On the Rock Again

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“But I ain’t going down, That long old lonesome road,
All by myself … On the road again”.

La colonna sonora di un viaggio non la trasmette la radio, è tutta nella tua testa, nel tuo spirito.

Il viaggio inizia a Las Vegas, la città del peccato. Sin City è un enorme Luna Park di luci sfavillanti che incantano gli incauti turisti del vizio, quello del gioco ovviamente, ma non solo. In questa metropoli dove i tempi raccontano le melodie di Frank Sinatra o il rock’n’roll di Elvis Presley, ora, i giganteschi cartelloni luminosi, promuovono musical dedicati ai Beatles e a Michael Jackson. Las Vegas è un immenso e lussuoso lampadario in mezzo al deserto. Chi, come me, non è attratto dal gioco o da questo genere di divertimenti, si dirige verso ovest.

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Death Valley, Devil’s Golf, Zabriskie Point, Joshua Tree distano poche ore da Las Vegas. Deserti incuneati tra aride colline sotto un sole cocente, tra la California ed il Nevada. Nel mio cuore e nella mente c’è un susseguirsi di emozioni tradotte in immagini e note: un esplosione ripetuta all’infinito, caratterizzata dal suono dei Pink Floyd. Una dodici corde che corre ansimando sulla terra bruciata, accarezzata dai lunghi capelli di Shawn Phillips. La costruzione di un amore dolcemente rotolante tra dura sabbia e ipnotiche note della chitarra di Jerry Garcia e, li accanto, non ho più trovato  ciò che stavo cercando (But I still haven’t found what I’m looking for – U2), il Joshua Tree non c’era più, sradicato dalla stessa arida natura. Gli indiani Soshone, nativi della zona, sono stati gli ultimi amici di Michael Jackson che a Pahrump, tra la Death Valley e Las Vegas, voleva vivere, ma non ne ha avuto il tempo.

Zabriskie Point
Zabriskie Point

La Route 66 si lascia alle spalle il deserto del Mojave e, andando nella stessa direzione di Billy e Wyatt (il Captain America di Easy Rider) mi conduce, con le note di “Born to be Wild” degli Steppenwolf, verso Falgstaff. Io che non ero destinato a seguire le aquile (Wasn’t Born to follow /Byrds) mi fermo a Williams, su quell’unica strada, tra saloon e drugstore, dove senti il rombo delle Harley e la sirena dei camion (Convoy) che ti salutano, attraversando con spavalderia le vicinanze della main street. Dalla veranda del motel, sento le tristi note di John Fahey dedicate ad una luna brillante che illumina l’immensità rocciosa del Grand Canyon. Il mio sguardo si perde tra i diversi colori della terra. Mi sento una formica, un piccolo essere fragile di fronte a tale maestosità. Sai di essere ospite dei Navajo, loro questa meraviglia della natura la chiamano “Casa”.

Grand Canyon
Grand Canyon

“Down by to the river” (Neil Young) – Il Colorado scorre tra lo Utah e l’Arizona, qui lo hanno defluito in piccoli canali per poter costruire un mare, il Lake Powell, dominato dalla grande diga. I mormoni vigilano le proprie mogli e le costruzioni, i Navajo, la natura e l’Antelope Canyon. Su una sgangherata camionetta, meno comoda dei cavalli senza sella, sollevando nuvole di polvere, raggiungo questa insenatura di sabbia stretta tra le rocce. Il sole che l’attraversa dipinge il suo interno di ombre e magici colori (“dategli sole. non legarlo, vuole correre …” cantava Grace Slick in Manhole). Anche il crotalo si è disinteressato del mio silenzioso passaggio.

Antelope Canyon
Antelope Canyon

La radio trasmette musica che non segue i miei pensieri. Banjo e violini a ritmo di quadriglia, non fa per me, ma siamo in Arizona. Ennio Morricone descriverebbe meglio le emozioni che sto per vivere. Il sole è ancora alto, illumina i saliscendi della lunga strada dritta di fronte a me per oltre quaranta miglia. Il camion che avvisto nello specchietto retrovisore minaccia di speronarmi (Duel) ma poi mi supera sbuffando. Il banjo gareggia con la chitarra (Dueling banjo), io lotto con il sonno. L’aria danza con il calore formando nuvole di gas che rendono credibili i miraggi. In fondo alla interminabile strada, affiorano punte di roccia dirette verso il cielo. Dita di giganti con le mani nel rosso terreno. Pinnacoli, attori involontari di mille film, da Ombre Rosse a Thelma e Luoise, da Easy Rider a Forrest Gump. Il capo Navajo osserva con orgoglio la sua terra da un pronunciato sperone di roccia, in attesa di segnali di fumo. Nel piccolo chalet all’interno della Monument Valley, con infantili lacrime di gioia, non riesco a dormire e seguo affascinato la parabola del sole dal tramonto all’alba. Nel colore rosa della luce che nasce, sento Grace Slick cantare  “Sunrise start a brand new day …”.

