“Good Vibrations”, il primo volume tutto italiano dedicato alla saga dei Beach Boys

Alla fine, meglio tardi che mai, ci arriviamo anche noi: grazie ad Aldo Pedron che ha scritto, in collaborazione con Roberta Maiorano, questo atteso lavoro pubblicato da Arcana per coprire una falla finora imperdonabile nell’editoria specializzata peninsulare. Considerato uno dei più grandi esperti europei della storia dei fratelli Wilson, Pedron sfodera un libro completo e articolato, approfondito ma scorrevole, adatto ai neofiti ma utile anche ai più esperti cultori del sound californiano

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Tre fratelli, un cugino e un amico d’infanzia. E questo soltanto per cominciare. Uno su tutti era il genio dalla fragilità assoluta e dall’imprevedibilità cronica, croce e delizia della combriccola. Un altro, unico e solo del quintetto, amava “realmente” cavalcare la cresta delle onde dell’Oceano californiano su una longboard a rigoni e a quei tempi, parliamo dei primi Sixties, ancora priva di leash.

Bene o male, comunque, tutti insieme sono passati banalmente alla storia (soprattutto in Italia dove si riesce sempre a etichettare con faciloneria e superficialità intere carriere sulla base di una manciata di brani, spesso neppure i più rappresentativi…) come la “surf band” per antonomasia. Affiancandole, ingiustamente e spesso parzialmente, soltanto i “fattori” sole, sabbia, mare, ragazze e fancazzismo stereotipato.

Invece, trattasi fuor di dubbio del “primo” (sull’etichetta di “più grande”, invece, ci andrei mooolto cauto…) rock/pop combo di enorme ed incontrastato successo degli interi States, sorta di risposta a stelle e strisce, inizialmente genuina e ben poco costruita c’è da aggiungere, ai Beatles in massima espansione che, da iconico fenomeno generazionale e di costume, ha saputo garantirsi con il passare dei lustri assoluti riconoscimenti anche in termini di influenza (Fab Four compresi) e controversa longevità. Benché, soprattutto in studio di registrazione, siano sempre stati “supportati” e talvolta persino “sostituiti” da decine e decine di session men ed esperti mestieranti di lusso, come le vecchie volpi della wrecking crew.

Un papà piuttosto “stronzo, ci trattava di merda e ci dava punizioni sadiche – non hanno mai nascosto i tre brothers di sangue – Ma bastava suonargli qualcosa e diventava un pezzo di pane…” si rivela altresì sprone decisivo per il decollo dei B.B. e, insieme a una mamma fin troppo docile ma altrettanto innamorata della musica, una volta tanto non ostacola, e anzi promuove, il sogno a sette note dei protagonisti di un’avventura dolceamara e troppo altalenante che, partendo dalla piccola Hawthorne (una manciata di chilometri a sud-ovest della Città degli Angeli), sarebbero riusciti a piazzare ben 36 singoli nella Top 40 statunitense e 56 nella Top 100. Senza dimenticare le quattro prime piazze fatte registrare dal gruppo yankee che, stando a Billboard, questo davvero sì, ha venduto più dischi nel mondo (parrebbe oltre 130 milioni di copie).

Approfondire il tema, dunque, sembra doveroso soprattutto qui da noi dove nessuno fino a questo momento si era preso la briga (o aveva avuto il coraggio, se non le competenze) di farlo. Ci voleva dunque un tipo come Aldo Pedron, uno che già scriveva accuratamente e professionalmente saggi e monografie quando ancora non esisteva Wikipedia. E quando persino l’apporto di internet era tutto in divenire e rubacchiare idee, foto e notizie o millantare saperi per lettori di bocca buona era assai meno agevole rispetto oggidì. Lo studioso lombardo, e in questo caso anche specifico super fan (considerato tra i principali esperti europei di settore), si occupa di “musica scritta” da oltre trent’anni: è stato tra i fondatori de Il Mucchio Selvaggio e ha diretto L’Ultimo Buscadero, prima di  “rilassarsi” nelle vesti di semplice collaboratore da rivista specializzata (Jam su tutte).

