Il (Zen) Circus in città: Guerra mondiale all’Atlantico di Roma

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Foto di Valentina Cipriani tratta dalla pagina ufficiale Facebook The Zen Circus

All’uscita nella capitale con una scaletta già rodata e rimescolata, il gruppo Toscano è pronto ad imbracciare il fucile ed affrontare a viso aperto questa battaglia sul palco dell’Atlantico.

Ad aprire, un Lucio Leoni che inizialmente fa storcere la bocca ai più, regalando una performance romantica, o meglio ROMAntica, più adatta al teatro che ad un concerto, ma che poi tira fuori l’asso nella manica con una A me mi che lascia il pubblico quantomeno stupito, visti la rapidità d’esecuzione in extrabeat, l’ironia e il citazionismo del pezzo.
Per inciso, non lo avevo mai visto, sentito né sentito nominare prima d’ora.

Ma poi tutt’a un tratto un suono di mitragliatrici, elicotteri che atterrano, sappiamo tutti cos’è: È LA TERZA GUERRA MONDIALE!
Ed è proprio la title track dell’ultimo album che apre il concerto del Dream Team, con un Appino scatenato, un Karim senza maglia e senza freni, indemoniato come pochi e un Ufo ormai fin troppo identificabile (e a noi va bene così), che terranno altissimi i ritmi e daranno vita ad un concerto memorabile.
I “pezzoni” poi pian piano vengono depennati: oltre ai brani del nuovo album che fanno saltare l’Atlantico, vediamo ovviamente i grandi classici snocciolati uno per uno, coinvolgendo il pubblico e creando il delirio sottopalco.
Se durante L’anima non conta un numero incalcolabile di cellulari si alza al cielo per mandare il vocale ai rispettivi partner, lo stesso non si può dire per l’attesissima e puntuale Andate tutti a fanculo che sul dà il La al primo di tanti poghi della serata. Faccio kickboxing da un po’ ma non credo di essermi mai fatto tanto male come in mezzo alla folla intenta a darsi spallate sotto palco, è stata un’esperienza catartica pre sessione d’esami.
La violenza si fa risentire durante I qualunquisti e ha qualche picco d’intensità durante L’amorale, dando effettivamente un altro significato alla denominazione “La terza guerra mondiale”; nel frattempo i più guardano la mischia con divertimento e/o sdegno, mentre se ne tengono distanti (la mia collega radiofonica, anche lei presente, mi ha veramente osservato con compassione mentre mi ritrovavo ad un palmo dal pavimento).
Si susseguono Vent’anni, il singolo Ilenia, e poi Zingara, Non voglio ballare e così via, mantenendo il livello di intrattenimento a livelli veramente alti, per poi giocare sul cliché dell’artista che se ne va, solo in attesa della richiesta del pubblico di un bis, un encore, un “fuori, fuori”, preannunciando che il tutto sarà una finta.

Al rientro della band, però, il concerto prende una piega completamente diversa: si rompono le righe in favore di un momento magico e nostalgico.
Giusto il tempo di una Nati per subire che riaccende subito un mai sopito interesse di un pubblico il cui unico ostacolo è (suppongo) il dolore lancinante ai piedi, e subito il palco si popola di ospiti: un Giovanni Truppi venuto a guidare Ti voglio bene sabino lascia poi il palco a Motta, storico compagno della band, per poi riportare sul palco anche Nada, con la quale il gruppo ha lavorato spesso.
Il sipario inizia a calare con Viva, che ovviamente innesca anche il pogo definitivo al quale mi faccio coraggio e partecipo, per poi virare alla conclusione con uno strumentale che crea l’atmosfera adatta all’addio; uno ad uno i soldati depongono le loro armi: inizia Appino che abbandona la chitarra per poi gettarsi tra la folla facendosi trasportare da un oceano di braccia, segue Karim che come da tradizione lancia al pubblico un souvenir, che però delude il fortunato e abile ricevente convinto di aver afferrato la bacchetta del batterista, ma ciò che ha in mano è una semplice banana, Ufo segue subito dopo. In ogni caso, Karim ha tirato una banana dal palco. Sul serio.
Si riaccendono le luci e ci dirigiamo all’uscita. Io e la mia co-speaker commentiamo entusiasti un concerto godibile anche per i neofiti del gruppo toscano o, meglio ancora, le nuove reclute, mentre ci avviamo alle macchine attraverso la discreta folla che ha occupato ogni centimetro dell’Atlantico (non a caso tutto esaurito).

Il concerto è finito.
Il buio della notte avvolge la Colombo.
Ma il sole risorge ogni giorno e ogni giorno i ragazzi al parco si fanno.

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Edoardo Santarsiero
Uomo dell'anno 2006 secondo il Times,Procrastinatore olimpico, radio speaker senza seguito, drogato di musica e cinema, calamita per gente al limite del caso umano. Ma ho anche dei difetti. Ah e scrivo articoli.