‘Ready for the laughing gas’ – 25 anni di “Achtung Baby”

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Gli U2 sulla Trabant | Photo By: ©Anton Corbijn

Bono lo definisce l’album della distruzione, e della rinascita. In effetti, nel lontano 1990, gli U2 erano ad un passo dallo scioglimento, dilaniati da tensioni interne che non sembravano avere fine. Tipico del rock’n’roll in fin dei conti.

Pochi mesi prima, al Point Depot di Dublin, il 30 Dicembre 1989, gli U2 introdussero il brano “Love Rescue Me” con queste famose parole di Bono: “Questa è solo la fine di qualcosa per gli U2. Ed è quello che stiamo suonando in questi concerti – stiamo portando avanti una festa per noi e per voi. Non è un grosso problema, è solo che…dobbiamo andare via…e sognare tutto di nuovo da capo”, presagio di un’interruzione che all’epoca aveva più il gusto di una pausa di riflessione.

Per la prima volta da oltre 10 anni, Bono&Co. si isolarono totalmente dai media facendo letteralmente perdere le loro tracce, svolgendo una sorta di ritiro spirituale che, a tutti gli effetti, ebbe in ognuno di loro delle ripercussioni emotive profonde e durature.

All’epoca della caduta del Muro di Berlino, gli U2 ne tirarono su uno che isolò gli uni dagli altri: Bono e The Edge avevano accresciuto un interesse profondo per la musica elettronica che dal Nord Europa stava invadendo tutto il Vecchio Continente; la si definiva in tanti modi, in base alle sue particolarità – house, trance, techno, rave, dance – ma tutte avevano in comune l’uso massiccio di macchine tecnologiche capaci di espandere i confini musicali e la creatività dei musicisti; Adam Clayton e Larry Mullen Jr, invece, vedevano nella musica elettronica un mondo sconosciuto da cui prendere le distanze poiché gli U2 avevano un loro genere ben definito, quello del rock evocativo tipico degli anni ’80, e volevano continuare su questa strada già percorsa e piena di grandi successi.

«Bisogna rifiutare la vecchia identità del gruppo, prima di trovarne una nuova. E nel frattempo, c’è il vuoto».

[Bono]

La band arrivò nella capitale tedesca il 3 Ottobre 1990, il giorno dell’unificazione della Germania, con l’ultimo volo della British Airwaves ad atterrare a Berlino Est. Il paesaggio era surreale, si respirava un’aria di assoluta novità e trovarsi proprio nel luogo dove si stava scrivendo la storia mise alla band la curiosità di testare con mano il cambiamento.

Passeggiando tra i settori Est e Ovest, gli U2 si resero conto di come i berlinesi furono costretti a vivere in due mondi confinanti ma diversissimi: a Ovest tutto era scintillante per via della politica capitalistica di stampo americano con insegne al neon, grandi pubblicità sui cartelloni e una vita frenetica tipica di una metropoli occidentale; a Est, invece, le strade erano illuminate con un’opaca luce gialla, tutto era avvolto dal silenzio e ai lati delle strade giacevano abbandonate le Trabant – le (traballanti) utilitarie simbolo della Germania Est.

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La Trabant davanti agli Hansa Studios. | Photo By: ©Anton Corbijn

Essere confinati in questa terra spronò la band a cercare nuovi stimoli e tramutarli in musica. Già nel Maggio del 1990 Bono e The Edge si erano riuniti a Dublino per registrare qualche brano e gettare le basi per quello che, a un anno e mezzo di distanza, sarebbe diventato “Achtung Baby“.

Brian Eno insieme a Daniel Lanois – stessi produttori di “The Unforgettable Fire” e “The Joshua Tree” – raggiunsero i musicisti irlandesi che, nel frattempo, avevano deciso di stabilirsi nei celeberrimi Hansa Studios, luogo in cui David Bowie registrò la “trilogia berlinese” proprio con Eno.

Reduci dal successo dell’album “Rattle and Hum” – ma massacrati dalla critica musicale – gli U2 si resero conto che non riuscivano ad avere una direzione musicale condivisa, suonando ore e ore in studio senza arrivare da nessuna parte. Il nervosismo era a livelli tali che i litigi erano all’ordine del giorno con Bono che accusava Adam di non saper suonare una linea di basso decente mentre Larry rimproverava a Bono di voler aspirare al cambiamento senza avere una vera e propria idea concreta sul da farsi.