Con i suoi volumetti ha sempre cercato di regalare qualcosa in più agli altri, invece di regalare qualcosa in più alle sue saccocce o al suo ego con soggetti da prima serata. Come a dire: nel mio piccolo (o grande, dipende dai punti di vista) cerco di fare un pizzico di cultura e informazione. E non il contrario. Suo, tanto per capirci, anche l’unico volume italiano dedicato al grande Ry Cooder (pronto per essere aggiornato e finalmente riedito dopo una ventina d’anni da icona per collezionisti) e sue anche le interessanti Guide Rock riservate a New Orleans e, guarda caso, alla California.

Ordunque, ormai armato di classe canuta, Pedron torna in campo per regalarsi il sogno editoriale di una vita intera. E, per fare ciò, approfitta della collaborazione di Roberta Maiorano, pugliese trapiantata a Milano (anche lei ex Jam) che si è progressivamente spostata dalla carta stampata periodica alle esperienze editoriali da libreria, anche al fianco di Ezio Guaitamacchi, dedicandosi a pubblicazioni monografiche che vanno da Simon & Garfunkel e Lucio Dalla fino all’accoppiata Pausini-Ramazzotti (bisogna pur sopravvivere…).

Dalla partnership è saltato fuori questo Good vibrations – La storia dei Beach Boys (Arcana, brossura, 382 pagine e 23.50€ giustificati assai) che, fin dalla sobria copertina color ocra con note piuttosto esaustive e ben poco ruffiane, punta al sodo senza andare a caccia di fumosi giochini grafici per facilitare la lettura e attrarre i curiosi. Oppure, ultima moda, sfoderare valanghe di foto “scaricate” quale e là per invogliare i lettori più apatici e pigri: ossia, gran parte di quelli a passeggio per strada e, soprattutto, costantemente “on line”. Scatti rigorosamente in b/n, quindi, ridotti al minimo per non distrarre; soprattutto covers e copyright esclusivi realizzati da amici e colleghi del Pedron che, con un pizzico di vanità personale, non esita a “ribadire” sul campo i suoi incontri diretti e i suoi legami umani con i protagonisti del lavoro in questione.

Lo stesso Brian Wilson, del resto, lo definisce nella breve nota introduttiva autografa “un mio amico in terra italiana”, ma anche “uno dei fan più affezionati dei B.B.”. Elemento che, fortunatamente, emerge solo in termini di competenza e non certo di tifoseria monoteistica da forum. La prefazione di grido arriva invece direttamente dalla tastiera di David Leaf, considerato unanimemente il più illustre storico della band.

Ne esce così un tomo non solo in grado di costituire una “premiere” per il mercato italiano (enciclopedie e testi generalisti a parte, ovviamente), ma anche agile, completo, fantasioso e persino didascalico. La Maiorano se la cava più che bene, briosa e coinvolgente ma giammai aulicamente esagerata, nella Parte prima del lavoro dedicata alla storia della band, realizzata a quattro mani con l’enciclopedico collega. Le competenze specifiche di Pedron emergono invece esclusive in seguito quando arriva il momento di sciorinare discografie complete e individuali, strumentali e covers selezionate, i concerti più importanti dal 1962 al 2016 (appartiene a loro il record di pubblico nell’arco di una sola giornata: un milione a Philadelphia nel pomeriggio e 750mila a Washington in serata!), libri, film, dvd, curiosità, statistiche, varie ed eventuali (Parte seconda e Parte terza) come beghe legali e riconoscimenti, crisi mistiche, separazioni e ricongiungimenti, divorzi, bancarotte e guai con il fisco.

