“Made in Italy” di Ligabue: la recensione track by track

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Foto di Toni Thorimbert

Made in Italy
Ligabue
2016
(Warner music)
voto: 7

È passato un mese dalla pubblicazione di Made in Italy e ci siamo presi il tempo necessario per ascoltare ed assimilare il nuovo lavoro di Ligabue: eccovi quindi, per celebrare la ricorrenza, la nostra recensione canzone per canzone.

Iniziamo prima di tutto dai dati “tecnici”: tutti i testi, le musiche e gli arrangiamenti sono come al solito di Ligabue, mentre l’album è prodotto, come il precedente Mondovisione, da Luciano Luisi, ed è stato registrato “alla vecchia”, per usare le parole del Liga, ovvero live in studio, e il suono immediato e diretto che ne deriva è, secondo noi, la scelta giusta: in un mondo di produzioni e registrazioni infinite, con mille sovrastrutture, ritocchi, effetti, sequenze, e chi più ne ha più ne metta, fare un album in questo modo può forse suonare retrò, ma è il sound che piace a noi, cioè quello suonato dai musicisti, e non realizzato davanti a Pro Tools.
La band che ha registrato l’album è composta da: Luciano Ligabue alle chitarre, Luciano Luisi a tastiere e cori, Max Cottafavi alle chitarre, Federico Poggipollini a chitarre e cori, Davide Pezzin al basso e Michael Urbano alla batteria, Massimo Greco a tromba e flicorno, Emiliano Vernizzi al sax tenore e Corrado Terzi al sax baritono.
Questa stessa band sarà quella che girerà i palasport di tutta la penisola per il prossimo Made in Italy – Palasport (qui tutte le info su tutte le date e sui prezzi dei biglietti).
Il coro che potete ascoltare su Un’altra realtà è invece il Coro dei bambini della scuola di musica Cepam di Correggio, diretto da Antonella Piccagliani.

Prima di passare alle canzoni un’ultima, piccola premessa, è obbligatoria: vi consigliamo di acquistare l’album non solo perchè è bello, ma anche perchè nel libretto lo svolgimento del disco e della storia sono raccontati in maniera più esaustiva rispetto a quelle che possono essere le regole stringenti di una canzone. Tutto questo viene fatto attraverso una sorta di diario di Riko che, accanto al testo di ogni canzone, racconta un pezzo della propria storia che fa da introduzione o da “spiegazione” alla canzone. L’idea è decisamente interessante e rende il libretto un accompagnamento essenziale e complementare dell’album, piuttosto che un mero contenitore di testi e foto.