Monument Valley
Monument Valley

Lascio i Mormoni nello Utah e i Navajo nell’Arizona per dirigermi a Durango, in Colorado. Antica ed elegante. “Quel treno per Durango”, lungo il River Soul, verso Silverston, racconta la storia di Butch Cassidy e dell’amico Sundance Kid. Siamo nel leggendario Far West. Poco distante, nella Mesa Verde, vi sono le rovine della civiltà degli Anasazi. Abitazioni scavate nella roccia della montagna. Sam Peckinpah e Sergio Leone mi suggeriscono di ascoltare “Giù la testa”, atmosfera Morricone. Lungo il percorso c’è Cortes, nella contea di Montezuma. Nella piccola stanza del motel, un ritratto di Janis Joplin sembra implorare “Oh come on, come on, come on …” ma io proseguo verso la capitale della riserva indiana, Gallup. Qui inizia il New Mexico, qui, al mercato, si incontrano Navajo, Apache, Hopi ed altre tribù minori mentre vendono la loro arte. Nell’unico negozio sulla main street si possono acquistare pistole, fucili, selle, speroni e cappelli da cow boy. Il proprietario non è un nativo, è un austero bianco che mette in mostra la bandiera dell’Unione.  Gli Eagles direbbero: “Desperado, perché non torni in te? Ohhh, sei un duro. Queste cose che ti soddisfano possono farti del male in un modo o nell’altro”.

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Il New Mexico è grande e profondo. Mi rimetto in viaggio verso sud. Socorro mi attende con tutti i suoi misteri. Se esistono gli alieni, devono essere tutti lì. Strade deserte per centinaia di miglia. Qualche cespuglio rotola sull’asfalto. Non incroci una macchina e neppure un distributore. Uomini e cose si riparano da un sole crudele. I Pearl Jam urlano: “Even Flow thoughts arrive like butterflies”. Mi chiedo perchè gli esseri dello spazio avrebbero deciso di venire qui. Socorro, come tanti paesi disseminati in queste zone desertiche, è composta da un paio di motel, un distributore (finalmente) e qualche fast food. Nessuno si aggira per l’unica strada. Sento un canto giungere dalla vecchia chiesa di San Miguel. Forse gli unici sopravvissuti da un attacco dal cielo. Senza alcun timore, percorro ancora un centinaio di miglia nel deserto. Eccola. La fabbrica dello spazio. Centinaia di gigantesche parabole captano ogni suono proveniente dagli abissi stellari. Contact. Loro lo sanno se non siamo soli nell’Universo. John Lennon lo sapeva : “Mi chiamano attraverso l’Universo – Jai Guru Deva Om -Niente cambierà il mio Mondo”.

Socorro
Socorro

Giro la macchina e torno indietro, verso sud. Un cartello mi indica che sto dirigendomi verso quella città che i gringo chiamano “El Paso” ed i messicani “Ciudad Juarez”, divisa da un confine. Lo scrittore Don Wislow (Il potere del cane – Il cartello) sa che in quel luogo non servono gli alieni a farti sparire. Mi assale la paura. Trafficanti vanno e vengono ogni giorno, pendolari della droga e della morte. Mi fermo ad Alamogordo. Distributore, motel, fast food. Il tramonto è rosso e la notte sarà presto nera (I see a red door and I want painted black . Rolling Stones). Il mattino, quando il caldo non è ancora soffocante, raggiungo le “White Sands”, dune bianchissime di una polvere di gesso. Mad Max sta ancora fuggendo inseguito dal convoglio di camion dei Figli della Guerra. Con lui fuggo anch’io. Questa volta verso nord. Il navigatore sa che voglio arrivare a Santa Fe ed io ho fiducia in lui. Ma mi sbaglio. Quando, dopo sei ore di guida, vedo un cartello che mi indica “Amarillo” nel Texas, mi preoccupo. E’ terra di Mescalero. Per lui, Santa Fe era un quartiere di Clovis, città di confine, per me è la capitale del New Mexico ad altre sei ore di distanza, in tutt’altra direzione. Riattraverso il fiume Pecos mentre Ry Cooder canta “… sapete che è troppo tardi per cambiare idea … si paga il prezzo per venire così lontano … e tu sei ancora oltre il confine”. Billy the Kid mi saluta dalla veranda di un saloon di Fort Summer. La palla infuocata del sole scende dietro le colline, mentre intravedo Santa Fe, la città diversa. Quella vera.

