Io non sono un fan dei Pooh

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Pooh a san siro

Qualche anno fa, nel 2009, scrissi “a dieci mani” Pooh. I nostri anni senza fiato (Rizzoli), la loro autobiografia ufficiale. Le prime parole del libro erano “Io non sono un fan dei Pooh”. Quando le lessero, notai più di una perplessità sulle facce di Red, Roby, Dodi e Stefano. I quali però, da persone intelligenti quali sono, capirono in fretta che non erano affatto parole denigratorie, anzi!  Credo infatti che non essere fan aiuti a far meglio il lavoro di giornalista musicale.

Insomma, partecipare con atteggiamento da fan alla stesura di una biografia di un gruppo che ha rappresentato così tanto, e così a lungo, la storia della nostra canzone rischia di farti perdere di vista elementi importanti per il semplice fatto che per un fan sono “scontati”. Invece per capire l’importanza di un gruppo come i Pooh non bisogna dare niente per scontato. La cosa migliore è attaccarcisi alle costole e farsi sorprendere giorno dopo giorno. Perché, ve lo garantisco, a osservarli da vicino riservano sorprese a non finire.

Vantano numeri pazzeschi: ormai lo sanno anche i muri che il marchio di fabbrica esiste da 50 anni, e che per ben 36 anni non hanno cambiato formazione (37 se aggiungiamo il 2016, e in occasione del lungo tour d’addio sono andati a ripescare anche un vecchio compagno di viaggio, Riccardo).

Eppure sembrano ancora dei ragazzini alla prime armi: sprizzano entusiasmo da ogni poro, sono tignosi, rigorosi e si lanciano in discussioni estenuanti che possono durare ore prima di arrivare a una decisione condivisa. E ogni volta che li ho visti salire sul palco, l’adrenalina era a mille.

Il libro di cui sopra nacque dopo aver collezionato circa 30 ore di interviste e almeno altrettante di chiacchierate a ruota libera; non saprei dire quante ore di riunioni prima per decidere come impostarlo e poi quali modifiche apportare; decine di telefonate e scambi di mail con tutti i componenti e naturalmente aver assistito a parecchi concerti. Ebbene, dopo tutto questo sono arrivato alla conclusione che se i Pooh sono i… Pooh è perché, oltre alle indubbie doti artistiche di cui ha voluto dotarli madre natura, sono dei professionisti straordinari, che non lasciano nulla al caso e hanno lavorato tutto questo tempo per migliorarsi, disco dopo disco, tour dopo tour.

Personalmente come abbiano fatto a durare tutto questo tempo l’ho capito il giorno in cui Stefano mi aprì le porte del suo archivio. Lui è uno pazzesco, conserva tutto, anche un foglietto su cui è appuntata l’idea per una variazione del palco del tour del 1973. Ebbene, scartabellando tra le decine di faldoni che ha messo assieme nel corso degli anni, a un certo punto salta fuori una cartelletta con l’inconfondibile logo dei Pooh, la apro e dentro c’è un documento del 1980 che specifica in modo maniacale le attribuzioni ai singoli componenti, non solo percentuali di edizioni o diritti di produzione, ma anche quanti brani devono essere composti dall’autore della parte musicale e quanti a quello del testo, quanti brani deve cantare ogni componente in un album, la distribuzione dei ruoli all’interno del gruppo (a Dodi, per esempio, è affidata la scelta degli arrangiatori, il coordinamento degli arrangiamenti e le scelte tecniche relative alla realizzazione dei provini: località, studi, ecc.). Poi si regolamentano le operazioni solistiche, si stabilisce cosa possono fare i singoli componenti nei periodi di inattività (che in realtà sono sempre stati minimi) e soprattutto viene regolato cosa può e cosa non può fare ognuno di loro senza i Pooh. Solo un esempio: «Sono consentite le partecipazioni dei singoli in locali, convention, cene, ecc., purché ciò non comporti la prestazione artistica del singolo».

Oh, ragazzi, quel giorno mi sono reso conto che da sempre si sono dati regole precise rispettate da tutti. Riuscite a immaginare un gruppettino alle prime armi le pretese che ha? Loro no, sanno che darsi delle regole e rispettarle, piccole o grandi che siano, è fondamentale. Uscii dagli uffici della Tamata, la loro società, dicendo a me stesso: «Ho capito perché sono durati così a lungo».

E anche adesso che hanno tagliato il traguardo dei 50 anni e hanno deciso che dopo questa serie di concerti è giunto il momento di scrivere la parola “fine”, sono intimamente convinto che la straordinaria avventura dei Pooh non può considerarsi esaurita. Se non altro per l’effetto-trascinamento insito in una storia del genere: tra 10, 20 o 30 anni ci sarà sempre qualcuno che chiederà di loro, che continuerà ad ascoltare le loro canzoni, o che magari racconterà la magica storia dei Pooh a figli e nipoti. Oltre ad aver contribuito in maniera determinante a scrivere la storia della nostra canzone, hanno lasciato un marchio indelebile nella nostra società: i Pooh sono qualcosa che travalica la musica, sono un pezzo importante di storia italiana.

Ecco perché era doveroso questo tributo anche da parte di Spettakolo.

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Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: “Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi”.

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