L’album racconta la storia di Riko, classico uomo qualunque di mezz’eta in piena crisi: lavorativa, affettiva, esistenziale. E infatti nel brano che apre l’album si chiede quanch’è che potrà mai vivere La vita facile, in un Paese governato da gente che fa promesse senza mantenerle mai. (Qualcuno urlava “le cose son complesse / ci vuole un po’ di tempo e comunque non adesso.” / Dicevo: “Ecco, ho già capito tutto / si sta facendo tardi”)
La canzone ci consegna il “solito”, rassicurante Luciano con un rock alla Ligabue, che però ci consegna la prima “anomalia” rispetto alla storia del rocker di Correggio: il crescendo, invece di aprirsi in un assolo di chitarra (che noi avremmo comunque preferito), dà spazio ad uno di tromba. E’ solo la prima delle certezze musicali riferite al Liga che saranno destinate a crollare rapidamente nel corso dell’ascolto.
Alimenta il cambiamento anche Mi chiamano tutti Riko, un funky in cui il protagonista della storia si presenta e fa un rapido riassunto della sua vita fino a quel momento, dal lavoro iniziato da giovane, un matrimonio a 20 anni e un figlio poco dopo. (Ognuno nasce figlio, con quello che vuol dire / trovarsi a fare il figlio e il genitore. / E ho cominciato presto con le otto ore / le stesse di mio padre. / E ho avuto un po’ di fretta a mettermi con Sara / con tutto quel futuro da gestire)
Dopo averci raccontato chi è e spiegato la crisi che sta vivendo, Riko sente il bisogno di uscire e sfogarsi, per lasciar fuori i problemi, almeno per una sera. E allora, come suggerisce il titolo, E’ venerdì, non mi rompete i coglioni, racconta di una serata in discoteca con Carnevale, l’amico di sempre, finita però con una pistola puntata alla gola. Musicalmente è un classic rock alla Springsteen che con l’aggiunta dei fiati ha un’aria da big band. (E’ venerdì, non ci rompete i coglioni. / Qualunque cosa, mia bella sposa / il venerdì resta fuori)
Ma al ritorno a casa e sfogata l’adrenalina della serata, Riko si ritrova a fronteggiare i suoi mostri, e a dover prendere atto che il rapporto con la moglie Sara è ai minimi termini. Entrambi, infatti, sono Vittime e complici della situazione in cui si trovano. Per parole e musica il pezzo più bello e intenso dell’album, una perla che punta a diventare uno dei grandi classici del repertorio di Luciano. (Vittime e complici / di questa storia andata / in qualche modo prosciugata. / Vittime e complici / ma basta coi ricordi / per dirsi solo “tanto adesso è tardi”)
E’ il momento del primo “intermezzo”: sono tre, infatti, le canzoni che durano poco più di un minuto, e che fanno da raccordo nella storia.
Meno male, in una manciata di secondi di voce, chitarra e flicorno, riesce ad emozionare per la verità e l’umanità che gronda dalle sue parole: l’azienda in cui lavora Riko è in crisi e continua a licenziare i suoi dipendenti ma lui, nonostante la solidarietà che prova per il suo collega, si ritrova inevitabilmente ad essere contento di essersi “salvato”, vergognandosene. (E star male per un tuo compare / e star male ma allo stesso tempo sospirare / “meno male”. / Che vergogna ritrovararsi a pronunciare “meno male”)
G come giungla, primo singolo estratto, è uno spaccato della condizione sociale e lavorativa in cui ci troviamo: banche, multinazionali e grandi aziende che mangiano e si mangiano a vicenda in una spietata lotta per la sopravvivenza e per la supremazia, perchè nella giungla, si sa, sopravvive solo il più forte e chi si adatta meglio all’ambiente in cui si trova. (G come guerra / e giù tutti quanti per terra. / Non basta restare al riparo / chi vuol sopravvivere deve cambiare)
Si prosegue con Ho fatto in tempo ad avere un futuro (che non fosse soltanto per me) e qui, almeno secondo chi scrive, si crea un piccolo “giallo”: questo brano, infatti sarebbe stato meglio più avanti nella tracklist, ovvero prima di Made in Italy. Parla infatti della consapevolezza di Riko, che nonostante tutte le crisi che sta attraversando, si rende conto di aver avuto comunque la possiblità di vivere a pieno la sua vita, facendo le sue scelte e potendosi permettere i suoi sbagli, in un passato che sicuramente era più facile da vivere rispetto al presente e che aveva meno ostacoli. (Ho fatto in tempo ad avere un futuro / che non fosse soltanto per me. / Più che un’ipotesi era sicuro / era per tutti, era con te)