Alamogordo White Sands
Alamogordo White Sands

Santa Fe vale il viaggio. La città più ricca d’arte di tutti gli Stati Uniti. Una Disneyland di gallerie che espongono artigianato,  sculture e quadri originalissimi. Una piccola cittadina che vive nel rispetto delle tradizioni del suo popolo, i Pueblo. Tutte le case sono color ocra, realizzate in adobe, sabbia e fango, con forti pali di legno a renderne più sicura la stabilità. Nella piccola piazza, musicisti di strada con violino, chitarra e washboard intrattengono i clienti del vicino mercato dei nativi che, giornalmente, vendono i loro manufatti. L’atmosfera è tranquilla e gentile. L’aria è ancora calda, ma stiamo salendo e la notte si fa fredda. Seguendo le tracce di Dennis Hopper e della sua motocicletta, attraverso il Rio Grande e proseguo verso Red River, tra accampamenti di roulotte e piccole case sulle ruote, villaggi di famiglie in movimento, arrivando a Taos Pueblo. Si sentono i tamburi che con un ritmo ipnotico tengono lontani gli spiriti malvagi. Questa è casa loro, ovviamente dei Pueblo, dei nativi. Un piccolo paese di case di fango con lunghe scale di bamboo che salgono verso il cielo. I vecchi saggi ti raccontano che Kit Carson era un infame, aveva trucidato una tribù rifugiatasi in un canyon, dopo averli fatti soffrire la fame. Loro non sorridono e non guardano più le aquile che volano alte. Sono tristi ma fieri. La vicina Taos ospita la tomba di Buffalo Bill. In quelle valli i bisonti muschiati hanno ripreso coraggio.

Santa Fe
Santa Fe

Anch’io riprendo coraggio e mi dirigo verso le montagne, di nuovo in Colorado e più precisamente a Colorado Springs. Meta turistica dei benestanti che amano la cime montuose. La cittadina ne è circondata. Denver mi accoglie in maschera, è il mese di Halloween e tutti si riversano lungo la strada principale trasformati in zombie, mostri di vario genere e supereroi. Il giorno dopo sono tutti vestiti con la maglia della squadra preferita, ci sono i Colorado Rockies e i Denver Broncos. Mile High City, come è chiamata Denver, è sempre in maschera. Nel passato, la città  accoglieva i cercatori d’oro che andavano nelle vicine Montagne Rocciose a cercare fortuna. Il South Platte River che le attraversa era insediamento di Chayanne ed Arraphao. Denver è una bella e ricca città, la prima che incontro da quando ho lasciato Las Vegas. A fianco del mio lussuoso ostello c’è un rivenditore ufficiale di cannabis, la coda per entrare è pari a quella di un centro commerciale. Li seguo con lo sguardo dal terrazzino dell’ostello, ascoltando “Heart of gold” di Neil Young, all’interno gli studenti guardano una partita dal grande schermo nella mensa. L’indomani mi solleverò sopra Miles High per raggiungere la meta finale, New York City.

Denver
Denver

Ogni volta che vengo a Manhattan cerco di trovare alloggio in zone diverse per poter entrare maggiormente nella loro atmosfera. Questa volta mi sono stabilito nel suo cuore culturale, nell’area che più amo, il Greenwich Village. Un piccolissimo appartamento con le tipiche scale esterne che danno su una strada colma di alberi e botteghe. Il fiorista, quello sull’angolo che vende anche verdure fresche, l’enoteca. Ristoranti cinesi, giapponesi, spagnoli e italiani. Sono a breve distanza da Washington Square, da Bleecker street, da MacDougal street, dal Bitter End,dove si muovono ancora le ombre di Lenny Bruce e Pete Seeger. Dal Wha? dove Dylan esordì ed anche Hendrix fece musica. Passeggiando ti aspetti di incontrare Peter, Paul & Mary, Woody Allen con Diane Keaton. Vedi Phil Ochs e Dave Van Ronk suonare seduti sulla panchina di fronte alla fontana. Gallerie d’arte e di fotografia in Prince street. Adoro questi luoghi e tutto ciò che evocano. In questa visita alla “Grande Mela” non mi accontento e mi spingo oltre, ad Harlem, nel cuore nero di NYC. Non è più un quartiere pericoloso. Gli afro-americani che vi risiedono sono come i personaggi dei video rap. Altri sono artisti. Alcuni si radunano in comizi di protesta in stile Black Power, ma ti accorgi che parlano di religione. Molti sono nelle chiese a cantare gospel. Poi c’è il monumento, l’Apollo Theatre. Qui, prima fu il jazz, poi arrivarono anche Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, il signor dinamite, James Brown. Anche il giovanissimo Michael Jackson esordì in questo teatro. Rientro percorrendo Malcolm X Boulevard.

NYC Greenwich Village
NYC Greenwich Village

Come mi sento lontano da Zabrieski Point, dalla Monument Valley, dalla Route 66, dai deserti del New Mexico, eppure sono passati pochi giorni. Il JFK Airport mette in sottofondo “Expecting to fly” dei Buffalo Springfield e mi saluta, Ciao America, ciao Southwest, ciao Wild West. Tornerò ancora su altre strade del Rock.

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Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.