Le sessions andavano avanti tra mille difficoltà trascinandosi a fatica durante il cupo inverno di Berlino. Ma proprio quando le speranze erano destinate a finire, arrivò un’improvvisazione spontanea di The Edge sulla base di “Sick Puppy” – il titolo provvisorio del brano “Mysterious Ways“.

The Edge, sul finale della demo, improvvisò un giro di accordi che subito catturò l’attenzione di tutti: il gruppo di lavoro decise di estrapolarli e lavorarci a parte come un brano a sé. Era il primo embrione di “One“.

Il brano si rivelò essere il “collante” tra innovazione e tradizione, la strada maestra da seguire che mise finalmente d’accordo i membri della band. Bono scrisse un testo molto poetico e malinconico dove il concetto universale di unione – padre/figlio, uomo/donna, Berlino Ovest/Berlino Est – viene visto come un sostenersi a vicenda giocato sulla sopportazione reciproca piuttosto che sul romanticismo di stampo classico.

One” è un brano che parla essenzialmente di separazione: il “siamo una cosa sola, ma non la stessa cosa” descrive la contraddizione dello stare insieme, dove persone diversissime sono costrette a scendere a compromessi per condividere un sentimento e sostenersi a vicenda. In un certo senso descrive nel modo più crudo – e duro – la bellezza dell’amore.

«La canzone è un po’ contorta, per questo non riesco a capire perché la gente voglia che venga suonata ai matrimoni. Di sicuro, ho incontrato un centinaio di persone che l’hanno fatta suonare ai loro matrimoni. E a ognuno di loro ho detto: ‘Sei matto? Parla di separazione!’».

[Bono]

Forti di questa rivelazione, gli U2 intrapresero con nuova linfa la strada della sperimentazione sonora arrivando a contaminare le chitarre cristalline di The Edge con i suoni sporchi e distorti della musica di Berlino Est.

The Fly” venne estrapolata dalla demo “Take You Down” e nacque, fondamentalmente, da un esercizio stilistico di Bono, stanco, oramai, della sua scrittura “trascendentale” ricca di metafore, riferimenti biblici e letterali.

«Non riconoscevo più la persona che si supponeva io fossi attraverso i media. Quando rimani a lungo sotto i riflettori, subisci una specie di violenza carnale».

[Bono]

Elaborò quindi un linguaggio più diretto, quasi spietato, fatto di slogan e fredde verità, capace di lanciare messaggi taglienti in pochissime parole. Per fare ciò cambiò la direzione del suo sguardo – dal cielo alla strada – avvicinandosi moltissimo allo stile di Lou Reed del racconto parlato, descrivendo la frenesia del mondo contemporaneo. Immaginò un bambino che riceve una strana telefonata dall’inferno dove, a parlare, non è altro che il demonio premuroso di mettere in guardia l’anima innocente.

Ma non era ancora abbastanza. Il cantante aveva bisogno di qualcosa, o qualcuno, per poter rendere il tutto estremamente convincente, un personaggio o un’armatura per potersi “celare e svelare” come mai prima: La Mosca si mostrò al mondo.

Per una pura coincidenza la linea metropolitana denominata U2, a Berlino, porta dritta al Zoologischer Garten uno dei più grandi zoo della Germania. La band, durante la sua permanenza agli Hansa Studios, decise di visitarlo con Bono che rimase affascinato da una storia che gli fu raccontata: durante i bombardamenti degli Alleati, nella Seconda Guerra Mondiale, le mura di cinta dello zoo furono distrutte e gli animali fuggirono attraverso le vie cittadine. La stazione dello zoo, ribattezzata Zoo Station, divenne così la rappresentazione moderna del caos mediatico a cui veniamo sottoposti.

Il brano – il primo dell’album – attinge a piene mani nel suono industrial degli Nine Inch Nails costruendo un muro sonoro spigoloso e ruvido. La voce distorta di Bono sembra farsi strada attraverso il ritmo ossessivo di Larry Mullen Jr cercando quasi di trovare la forma definitiva per questa metamorfosi kafkiana: “Sono pronto/Sono pronto per il gas esilarante/Sono pronto/Pronto a ciò che segue” le parole di Bono sembrano a tutti gli effetti una presa di coscienza su una verità che all’epoca fu scomoda a molti: gli U2 degli anni ’80 non esistevano più.

