono incrociate le poetiche più diverse e le strategie di comunicazione più eteroclite, con rapporti ambivalenti nei confronti della politica e con modelli linguistici autonomi, con uno spacchettamento continuo di nuove motivazioni e un susseguirsi di invadenti luoghi comuni, teorizzati come linguaggi che rimandano ad altro da sé. Ovvero una serie di proposte che appassionano e indignano, coinvolgono e irritano, commuovono e sdegnano, perché forme di un’arte che si giustifica solo attraverso la sua diretta capacità di incidere e di provocare il pubblico.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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