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L’editing è azzeccato, persino i refusi praticamente inesistenti. E se le sessanta pagine conclusive sono di semplice ma utile consultazione, quelle precedenti volano via in maniera gradevole e interessante, partendo ovviamente dal contesto sociale e culturale tra sabbia e salsedine nel quale la storia si sviluppa. Dimenticatevi, per quanto temporalmente calzanti assai, delle atmosfere vissute nel monotono e morboso serial tv Aquarius con quel pesce lesso di David Duchovny ad appesantire il tutto. E non aspettatevi neppure lo stile “gioco da tavolo” del fin troppo acclamato Vinyl che, illustri produttori a parte (Jagger Sr e Scorsese tra gli altri), dopo un buon inizio si è progressivamente trasformato in una sorta di costoso e luccicante “album di figurine” per spettatori attenti soprattutto a individuare le star più o meno citate (come, del resto, gli stessi Wilson Brothers) al grido di “celo, celo, manca…”. Qui, entrando nello specifico, si fa poca coreografica e si raccontano, bene, i nudi fatti senza mai eccedere in maniacalità temporali e minuzie da stalkers. Senza scandalismi, ma neppure mezzi termini, nonostante la storia sia già stata ripresa più da Hollywood, anche se spesso in maniera parziale. I vizietti dei protagonisti sono citati ma accuratamente aggirati, le amicizie pericolose ammesse ma non morbosamente approfondite (Charlie Manson e la sua “family”, insediata in casa di Dennis che giurava di conoscere verità sconvolgenti sui fattacci di Bel Air), i troppo frequenti colpi da svitato di Brian, elencati ma solo come inevitabili incidenti di percorso per una mente considerata troppo geniale (e perché non semplicemente debole o annientata da Lsd e stupefacenti vari, nonché da un controverso rapporto con lo psichiatra, poi radiato?) per sottostare alle leggi del buon senso.

La contestualizzazione è precisa e fa tenerezza avere la conferma che tutto deriva da una passione originaria e sfrenata per il gruppi vocali degli anni Cinquanta che, partendo dai Four Freshmen (ma anche i “paisà del Jersey” Four Seasons di Frankie Valli e i Four Tops targati Motown hanno avuto il loro influsso doo-wop, insieme agli stessi Dion & the Belmonts direttamente dal Bronx), hanno condizionato quelle sofisticate e originali armonie vocali tipiche dello sterminato repertorio dei Beach Boys.

La line-up originale comprendeva Brian Wilson (ironia della sorte, sordo da un orecchio, si dice a causa di quale “scapaccione” di troppo da parte del violento genitore…) e i fratelli minori Dennis e Carl, oltre al cugino Mike Love (il “cattivone” lungimirante che tutt’oggi detiene i diritti sul “marchio The Beach Boys” e che nel 2012 si prese persino la briga di “licenziare” gli altri superstiti dopo una reunion…) e al compagno di liceo Al Jardine, al quale il leader aveva fratturato una gamba durante una partita di football giovanile. Dodici album in soli quatto anni (diventeranno poi 16 in poco più di cinque) e già nel 1964, poco più che ventenne, Brian è costretto al forfait tra i primi problemi di salute (tra esaurimento nervoso e depressione da stress, anche a causa delle continue sperimentazioni a caccia del “disco del secolo” e delle innovative tecniche di incisione) ed eccesso di impegni in sala di registrazione per lasciare spazio sui palchi di tutto i mondo prima a Glen Campbell e quindi a Bruce Johnston che dei B.B. sarebbe diventato componente effettivo.