Ecco, questo brano, di presa di coscienza e di apertura verso una rinascita, avrebbe trovato una migliore collocazione più avanti, lasciando dopo G come giungla e la fotografia che fa del mondo del lavoro e dei suoi padroni la sua naturale continuazione, ovvero L’occhio del ciclone: Riko, stanco della situazione di totale stallo in cui si trova, decide che “qualche cosa va fatto”, e allora decide di scendere in piazza per partecipare ad una manifestazione, ritrovandosi alla fine in mezzo agli scontri, fino a prendere una manganellata in testa da un giovane poliziotto. Da sottolineare il bellissimo giro di basso del pezzo e il riff di chitarra, che ricorda un po’ quello di Tra palco e realtà. (Il poliziotto ragazzo sta tremando da un pezzo / ma lo sa che qualcosa va fatto. / Sono qui questa volta e nessuno mi ascolta / sai cos’è? Qualche cosa va fatto)
Secondo “intermezzo”, stavolta voce, chitarra e piano: è la volta di Quasi uscito. Riko è a terra, dopo essere stato colpito e d’improvviso sembra star bene così, lasciandosi andare anche all’eventualità di morire. (Ora è tutto un po’ attutito / ora è tutto ammorbidito / sono quasi uscito)
Dottoressa è un rock in stile AC/DC che dà una scrollata al clima di tensione delle canzoni precedenti e racconta con ironia l’infatuazione che ha Riko per la dottoressa che lo cura in ospedale. Con quel giro di chitarra ed il suo essere così “scanzonata” risulta una delle canzoni migliori dell’album. (Mi guarda fisso e dice “dica pure / racconti ancora di quei capogiri” / E io che ce n’ho uno proprio ora / non vede? Non lo vede?)
Visto che la manifestazione ha avuto molta risonanza mediatica e che Riko per il colpo subìto in testa ha ricevuto ben dodici punti, l’ospedale è assediato da giornalisti che attendono la sua dimissione per intervistarlo, pronti a prendere un pezzo della sua vita per metterlo in piazza in qualche talk show. E così tra il reggae de I miei quindici minuti (Un talk show da ravvivare / o soltanto da riempire) e la successivà Apperò, terzo ed ultimo “intermezzo”, stavolta con voce ed ukulele, viene raccontata proprio la brama ed il finto interesse dei media, pronti a passare subito ad altro appena raggiunto l’obiettivo. (Apperò / finita l’intervista / era già tutto a posto / pronto per il prossimo)
Durante la sua degenza in ospedale, però, Riko si riavvicina alla moglie Sara, che per tutto il tempo è rimasta accanto a lui. I due decidono allora di darsi una seconda possibilità, con tanto di finto matrimonio celebrato dagli amici ed una seconda luna di miele, tutta Made in Italy, da Milano a Palermo, passando attraverso tutta le bellezze ma allo stesso tempo le tante contraddizioni del nostro Paese. (C’è un treno che non ferma mai, non cambia mai, non smette mai / è un treno che non è mai stato una volta in orario. / Tutte queste vite qui / qui nel made in Italy / e un po’ di male al cuore)
Chiude l’album, e la storia, Un’altra realtà: Riko raggiunge la consapevolezza che la ricerca della felicità deve partire dalla propria spinta personale, e allora è pronto per tornare a vivere la vita con uno slancio positivo. Il coro dei bambini, che dona un tocco di magia al brano, sta probabilmente a sottolineare questa voglia di ricominciare. (dici che parte / sempre da dentro / ogni momento / di felicità)

Chi si aspettava un disco “alla Ligabue” o si ostina scioccamente a dire che Luciano fa sempre le stesse cose è stato smentito (ancora una volta) dai fatti.
Made in Italy è un album che per concezione, svolgimento, scrittura, scelte musicali e arrangiamenti, è molto lontano dallo stile classico del Liga.
Nonostante l’ambiziosità e la complessità del progetto, però, l’album riesce a guadagnarsi una credibilità molto forte e la storia “sta in piedi” (anche se, come detto, un brano sarebbe stato meglio più avanti in scaletta).
Nel complesso è un ottimo disco e ovviamente, essendo un concept, dà il meglio di sè ascoltato con calma e nella sua interezza.
E chissà che presto non arrivi anche una seconda parte

Tracklist
1. La vita facileluciano-ligabue_made-in-italy_cover
2. Mi chiamano tutti Riko
3. E’ venerdì, non mi rompete i coglioni
4. Vittime e complici
5. Meno male
6. G come giungla
7. Ho fatto in tempo ad avere un futuro (che non fosse soltanto per me)
8. L’occhio del ciclone
9. Quasi uscito
10. Dottoressa
11. I miei quindici minuti
12. Apperò
13. Made in Italy
14. Un’altra realtà

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