Il concepimento di “Achtung Baby” coincise con un avvenimento storico di portata mondiale che cambiò non solo gli assetti politici dei Paesi interessati ma anche il rapporto tra l’uomo e la televisione: la prima Guerra del Golfo.

La CNN, la BBC e tutte le più grandi reti televisive trasmettevano 24 ore su 24 reportage in diretta sulla guerra dando in pasto agli spettatori immagini di soldati carbonizzati, carri armati distrutti, corpi mutilati e bombardamenti. Ma bastava poco, il click del telecomando, per spostarsi su una soap-opera, un film, MTV, un sermone di un televangelista o una pubblicità per famiglie. Questa tremenda contraddizione colpì moltissimo la band gettando le basi dello ZooTv Tour – il mastodontico tour di supporto al disco – ma prima ancora fece nascere il sospetto che la gente davanti alla televisione stesse diventando insensibile a ciò che vedeva, abituandosi pian piano alla violenza.

«La ZooTv nacque proprio da questo aspetto della televisione: tu puoi premere un tasto sul telecomando e vedere la pubblicità di un prodotto per la famiglia dove tutti sono felici, ma basta che vai un canale avanti e vieni proiettato negli orrori della guerra».

[The Edge]

La filosofia di Karl Popper entrò nella scrittura di Bono nel momento in cui il cantante capì che la televisione non aveva la funzione di educare lo spettatore bensì di fuorviarlo verso la superficialità dei programmi d’intrattenimento. I reportage si mischiavano ai quiz e alle telenovelas, perdendo quell’elemento di “verità” che si portavano dentro. Un soldato morto o un videoclip su MTV avevano oramai lo stesso identico “peso”.

Si iniziava a scivolare sulla superficie delle cose. Si iniziava a perdere contatto con la realtà.

Ma, al contempo, la canzone rispecchiava l’importanza dell’apparire prima ancora di “essere”: gli U2 adesso giocavano a fare le rockstar e, paradossalmente, con quelle maschere sul viso, ebbero un giudizio di gran lunga migliore da parte dei critici musicali rispetto al genuino omaggio alla cultura americana di “Rattle and Hum”.

Anche meglio dell’originale“, uno slogan che trova fondamento ancora oggi.

L’affascinante dicotomia di “Achtung Baby” è la sua capacità di affrontare temi universali e di racchiuderli nell’intimità dell’animo umano. Il tradimento è il germe che attraversa quasi tutte le canzoni contenute nell’album ed emerge – a volte palesemente altre volte silente – in molte forme.

In “Until The End Of The World” – contenuta in una versione differente anche nella colonna sonora dell’omonimo film di Wim Wenders – esso viene descritto attraverso l’episodio di Gesù e Giuda. Il testo è costruito in prima persona, come uno scambio di battute tra i due, e ciò che emerge è un amore fraterno con picchi di eroticità vagamente omosessuale “Nel giardino stavo facendo la puttana/Ti ho baciato le labbra ed infranto il cuore” e riferimenti al sesso orale “Circondandomi, affogandomi/Traboccando dal bordo/In onde di rimpianto, onde di gioia/Mi distesi per raggiungere colui che tentai di distruggere.

«Credo di non conoscere nessuna donna che sia davvero una puttana, mentre conosco un sacco di uomini che lo sono».

[Bono]

Il testo cita anche Frida Khalo con il verso “Nel mio sogno stavo annegando i miei dispiaceri/Ma i miei dispiaceri, impararono a nuotare” e sprofonda, in un gioco di luci e ombre, sul ruolo che ognuno di noi ha dentro la società e la capacità di controllarne i limiti. All’epoca la band iniziò davvero a fare una vita mondana senza più i vincoli che si era posta negli anni precedenti. Fu allora che Bono si accorse di quanto sia sottile la linea tra la fedeltà e il tradimento. Proprio come Giuda.

Ma il tradimento ha anche una faccia poco conosciuta, e spesso poco affrontata in una canzone: la sincerità. Si possono amare due persone contemporaneamente? Domanda difficile, soprattutto quando sei sposato, soprattutto quando sei un membro degli U2.

