David Bowie: un mito senza tempo

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Quando muore un mito come David Bowie, le celebrazioni e la parole di circostanza sono dietro l’angolo. Il rischio è sempre quello di essere banali, di dire cose davvero non necessarie. Ad un anno dalla scomparsa del Duca Bianco, una delle cose che mi ha colpito di più è che ho ritrovato, nelle parole di colleghi, addetti ai lavori e gente comune di tutto il mondo, la stessa idea indissolubile: nessuno, ma proprio nessuno, ha potuto, neanche solo per un attimo, contestare ciò che Bowie ha fatto e ha significato per intere generazioni. Tutti concordi nel riconoscerne l’intelligenza, il talento travolgente che sembrava davvero arrivato da un altro pianeta come Ziggy Stardust.

Bowie ha vissuto la sua arte a tutto tondo, è stato primo attore sempre, portando in scena ogni volta una parte nuova di se stesso. E tutto era utile per ricostruire l’essenza della sua anima. Ha avuto la forza, nonostante la brutta malattia ormai avanzata, di registrare un capolavoro come Blackstar, un testamento spirituale che commuove per la sua fierezza, per la voce sicura e dolce allo stesso tempo, per i testi che sembrano essere un lungo, struggente addio, parola dopo parola. Nessuno, se non le persone più vicine a David, sapevano del male che lo affliggeva ormai da molti mesi. E davvero nessuno poteva aspettarsi che, ad appena due giorni dalla pubblicazione del disco, avvenuta il giorno del suo 69esimo compleanno, ci avrebbe lasciato per sempre. Sembrava un copione anche quello, tutto così drammaticamente perfetto, che in molti avranno pensato ad un scherzo di cattivo gusto. Una carriera luminosa iniziata nei primi anni ’70, dopo esperienze in varie band. Era curioso, con lo sguardo sempre vivo sul mondo, e tutto questo lo ha riversato nella sua musica. Ha giocato sulla sua immagine spesso ambigua, ammettendo e smentendo più volte prima la sua omosessualità, poi la sua bisessualità, chiudendo il tutto con una risata e dicendo, in un’intervista del 1987 a Smash Hits che “non dovete credere a tutto ciò che leggete”. Ma questi giochi con in giornalisti non hanno di certo messo in discussione l’aspetto artistico. Bowie ha rivoluzionato, e possiamo dirlo senza esagerare, la scena rock e musicale mondiale e non credo che qualcuno possa essere equiparato a lui. Può essere amato oppure odiato, ma credo sia indiscutibile la sua unicità. I suoi ultimi video, Blackstar e Lazarus, sono come piccoli film, che però più che un addio, sembrano quasi un arrivederci. Proprio i video sono parte fondamentale dell’opera di Bowie (ne ha girati ben 71) ed è stato un vero pioniere anche in questo campo (il suo primo videclip promozionale fu quello di Space Oddity del 1972, ma già nel 1969 aveva registrato video sufficienti per un lungometraggio). Un genio del racconto che ha anticipato le tendenze di ogni epoca, attraverso gli abiti assolutamente singolari ma soprattutto la musica. Le etichette più convenzionali lo vogliono inventore del glam rock, ma non le ha mai amate. Ha reinventato se stesso mille volte attraverso degli affascinanti alter ego, ognuno con un’anima ben definita: Ziggy Stardust, Halloween Jack, The Thin White Duke, Nathan Adler. Ed infine, ha impersonato una Blackstar, una stella nera ma luminosissima. Come dicevo, tutto però è sempre stato finalizzato a rappresentare se stesso,  ciò che gli sarebbe piaciuto essere, o ciò che non sopportava. Dall’aspetto più glam e punk di Ziggy fino alla finezza di ghiaccio del Duca Bianco, tutto in una sola persona. La bellezza dell’arte di Bowie, per me, risiede in questo: non si riesce ad inquadrarla, non esiste un solo modo per vederla, ed è arte a 360 gradi. E credo sia questo che manca di più e sempre mancherà: il modo di Bowie di creare, la sua visione delle cose. Nel corso del 2016, ha fatto il giro del mondo una mostra dedicata al Duca Bianco, dal titolo David Bowie Is: ecco, credo che non ci sia tributo migliore, per un artista come lui, di una mostra in cui racchiudere ogni aspetto che lo riguardava. Dopo la sua morte, la famiglia di David ha rispettato la sua immagine fino in fondo, pensando soprattutto alla privacy e a ciò che lo stesso David avrebbe voluto. Ed è una cosa davvero rara, nel mondo dello spettacolo. Per una volta, l’arte ha prevalso sul resto. Una morte annunciata in un disco che è il canto del cigno di una mente straordinaria, l’ultimo atto prima che il sipario cali per sempre. E a noi, resta la dolce malinconia di sapere che nemmeno la morte può vincere sull’arte.

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Claudia Assanti
Nata in Calabria, classe '86. Un diploma di Liceo Scientifico che però mi ha portato ad una laurea in Lingue e Letterature straniere. La musica e la letteratura sono sempre state la colonna portante della mia vita in ogni loro sfumatura. Sognatrice ostinata ma realista al punto giusto.