Ligabue e Made in Italy: «Il tempo che date alle musica è tempo che guadagnate»

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Foto di Toni Thorimbert

Ormai è trascorsa una settimana dalla pubblicazione di Made in Italy, il concept album di Luciano Ligabue. Sono state dette talmente tante cose, su ogni tipo di piattaforma o social, che quasi ero “stordita” dalle informazioni ricevute.
Fortunatamente, non sono una persona che si lascia influenzare, e preferisco, da sempre, verificare tutto personalmente. La cosa che più mi ha fatto riflettere sono state le parole che Luciano ha pronunciato poche sere fa, in occasione dell’anteprima a Roma del docufilm di Made in Italy, mandato in onda in esclusiva da Fox Live. Ecco, è lì che è scattata definitivamente la molla: «Il tempo che date alla musica è tempo che voi guadagnate», dice Luciano ad una sala gremita di fan e giornalisti. Ed è sempre in quel momento che ho capito che il mio ascolto meticoloso, attento, in rigoroso silenzio, dei giorni precedenti, era la via più via giusta per questo album. E, aggiungerei, per la musica in generale.

Made In Italy è un disco immediato nei suoni, ti arriva subito con le sue melodie, i ritornelli cantabili ma, se lo ascolti in modo distratto, resta un qualcosa lasciato a metà, che non afferri, o almeno non subito. Invece, poi, se segui la storia, questa ti prende, ti appassiona. La storia di un uomo, Riko, al quale lo stesso Luciano non ha saputo dare una collocazione esatta. L’alter ego di una vita parallela? Di una vita che “avrebbe potuto essere”, se non avesse fatto il cantante? Una parte di se stesso che fino a questo momento era rimasta sopita? Non credo che questo sia fondamentale, non ai fini emozionali del disco.
Ogni canzone racconta un momento preciso delle vicissitudini di Riko, con uno stile altrettanto preciso. Per la prima volta, Luciano racconta di altri parlando in prima persona, e lui stesso ne è meravigliato, poiché solitamente, soprattutto nei primi album, usava la terza persona singolare o plurale.
Questa volta, l’immedesimazione è totale. Talmente totale che si avverte un cambio anche nel modo di cantare di Luciano, ancora più deciso, e, permettetemi, decisamente più incazzato. Esattamente come lo è Riko. E tutto risulta assolutamente credibile. Un uomo di mezza età, in crisi esistenziale totale: sul lavoro, con la moglie, con il figlio, con se stesso. Qualcuno potrebbe sicuramente dire: ma cosa ne sa uno come lui di chi perde il lavoro? Di chi non arriva a fine mese?
Il punto è proprio questo: una posizione privilegiata non significa  avere orecchie e occhi sigillati. Perché basta ascoltare un qualsiasi TG per capire la situazione in cui viviamo. Luciano stesso ha raccontato di come lui viva determinati disagi attraverso i suoi amici di sempre, gente “normale” che lo tiene “con i piedi per terra”. Sono imprenditori, operai… insomma, Riko.
E allora perché non raccontare, proprio grazie ad un mestiere bellissimo e, appunto, privilegiato, il punto di vista di chi, solitamente, non ha voce in capitolo? Non è forse questo, fra gli altri, il ruolo della musica? Raccontare, emozionare, coinvolgere. Io credo che sia molto più difficile rendere credibile l’incazzatura di un uomo allo stremo delle forze e della pazienza, piuttosto che limitarsi a raccontare quello che riguarda solo e soltanto noi stessi.

Made In Italy non è sicuramente un disco facile, commerciale, un disco di hit. Perché se i brani forti non mancano (e paradossalmente, non sto parlando dei due singoli scelti fino a questo momento, G Come Giungla e Made In Italy), non è una scelta facile ribaltare un po’ tutto quello che fino a questo momento erano delle certezze; sperimentare, parlare di cose che sì, fanno presa sullo spirito collettivo, ma fino a che punto?
E qui ritorno alle parole pronunciate da Luciano: La musica ha bisogno di tempo. E il tempo regalato alla musica non è davvero mai tempo perso.

Un disco troppo politico? No. Polemico? Nemmeno.
Rappresenta l’autoanalisi di un uomo disperato, che alla fine trova una via di fuga nelle cose che fino a quel momento lo avevano distrutto, guardandole da un altro punto di vista. Perché (e qui mi aiuta lo stesso Luciano), «quello che ti spacca e ti fa fuori dentro, forse parte proprio da chi sei».
Questo percorso dovremmo farlo tutti. Non è necessario essere nella situazione di Riko, partecipare ad uno sciopero, essere presi a manganellate da un poliziotto come accade a lui. Se ascoltiamo almeno una volta il disco per intero, non solo capiremo senza difficoltà il percorso del protagonista, ma capiremo un pezzetto in più anche di noi stessi, ascolto dopo ascolto. Dentro ci troviamo l’amarezza per chi, puntualmente, “si fa i cazzi suoi” in un mondo che quasi mai ti viene incontro. Rapide ma precise pennellate di una società che non può soddisfare nessuno, se non i potenti. Ma, soprattutto, c’è il punto di vista di Luciano, che parla attraverso Riko. Perché, se quella che racconta non è la sua storia personale, resta comunque un qualcosa al quale non riesce ad essere indifferente, e si è preso la libertà di dirlo, utilizzando un personaggio di fantasia per avere la massima autonomia espressiva. E la presenza forte di Luciano si sente in pezzi come Un’altra realtà, che chiude il disco con una dolcissima nota di speranza.

Il disco, come tutte le cose, può piacere o meno, e nessuno può confutare un parere che resta, sempre e comunque, fondamentalmente soggettivo, perché la musica può essere analizzata, sì, ma poi arriva tutto ciò che la musica stessa ti lascia. Ma di sicuro, questa volta, nessuno potrà dire: «Ah ecco, il solito Ligabue».

Bentornato, Luciano.

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Claudia Assanti
Nata in Calabria, classe '86. Un diploma di Liceo Scientifico che però mi ha portato ad una laurea in Lingue e Letterature straniere. La musica e la letteratura sono sempre state la colonna portante della mia vita in ogni loro sfumatura. Sognatrice ostinata ma realista al punto giusto.