Una serie di successi incontenibili, ma anche un appagamento artistico non sempre proporzionale (solita bagarre tra ricerca di un apice altissimo per soddisfare soprattutto l’ego di Brian e caccia aperta a prodotti da classifica per confermare l’egemonia e rimpinguare il conto il banca), furono motivo di contrasti e cadute con tanto di successive e cruente battaglie legali tra “superstiti” per i diritti d’autore e la proprietà del marchio, nonché la possibilità di andare in tour fino all’eternità con quel nome tanto per raschiare ancora un pochino il fondo del barile: dalla Beach Boys Band di Love e Bruce Johnston fino alla Endless Summer Band di Jardine, senza considerare la Beach Boys Family (o California Saga o Cal Saga) o le Wilson Phillips (Carnie e Wendy, figlie di Brian, insieme a Chynna Phillips, erede di John e Michelle dei Mamas & Papas) che almeno vantano un’illustre consanguineità rispetto gruppi barzelletta come i Creedence Clearwater Revived che, tra una causa e l’altra, continuano a sgraffignare lauti ingaggi anche in Italia giocando abilmente sull’equivoco e sulla malafede (o sull’ignoranza) di alcuni organizzatori.

Nonostante i disagi psicofisici e i pericolosi vizietti, comunque, Brian è oggidì l’unico e sanissimo superstite in famiglia con un primo tragico colpo subìto dalla morte di Dennis nel dicembre 1983 (l’unico e vero “ragazzo da spiaggia” del gruppo, ironia della sorte, si commiata per annegamento, ma con alcol e droghe a tenergli la testa sotto il livello del mare…) e il definitivo, nonché tardivo scioglimento ufficiale nel 1998 dopo il doloroso decesso del timido Carl, alle prese con una patologia che non lascia scampo. Quasi sempre fuori dalle polemiche e dalle rivendicazioni legali, continua a incidere dischi da solo e ad andare in tour con un gruppo di fidati musicisti.

Cronache da una lunga estate senza fine, la “endless summer”, con un sacco di mareggiate, giornate rigide, burrascose e tragiche in mezzo. Iniziata ancora bimbetti prodigio dietro le maschere dei The Pendletones (proprio come le camicie a scacchi tipiche dei surfisti) e poi dei The Surfers (nome abortito causa altra band omonima), ispirati dai gruppi vocali ma anche da Chuck Berry e Little Richard, “car songs” a raffica e l’inconfondibile uso del “double tracking”. E poi valanghe di singoli e album a partire da Surfin’ safari del 1962 con Brian, a soli 21 anni, sempre più isolato nella sua torre d’avorio e nei suoi deliri artificiali con il suo odio/venerazione per Phil Spector e il suo “wall of sound”, le sue paranoie da perfezione in sala di registrazione con turnisti di lusso (su tutti Hal Blaine, considerato il più titolato batterista pop e rock di ogni epoca) e i compagni “titolari” in tour con un sostituto. Barbara Ann e California Girls vengono addirittura archiviate come banali ma redditizi “incidenti di percorso”, mentre Brian implode del tutto quando il suo seminale e innovativo Pet sounds (il primo album pop in cui Dio viene nominato esplicitamente) arriva appena dopo Rubber Soul e, opponendosi all’impegno politico con l’intimismo e l’interiorità, decide allora di rifarsi creando “il più grande disco della storia”. E non bastano più nemmeno il supporto esterno di Tony Ashton e Van Dyke Parks, la stima incondizionata di Macca, Keith Moon e Al Kooper: il pozzo senza fondo Smile rimarrà per decenni in un cassetto tra eccessi, fratture insanabili tra B.B., fans, management e casa discografica, nonché follie pure (pianoforti immerso nella sabbia per catturare le vibrazioni giuste, una tenda in sala di registrazione per sballarsi e meditare in santa pace, brani incisi a quattro zampe e altri con gli elemetti dei Vigili del Fuoco calcati in testa…). Non siamo dalle parti di Syd Barrett buonanima o dei superstiti Peter Green e Roky Erickson, ma poco ci manca.

Il resto è tutto nel libro, approfittatene. Per chi ama leggere, approfondire e documentarsi; non certo per chi adora sfoggiare vistosi soprammobili cartonati.

Vogliate gradire!

Aldo Pedron con Brian Wilson. Foto di Grazia Boscaro
Aldo Pedron con Brian Wilson. Foto di Grazia Boscaro

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.