Due chiacchiere con Paolo De Francesco, l’artista degli artisti

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Qual è la prima cosa che si prende in mano quando si compra un disco? La copertina. La copertina di un album è il primo messaggio che l’artista lancia al suo pubblico, spesso ancora prima delle sue canzoni. E’ il primo legame che si instaura tra un cantante ed i suoi fan. Ci sono copertine che fanno parte della storia della musica tanto quanto le canzoni che il loro album contiene, da Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band a London Calling, da The Dark Side of the Moon a Nevermind.

Abbiamo intervistato Paolo De Francesco, senza ombra di dubbio uno tra i più noti creativi a livello italiano nel settore delle cover musicali. Dalla sua mente sono nati i lavori di Luciano Ligabue, Tiziano Ferro, Fiorella Mannoia, i Negrita o Daniele Silvestri, solo per citarne alcuni. Partito come bassista ha poi fondato con Paolo Valietti la Moltimedia SRL diventando un punto di riferimento nel settore e curando l’immagine dei più importanti artisti italiani.

Come nasce il tuo percorso artistico?

Io sono partito come musicista, nel senso che suonavo il basso con un cantautore bergamasco con cui facemmo un disco, un tour e alcune apparizioni televisive. Poi la cosa, per vari motivi, si arenò ed io che in quel periodo facevo anche il DJ (anche se mi sembra eccessivo definirmi tale), andai a RTL durante il passaggio da radio locale bergamasca a radio nazionale. Vissi tutta l’esperienza della crescita di RTL dove ebbi modo di entrare nel settore in maniera ancora diversa rispetto che al suonarci. Nel frattempo lavoravo anche in un locale in cui facevamo concerti. Quando vennero a suonare i Casino Royale li conobbi personalmente e quando fecero il loro primo disco mi proposero di lavorare con loro per fare la copertina. Ed è da lì che sostanzialmente nasce tutto, perchè tramite loro ebbi l’occasione di lavorare con una Major. Poi chiaramente lavorando in una Major conosci i discografici e da lì riesci ad avere altro lavoro. Mi chiamarono anche per fare i Negrita e successivamente il loro produttore (Fabrizio Barbacci, produttore anche di Buon Compleanno Elvis di Ligabue) fece il mio nome al manager di Luciano, Claudio Maioli, per fare Giro D’Italia e da lì partì la mia esperienza veramente mainstream.

Foto di Jarno Iotti

Ci racconti qualcosa sul modo di lavorare dei tanti artisti con cui hai collaborato?

Sai, ogni persona ha la sua storia e ci sono metodi di lavoro differenti. Ligabue ad esempio ha una modalità che, dal mio punto di vista, è la più interessante perché ti fa ascoltare i pezzi, ti indica riferimenti iconografici che ci possono stare bene, ma soprattutto lo fa 4/5 mesi prima dell’uscita del disco, dandoti tutto il tempo per ragionare, per proporre, per fare. In più c’è il fatto che Luciano non vuole andare in copertina e se questo da un lato può complicare le cose dall’altro ti obbliga ad aumentare ogni volta la creatività e così diventa sempre una sfida a fare meglio.

Morgan invece è uno che ti lascia tanta carta bianca, ma allo stesso tempo ti dà delle sue tracce ben chiare su cui lavorare. E’ una cosa che cresce a quattro mani. La capacità del grafico ovviamente sta nell’interpretazione di quel che gli viene richiesto. In Canzoni dell’appartamento’ per esempio aveva in mente un’immagine degli edifici di Milano degli anni ’70 che aveva trovato su un Sussidiario. Quindi l’abbiamo scansionata, lavorata e infine colorata. In parole povere abbiamo fatto un lavoro insieme.

Poi ovviamente c’è la modalità “Faccio tutto io e tu grafico devi eseguire le mie richieste”, che detta così può sembrare antipatica, ma delle volte gli artisti hanno delle idee così chiare e valide che non vale la pena nemmeno andarle a disturbare. Prendi i Baustelle: sono venuti con un’idea di fotografia che hanno fatto fare ad un fotografo e con già un’idea chiara di lettering. Perciò, pur avendomi chiesto di metterci del mio, ho solo fatto degli interventi che non modificassero la sostanza, ma che fossero di supporto alla stessa.

C’è un lavoro di cui vai particolarmente fiero?

Per fortuna ce ne sono tanti, anche andando a pescare nel passato vedo tanta soddisfazione, ma anche tanta ingenuità, per non parlare delle tante limitazioni tecniche che c’erano all’epoca. Tendenzialmente però le ultime cose che faccio sono quelle che mi piacciono di più. Se devo dirne uno comunque ti direi “Mondovisione”, forse perché è uno dei miei lavori più completi visto che all’interno del libretto ci sono fotografie che ho fatto io stesso durante i miei viaggi. Quando ripenso ai miei lavori anche involontariamente ci metto sempre una componente che appartiene alla mia storia: ti faccio l’esempio di “Radio Zombie” dei Negrita. E’ una copertina abbastanza cupa, nella quale c’è sostanzialmente un deserto in bianco e nero con infilate delle antenne radio nella sabbia che sembrano dei pali. Quella cupezza era dovuta anche al fatto che in quel periodo era scomparsa mia madre, una cupezza che, per altri motivi ovviamente, piacque molto ai Negrita, e pare che Jovanotti disse che sembrava l’agopuntura del mondo, ma che conteneva un mio malessere per un momento difficile che stavo vivendo. Per cui molte copertine contengono anche stralci della mia vita.

