Roberto Spadoni & New Project Jazz Orchestra
Travel Music (Alfa Music)
Voto: 7

E sono quattro gli album che il chitarrista romano Roberto Spadoni, poco più che cinquantenne, porta a termine con il corposo ensemble della New Project Jazz Orchestra. L’ensemble di una ventina di elementi vanta in questa occasione il contributo di ospiti e solisti come il trombettista Giovanni Falzone (uno che ha detto addio all’orchestra sinfonica della Scala di Milano), lo storico pianista di Paolo Fresu Roberto Cipelli e il batterista Mauro Beggio (già al fianco di un altro sensibile chitarrista, Sandro Gibellini).
spadoni-copaDopo i lavori dedicati rispettivamente a Gerry Mulligan, Thelonious Monk e Billy Strayhorn, Travel Music vuole essere un esempio di “musica da viaggio”, quella composta durante gli ininterrotti spostamenti cui un musicista, per vivere della sua espressività, deve sottoporsi continuamente: “sono una costante nella vita e nell’attività di molti di noi”, conferma Spadoni. “Per comporre qualsiasi luogo, qualsiasi momento può essere quello giusto: un foglio, un menù, il registratore vocale di un cellulare possono trasformarsi in partiture provvisorie, per appunti di una fugace intuizione del momento, che, come i sogni, potrebbe svanire per sempre in pochi minuti. È importante fissarla in qualche modo, per poter in seguito riflettere, elaborare, sviluppare, arrivare all’opera compiuta.”
Il risultato è discorsivo e riflessivo, meno estroverso e disincantato di come lo si potrebbe immaginare, più contenuto e attento, cioè più frutto dell’elaborazione che dell’idea. Ovvero Spadoni ci dice “di molti frammenti è ancora viva dentro di me l’immagine del luogo e del momento in cui si sono concretizzati”, ma quei luoghi non ce li fa “sentire”, non ce li disegna nella mente. Il suo intento è evidentemente nient’affatto descrittivo, “piuttosto l’espressione di luoghi e tempi interiori”, ma il titolo induce a un ascolto differente, inganna per certi versi.
spadoni-e-npjoIl percorso sonoro passa da un inizio tipicamente da grande ensemble, festoso e collettivo, bluesy alla Coltrane, al doppio feeling de “L’Italia dal finestrino”, lento e indagatore all’inizio, più articolato e volubile poi; da una title-track assennata quanto fluente e piena a una variegata, effervescente microsuite dedicata a Kenny Wheeler e composta nel lontano 1992, poi via via rielaborata; da una “Dolls” piena di sapidi assolo alla conclusiva “La pensione degli artisti”, bluesante e gilevansiana.
Il sound dell’insieme risulta puntuale e raffinato, gli interscambi nel fraseggio eleganti e ben elaborati, gli assolo spesso di gran pregio (in particolare quelli di Falzone e dei due sax della big band, Stefano Menato all’alto e Fiorenzo Zeni al tenore). Quello che manca, in questo discorso di matrice rigorosamente hard bop, dai diretti riferimenti al jazz più conservatore tra quelli modernisti, è lo sviluppo omogeneo dei brani: il loro ascolto dà spesso la sensazione di volare in un clima che consente qua e là dei vuoti d’aria, delle deviazioni che, più che inattese, suonano involute e indecise. Il che ovviamente non cancella per nulla il fatto che Spadoni sappia trattare la materia sonora, sappia usare il misurino per bilanciare le coloriture e per accostare i toni, sappia soprattutto scrivere materiale di caratura più che buona.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.