Wolfgang Muthspiel
Rising Grace (ECM/Ducale)
Voto: 9

Virginia Woolf il 12 febbraio 1926 appuntava nel suo diario: “se scrivessi di viaggi aspetterei finché emerga una determinata angolazione e mi servirei di quella. Il metodo di raccontare per filo e per segno non può essere giusto; nel cervello le cose non accadono in quel modo.” E ascoltare un album, un percorso artistico di un’ora e qualcosa di più, che è stato elaborato nel tempo e nella memoria, è come affrontare un viaggio, come un seguire piste (ndr. un tempo venivano dette così le diverse tracce di un LP) inconsuete e capaci di aprire la mente e il cuore. Cui la “ricetta” della grande scrittrice americana si offre come metodo molto affidabile.
Specie se l’itinerario è disegnato da una “penna” come quella dell’austriaco Wolfgang Muthspiel, uno che il “New Yorker” ha definito come “una luce che risplende” in mezzo ai chitarristi jazz di oggi, inseguendo un pensiero obliquo e in continua oscillazione tra interiorità intensa ed esteriorità melodiosa, tra il groove macerato e l’esposizione ammaliante, tra, più semplicemente, lo strumento elettrico e quello classico. Ne esce Rising Grace, un piccolo capolavoro.
copa-muthspielAl suo fianco i due formidabili ritmi Larry Grenadier al contrabbasso (con cui suona da circa un trentennio, da quando erano insieme nella formazione del docente Gary Burton al prestigioso Berklee College of Music di New York) e Brian Blade alla batteria (uno che sa far parlare la batteria come il primo Max Roach), già con lui in trio nel discusso precedente cd Driftwood, il pianista superstar Brad Mehldau, il “numero uno” della generazione dei quaranta/cinquantenni, cui appartiene anche il leader, oggi 51enne, e il trombettista emergente Ambrose Akinmusire, messosi in luce in numerosi contest vinti e al fianco di Vijay Iyer e Jason Moran.
L’ensemble lavora come un perfetto quintetto con una serie di momenti attesi e di assolo che si susseguono, ma contemporaneamente riesce a divincolarsi da molti schemi, innanzitutto per la capacità di Muthspiel di apparire in ogni momento volatile e “fuori posto”, di Mehldau di essere “incredibilmente controllato – dice Wolfgang – perché sorretto da un’influenza classica, ma soprattutto imprevedibile e insieme così logico da proporre sempre grande arte”, di Akinmusire di raccogliere il testimone là dove l’aveva deposto il compianto Kenny Wheeler (omaggiato ispiratore nell’intensa “Den Wheeler, Kenny Den”).
muthspIl leader, che ha suonato nel tempo con Dave Liebman, Paul Motian, Bob Berg, Mick Goodrick, Gary Peacock e via dicendo, propone il suo capolavoro a trent’anni dal debutto discografico in coppia con il fratello trombonista Christian. Rising Grace va gustato da ciascuno secondo la propria “angolazione”, non necessariamente seguendo la malinconia esistenziale delle prime due tracce, la fascinosa title-track e la dialogante “Intensive Care”. Si può afferrare ad esempio il melodismo delle successive “Triad Song” e “Wolfgang’s Waltz” (un inedito di Mehladau, il solo brano non firmato da Muthspiel), in cui piano e chitarra si intrecciano a rincorrere i raggi di una luna ormai invernale. Oppure inseguire il mistero pennellato dal trombettista e gli altri in “Father And Sun” e dal batterista e dall’elettrica (che appare solo qui) nella graffiata “Boogaloo”. Oppure ancora investigare secondo le trame ellittiche e dondolanti di “Superonny” e quelle riverberanti e suggerite di “Ending Music”. O magari farsi trasportare partendo dalla fine, dalla maestosamente lenta “Oak”.
muthUn quintetto compatto e reattivo, in cui gli assolo sono preamboli e conclusioni, sono schizzi e oli corposi, in un intreccio di rimandi e di reazioni, di comunicazioni al pubblico e al musicista affianco. Una coesione paritaria di artisti ad altissimo livello, individualmente e collettivamente, che vede le linee dei brani in continuo movimento e la musica come una morbida matassa con cui giocano cinque affiatati gatti persiani.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.