Foto di Jarno Iotti

Approfitto di questa tua ultima frase per chiederti proprio quanto c’è di te in un lavoro.

Come ti dicevo prima dipende per prima cosa dall’artista, da quanto spazio di azione mi lascia. Ad esempio l’ultima copertina di Tiziano Ferro la vivo un po’ come una mia firma. E’ stato il primo lavoro che ho fatto con lui e se tu guardi le sue copertine precedenti vedi che sono tutte focalizzate su un suo ritratto fotografico, che per un artista come lui ha una sua efficacia. Ogni immagine poi ha sempre avuto un particolare significato: ad esempio con il “The Best of” ha fatto una copertina in bianco e nero dove sembra che sia tirando un calcio, perché in quel momento della sua vita stava dando un calcio al suo passato.

Il suo album successivo di inediti quindi, “Il mestiere della vita”, doveva essere un cambio di direzione anche dal punto di vista iconografico. Hanno chiamato me per avere una visione diversa dal solito. Una mano “pesante”. E’ chiaro che questa cosa qui mi ha messo un po’ in difficoltà all’inizio perchè era la prima volta che lavoravo con Tiziano e non sapevo come prenderlo, e poi perché questo disco ha un titolo, il mestiere della vita appunto, che può aprire tante porte, ma che rischiano di essere anche banali. A quel punto ho deciso di fare un intervento pesante come richiesto ed ho dato una mia interpretazione del titolo, vedendo la vita come un percorso fatto di salite, discese, lavoro, fatica, divertimento, ecc. e nella copertina, in ognuno dei dettagli che uno se vuole può andarsi a cercare, ci sono un po’ tutte queste cose. La cosa gli è piaciuta molto, tanto che l’ha definita come la più bella copertina della sua carriera, cosa di cui ovviamente sono onorato.

Hai diretto l’ultimo video di Luciano Ligabue, la title track dell’album tra l’altro. Come è nata questa idea?

Sai, il tutto è nato perché avevano appena terminato il video di “G come Giungla” ed appoggiarsi allo stesso staff avrebbe potuto provocare un po’ di stanchezza e non la necessaria freschezza ed energia che servivano per fare un video importante come il primo che usciva con l’album, tra l’altro proprio la title track. In quell’occasione hanno perciò chiesto ad altre persone un soggetto per la realizzazione di questo video clip. Io mi sono proposto e sviluppai l’idea di questo Luna Park con le città italiane riviste sotto forma di giostra. Portai la mia idea a Luciano, che si convinse subito e mi affidò l’incarico.
Il far fare a me questo video nasce anche dal fatto che per rappresentare al meglio il testo il rischio banalità di una ripresa su un treno “normale” era abbastanza alto e l’animazione si sarebbe prestata meglio invece ad un viaggio di fantasia. Non era facile da rappresentare perché bastava un niente che rischiavi di rendere il tutto “già visto”.

Nel video non mancano alcuni momenti in cui vengono denunciati gli aspetti più critici di questo Paese. Mi riferisco ai cartelli “Mafia tour” e “Corruzione tour”.

Si, quella è stata un’intuizione che ha avuto Luciano e che mi è piaciuta subito. In realtà ci sono dei passaggi nella canzone che io non avevo colto immediatamente, ma che Luciano mi ha fatto notare, come “Bari e Palermo tra cielo ed inferno” che denunciano proprio una condizione di vita inevitabile e non una scelta. Una condizione che Luciano voleva che, in qualche modo, emergesse. Ci siamo scambiati diverse opinioni in merito e quando gli ho fatto vedere il cartello che lui avrebbe guardato all’inizio del video, mi ha proposto di farne degli altri, ma con un altro tipo di comunicazione, denunciando gli aspetti più scuri e negativi di questo Paese, come la corruzione o la mafia. C’era anche il tema dell’immigrazione, ma era un tasto un po’ troppo delicato da toccare ed alla fine ci siamo convinti che fosse meglio lasciar perdere.
Ho avuto l’idea di mettere questi cartelli nel treno, staccandoli magari dal contesto e da una eventuale interazione con lui. Sono contento che questo messaggio abbia avuto la sua efficacia, anche se non penso sia stato notato da molti. Per quanto sia bello questo paese non possiamo dimenticarci dei suoi lati un po’ più bui, per quanto trattati in maniera sarcastica.

Fai questo lavoro da oltre 20 anni. C’è un aneddoto a cui sei più legato?

A dir la verità io ho un grosso limite di memoria (ride ndr). Quel che mi ricordo di più, anche perché non è lontano nel tempo, è quello ancora di “Mondovisione”. Inizialmente l’album aveva un titolo diverso e ricordo che Luciano mi disse di provare a fare la Terra a forma di mela morsa (tipo logo Apple). Onestamente rimasi un po’ sconcertato, anche perché è un’immagine che mi pareva di aver già visto. Ovviamente eseguii la sua richiesta perché fin quando non faccio non vedo, e così, mentre ci ragionavo ho pensato alla Terra sotto forma di pallina di carta. Era un’idea banale ma molto efficace, così per prima cosa cercai su internet se era già stato fatto qualcosa e, stranamente, non trovai nulla. Proposi questa idea a Luciano e lui ne rimase molto colpito, tanto che cambiò il nome dell’album in Mondovisione, proprio sulla base di quell’immagine che gli avevo proposto io. Ed è stato per me un motivo di grande soddisfazione e orgoglio. In questo caso l’intesa e l’interazione tra noi ha funzionato alla grande!

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.