Pooh. Ultima notte insieme a Roma

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Qualche anno fa un uomo non proprio qualunque si è fatto un giretto delle Americhe a bordo di una nave, quello stesso signore quando è tornato ha detto a tutti “Signori miei, non è il più forte a sopravvivere ma è colui che si adatta meglio!” Ok forse il vecchio Charles non avrà proprio detto così ma hey, importa forse a qualcuno?

Se in un articolo precedente avevo fatto notare come fosse inaspettata la mia presenza da Max Gazzè, questa volta abbiamo sfondato il soffitto di cristallo per giungere nel reame dell’inverosimile: IO a vedere i Pooh.

Nel momento stesso in cui ho varcato la soglia probabilmente una stella è morta.

Sinceramente imploro la giuria di ascoltare una mia piccola apologia: NON avevo nulla contro il suddetto gruppo, semplicemente lo ignoravo e non rientrava nella mia “bolla musicale” ma a volte il dovere chiama.

Proprio le parole (falsamente) attribuite a Charles mi hanno rasserenato mentre mi apprestavo a sovvertire la media d’età dei partecipanti: non è il più forte a sopravvivere ma colui che si adatta meglio.

E diamine, se loro 3 (o 4 o 5) alla fine sono sopravvissuti per mezzo secolo varrà la pena dargli una chance no?

Ritiro gli accrediti mentre la donna che me li porge mi chiede se sono sicuro che sia proprio questo il concerto a cui devo assistere, sorrido sfiduciato e mi avvio al mio posto, stranamente in Tribuna.

L’atmosfera è C O M P L E T A M E N T E diversa da qualunque concerto a cui abbia assistito, sarà che su quel palco ci ho visto Stromae in mezzo ad una bolgia di gente e ora accanto a me siede una signora che avrà visto tutti e 50 gli anni di attività del gruppo.

Piccolo intervallo: ho deciso di provare ad andarci totalmente clueless, recuperare decentemente mezzo secolo di carriera musicale sarebbe stata un’impresa titanica quindi ho deciso di lasciarmi trasportare senza informarmi, affidandomi alla seconda legge di un codice che sto inventando adesso mentre scrivo.

Se un gruppo è in giro da tot tempo allora qualcosa di loro la conosci per forza, solo che ancora non lo sai

Non sbagliavo, nonostante la mia totale ignoranza quando si tratta di musica italiana mi sono ritrovato anche a canticchiare qualche ritornello e alla fine ho seguito questo ultimo show nella capitale con interesse e sorprendendomi non poco.

Essenzialmente ero il cugino che viene da fuori città e che porti ad una festa: finisce che chiacchiera, si integra anche un po’ magari, ma resta sempre ad un palmo di distanza.

Come è logico che sia.

Come è giusto che sia.

Dall’esterno però riesco a staccare gli occhi dalla band non sentendo quel dolore lancinante che può sentire un fan conscio dell’addio imminente, conscio del fatto che questa sarà con ogni probabilità l’ultima volta che li vedrà su un palco e che dopo sarà solo un bel ricordo di quando spolvererà i 45 giri.

Non lo sento ma lo vedo, lo vedo negli ottuagenari che ho accanto, lo vedo nelle persone che normalmente non vedrei mai al Palalottomatica, lo vedo nelle coppie con figli piccoli sparpagliate tra i vari settori.

Ma più di tutti lo sanno gli ospiti veri e propri, ormai a 3 soli concerti dalla fine di tutto, quando stapperanno l’ultima birra a cavalcioni di un amplificatore e brinderanno senza chiedersi dove sarà la prossima Tournée.

Come il seriale occasionale (perdonate l’espressione cacofonica) necessita del recap  prima di ogni puntata anche io non avevo presente le vicende interne del gruppo, fortunatamente la situazione è stata piuttosto autoesplicativa negli intermezzi tra un brano e l’altro permettendomi quindi di comprendere l’importanza della presenza di Riccardo Fogli e Stefano D’Orazio (che poi diciamocelo è uguale al padre di Monica in Friends ) aggiungendo quindi quel tocco di Fernweh  ad un neofita come me.

La formazione quindi si racconta man mano, sfoderando una pletora di strumenti e brani diversi, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa (ora finalmente possono) e ringraziando, ringraziando un’infinità di volte chiunque sia ringraziabile: il pubblico, ogni singolo roadie, il solo e unico protettore sotto la cui egida il gruppo ha prosperato ed infine un commovente ringraziamento al loro poeta Valerio.

Ora forse ho dimenticato di inserire un piccolo dettaglio: il Parterre è stato saggiamente ridotto ad una schiera di sedie (anche se penso che un pogone violento su Piccola Katy sarebbe entrato nei libri di storia) annichilendo quindi il numero delle persone in piedi.

Almeno fino alle ultime canzoni quando i poveri steward avranno imprecato anche Odino (per poi sospirare non appena Facchinetti ha dato l’ok) per controllare la massa di gente riversatasi sotto palco.

La conclusione con tre pezzoni è da applausi, è da applausi un concerto di simile durata ad una simile età, è da applausi l’energia dimostrata ed è da applausi il fatto che dopo circa 18250 giorni, dopo circa 600 mesi e diversi cambi di formazione i “ragazzi” ancora si divertono a suonare!

Non c’è la supponenza di chi è arrivato, non c’è superbia, solo un ultimo gig tra amici prima e colleghi poi: posso giurare che Dodi ha sorriso per l’intera durata del concerto, Fogli e Facchinetti non la smettevano di abbracciarsi ridendo insieme, Stefano guardava la batteria con lo sguardo complice che hanno solo certi amanti.

Poi un ultimo saluto, esco sorridendo pensando di aver assistito dall’esterno ad un momento liminale della musica tricolore, pensando che tutto sommato qualcosa mi è rimasta.

Arriva la macchina con sopra mio padre, i notturni sono bloccati nel traffico (neanche troppo anomalo) e i Taxi costano, salto su al volo e mi chiede com’è andata, al mio rispondere positivamente rilascia un flusso di coscienza “No ma perché sai prima all’inizio c’era pure Fogli e poi loro erano…” potrei spiazzarlo con un “Lo so, lo so” ma è così preso che lo lascio proseguire.

D’altronde Chi fermerà la musica?

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Uomo dell’anno 2006 secondo il Times,Procrastinatore olimpico, radio speaker senza seguito, drogato di musica e cinema, calamita per gente al limite del caso umano.
Ma ho anche dei difetti.
Ah e scrivo articoli.

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