Nata col titolo provvisorio “Don’t Say Goodbye“, incisa in un primo momento in una versione bellissima poi totalmente stravolta, “Who’s Gonna Ride Your Wild Horses” ha un mood particolarissimo che si muove tra la malinconia amorosa e il rimpianto. Non è chiaro a cosa o a chi si riferisca la canzone – si ipotizza di una storia d’amore clandestina di Bono – ma di sicuro l’interpretazione del cantante è qualcosa di eccezionale, capace di trasmettere perfettamente all’ascoltatore quella carica emotiva di un amore pericoloso vissuto con intensa sincerità da entrambe le parti.

Anche qui tornano i riferimenti al sesso orale “Chi assaggerà i tuoi baci di acqua salata?” ma il tutto viene affrontato attraverso un romanticismo decadente che lascia trasparire un amore soffocato per necessità.

Chi prenderà il mio posto?/Chi potrà domare il tuo cuore?“, si domanda il cantante, lasciando intendere un affetto mai del tutto sopito.

The Edge stava attraversando un momento familiare molto difficile: sua moglie, Aislinn O’Sullivan, l’aveva lasciato proprio pochi mesi prima che la band decise di stabilirsi a Berlino. Il chitarrista affrontò la trasferta sul suolo tedesco come un vero e proprio isolamento, allontanandosi il più possibile dai luoghi casalinghi della terra natia e cercando di sfogare tutta la frustrazione provata attraverso la musica.

So Cruel” parla proprio di questo, di quando l’amore arriva alla deriva e si tramuta nel ferimento reciproco dei due coniugi. “Siamo alla deriva/Ma stiamo ancora galleggiando/Sto tenendo duro solo/Per vederti affogare…amore mio“, è la disperazione a parlare dentro un brano vagamente soul dove la tensione emotiva non esplode mai in maniera netta, piuttosto, si tratta di un’implosione di rabbia inespressa.

Anche qui c’è molta malinconia ma, a differenza del brano precedente, qui tutto tende al nero. La bravura di Bono&Co. è di far suonare “So Cruel” come una preghiera sussurrata all’orecchio dell’amante quando invece è un urlo assordante di dolore.

Osservando le canzoni da un altro punto di vista si può intravedere in esse la descrizione di come l’uomo sia succube dell’universo femminile. A differenza di quanto si creda “Achtung Baby” è un album, per certi versi, fortemente maschilista: il punto centrale di quasi tutte le canzoni è l’uomo messo di fronte alla donna, e di come il primo si sottometta a quest’ultima. Rovesciando gli elementi d’analisi si può dire che l’album è un’ammissione di come le donne riescano a soggiogare l’universo maschile e piegarlo al proprio volere.

In “Mysterious Ways” tutto ciò è messo ben evidenza attraverso un testo surreale ma che, una volta trovata la chiave di volta, il suo significato risulta ben chiaro “Se vuoi baciare il cielo/E’ meglio che impari ad inginocchiarti.”

Inizialmente, come detto, il brano si chiamava “Sick Puppy” e fu una delle prime canzoni ad essere state abbozzate da Bono e The Edge nel Maggio 1990. A farla da padrone è la particolarissima chitarra e il sapore vagamente orientale del brano che ne aumentano la sensualità e la carica erotica.

Tryin’ To Throw Your Arms Around The World” è il brano che tranquillizza gli animi prima del climax finale dell’album. E’ l’ultima chance per riprendere fiato.

Si tratta di una canzone dal sound sognante e da un testo che sembra la descrizione di un quadro di Salvador Dalì – che viene citato nel testo. Bono confessa di averla scritta dopo essere stato sbronzo per tutta la notte ma, all’interno di “Achtung Baby”, il brano funziona molto bene spezzando, insieme a Mysterious Ways”, l’atmosfera dark del disco.

Si cela una vena di ottimismo alcolico tra le parole del cantante, e l’arrangiamento aiuta a calarsi in questo turbinio di immagini surreali mentre barcolliamo nel cammino verso casa. Anche qui ritorna il rapporto dell’uomo con la donna “E una donna ha bisogno di un uomo/Come un pesce di una bicicletta” citando il famoso slogan di Irina Dunn e tutto il brano sembra voler palesemente prendere le distanze da quei sentimenti importanti descritti precedentemente. Stiamo cercando di gettare le braccia intorno al mondo. Ma è solo un’illusione.

