Myles Sanko
Just Being Me (Légère/Willwork4funk)
Voto: 8/9

Just Being Me è una partenza da quello che ho fatto prima e l’inizio di un nuovo viaggio. Parla di me stesso come essere umano, e di condivisione”, dice Myles Sanko. “Che cosa può fare un compositore, un musicista? Ha un mezzo che può condividere con gli altri, la musica registrata o dal palco, e come artista deve farsi carico di questo raro dono, che è la chiave per la comunicazione tra le persone. Per questo, quando scrivo, suono o canto, non voglio essere etichettato, a me viene naturale farlo così.”
sanko-copaE quel semplice “così” è veramente da ascoltare, perché il cantante, compositore, produttore, designer, musicista e direttore della fotografia nato in Ghana è una delle menti più sensibili e più comunicative del soul contemporaneo. Intenso, vitale, propositivo, ricco di contenuti e di idee che scivolano nelle orecchie e nel cuore come un flusso di ricordi senza argini, come un’emotiva invasione nella nostra sintassi psichica. Con estrema compostezza e raffinatezza, degna di confronti importanti, di certo Marvin Gaye ad esempio.
Sanko, che debuttò nel 2013 con il minialbum Born In White & Black venduto solo via web, ma tanto apprezzato da permettergli di realizzare il successivo Forever Dreaming grazie al solo crowfunding sul finire dell’anno seguente. Poi è venuto l’invito del crooner americano Gregory Porter di averlo come spalla nel suo tour europeo, il contratto con la tedesca Légère e questo gioiellino che parla di “amore, speranza, politica, e ha un pezzo di me in ogni sua parte”.
Dall’iniziale prologo strumentale di “Freedom”, un po’ alla Donny Hathaway, Just Being Me si snoda con un feeling immediato e diretto per altre dieci composizioni, che passano da un soul delicatamente groovy a ballate soulful spruzzate di jazz, da momenti più eterei e spirituali a buone vibrazioni dalla salda anima errebì, dal messaggio di speranza di “Land Of Paradise” all’emotivo finale di “Empty Road”.

© Huw Garratt
© Huw Garratt

Sempre con grande classe, Sanko e i suoi – Rick Hudson (batteria), Jon Mapp (basso), Tom O’Grady (tastiere), Phil Stevenson (chitarra), Ric Elsworth (percussioni), Gareth Lumbers (sax & flauto) e Tom White (trombone) – sviluppano un album che si ispira ai “suoni classici che negli anni Sessanta e Settanta uscivano da Detroit, Memphis o Philadelphia”. E che però è modernissimo e possiede un approccio british un po’ alla Robert Palmer (il compianto ex vocalist dei Vinegar Joe), perché il leader è “cresciuto in mezzo alla campagna inglese, non in un ghetto o tra i disordini sociali delle strade”. E aspira a “essere un iconico e influente grande artista, in grado di marcare un segno distintivo nella musica di oggi. Oh sì, e a comprare una barca a vela di 58 piedi con cui navigare in giro per il mondo…”

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.