21 novembre 1976, esce Rocky

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Che vi piaccia o meno, Rocky è un film immancabile per chi ama il cinema a stelle e strisce, e in qualche modo rappresenta la quintessenza del cinema di intrattenimento. Non certo un capolavoro di finezza autoriale, quello che però colpisce (battuta!) di Rocky è quanto plausibile possa apparire una storia così apparentemente impossibile: il campione del mondo dei pesi massimi concede ad uno sfidante sconosciuto, perdente e non particolarmente brillante un incontro per il titolo. L’unica occasione della vita. Cosa c’è di più americano nell’immaginario collettivo?

Lasciamo stare la trama, immagino più che conosciuta, ma il film che incolla, esalta e commuove c’è tutto. In realtà, non tutti sanno che a scriverne la storia, fu proprio lui, Sylvester Stallone, che provò a farsi produrre per anni questo film prima dell’approvazione di una major, che, per inciso, non è che non fossero interessati alla storia, è che non volevano lui come attore principale (inutile dire, che il buon Sly non ci stava). Per accettarlo, le major ne fecero un film low budget, parzialmente co-finanziato di tasca propria dai produttori. Tra l’altro, Sly NON era un gran pugile e dovette praticamente imparare da zero. Si dice che Carl Weathers, Apollo Creed, quando fece l’audizione, scambiò un paio di pugni con quello che pensava fosse una controfigura (stendendolo!) e, quando il regista gli fece notare che quello ERA il protagonista disse: “beh, migliorerà”.

Ed è proprio Stallone che insospettabilmente fa la differenza, Rocky è lui, e non ce lo potremmo immaginare diversamente, con quella faccia un po’ suonata, le canotte tamarre, il suo appartamento con i tubi a vista, la sua corsa sulla scalinata di Philadelphia, i quarti di vitello presi a pugni in ghiacciaia, persino la fidanzata un po’ sfigata. Chi non si è mai sentito Rocky una volta nella vita?

E il finale, caposaldo della cinematografia maschile, con lui che viene dichiarato sconfitto ai punti, ma chi se ne frega, nessuno ci fa caso ormai,  lui si volta e chiama la sua Adriana.

 

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Jacopo Licciardi
Nato a Reggello (FI) nel 1973, laurea in giurisprudenza saggiamente messa in bacheca e praticamente mai utilizzata, si trasferisce a Milano nel Settembre 2001, dopo trascorsi in UK e USA, qualche giorno prima del crollo delle Torri Gemelle (dunque, con alibi). Professionista in ambito Risorse Umane, Coach e Formatore, adora i libri, i fumetti (supereroistici in primis), la storia, i viaggi, i gatti e naturalmente il cinema, soprattutto pop e a stelle e strisce. Nerd a tutti gli effetti.