Con “Ultraviolet (Light My Way)” si ricomincia la discesa attraverso l’animo umano puntando dritti al cuore. Il brano inizia con dei versi fluttuanti che sembrano il prolungamento della canzone precedente ma subito essa cambia aspetto e diventa una suite struggente sul prezzo dell’amore.

«’Ultraviolet (Light My Way)’ era un po’ disturbata. ‘C’è un silenzio che arriva nella casa in cui nessuno riesce a dormire’ è un ottimo verso, e posso dirlo in tutta modestia perché l’ho rubato a Raymond Carver. Me ne scuso».

[Bono]

Ad ascoltarla sembra quasi che la canzone suoni al rallentatore ma è un effetto illusorio dato dal contrapporsi della massiccia sessione ritmica della band e il cantato suadente e lento di Bono. La forza di questo brano risiede nel descrivere l’amore senza farlo risultare banale: il ritornello “Baby, Baby, Baby…illuminami la via” suona, di per sé, sciocco ma all’interno del testo, e grazie all’interpretazione del cantante, esso acquista una drammaticità unica.

Ultraviolet (Light My Way)” è una richiesta d’aiuto. Ancora una volta è l’uomo a tendere la mano alla donna.

La punta più alta della contraddizione esistenziale giunge con “Acrobat” uno dei brani più duri dal punto di vista sonoro. Si tratta dell’unico brano di “Achtung Baby” a non essere mai stato suonato live, causando negli anni diverse lamentele da parte dei fans.

Il testo è una disamina cinica e spietata della condizione umana perennemente alla ricerca di adattarsi a ciò che la circonda. L’acrobata è un’immagine potente: proprio come un acrobata ogni essere umano deve mutare l’equilibrio della propria vita, proprio come un acrobata bisogna rimanere in equilibrio per non sprofondare; come in un paradosso le maschere divengono necessarie per poter sopravvivere e “dubitare” diviene il motto per andare avanti: “Non credere a ciò che senti/Non credere a ciò che vedi/Se solo chiudi gli occhi/Puoi sentire il nemico.

Ma è anche una frecciata ai critici musicali che volevano affossare gli U2: “Non lasciare che i bastardi ti schiaccino“, è un verso chiaro come la luce del sole.

La chitarra di The Edge esplode in un assolo che, dopo quello di “The Fly”, spazza via ancor di più le sonorità degli anni ’80 con il nuovo sound grezzo e distorto del chitarrista; nessuna illusione qui, la televisione è spenta, si sta solo guardando dalla finestra la realtà: se vuoi sopravvivere allora devi fingere, se vuoi vivere allora devi sognare.

E puoi sognare/Allora sogna forte.

L’album si chiude con un requiem. “Love Is Blindness” racchiude dentro di sé il lato spietato dell’amore, quello più oscuro e cieco.

Qui il raggio d’azione si allarga: non si tratta più dell’amore/sentimento classico ma viene preso in considerazione l’amore verso una causa – l’ideologia – capace di assuefare la mente umana sino a renderla incapace di intendere.

«Non c’è nulla di più letale di un’idea – o di una persona – che ha ‘quasi’ ragione»

[Bono]

Il testo paragona la spietata crudeltà del terrorismo – “In una macchina parcheggiata/In una strada affollata /Vedi il tuo amore/Completamente realizzato” – alla fedeltà del sentimento umano: amore come devozione totale, amore come cieca obbedienza.

Mentre The Edge registrava questo brano ruppe le corde della sua chitarra per l’intensità con cui scaricava tutte le sue frustrazioni nell’assolo finale. E’ senza dubbi uno dei brani più evocativi degli U2 oltre a essere un vero e proprio capolavoro.

Una chiusura perfetta per un album perfetto.

«Fu un album dannatamente difficile da realizzare; ma sarebbe stato ancora più difficile se non fosse stato l’album che era. Se non avessimo fatto qualcosa che ci eccitava, che ci faceva stare in ansia e metteva in discussione quello in cui credavamo, non avrebbe avuto alcun senso continuare. Eravamo ad uno spartiacque. Se non fosse stato un disco eccellente secondo i nostri standard, l’esistenza della band sarebbe stata in pericolo»

[Adam Clayton]

Gabriel Cillepi
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