Come Mannarino sa raccontare il nostro tempo: la recensione di “Apriti cielo”

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Apriti cielo
di Alessandro Mannarino
Universal Music

In una recente intervista Ivano Fossati ha detto una verità incontrastabile. Ha detto che avevamo un’importante storia musicale e che oggi di colpo sembra che nessuno sia più in grado di cantare il mondo che ci circonda.
Tutto vero, o quasi. Perché Alessandro Mannarino è tra i pochi superstiti della musica che sa guardarsi attorno e sa raccontare il proprio tempo. Sotto il cappello del cantautore romano ci sono due occhi che sanno osservare e tradurre in musica ciò che accade sulla terra. Una musica che sembra scritta per esser proiettata sugli schermi del cinema. C’è la solita oscurità e c’è un sound che profuma di Brasile in Apriti cielo, un disco (il quarto) carico di ambiguità e dicotomie dall’inizio alla fine.

A partire dal titolo, volutamente soggetto a interpretazioni. Apriti cielo può essere un’esclamazione di fronte a ciò che è fastidioso e può essere una speranza. La speranza di chi aspetta che passi il sole per recuperare una felicità smarrita; di chi fugge per cercarla, la felicità.

LA FUGA – È senz’altro un disco di fuga; di gente che non sente di appartenere alle sue bandiere e alle sue preghiere. È un disco di guerra sporca, palesato nella title-track (qui la recensione del singolo),  ma anche nella commovente La frontiera, tra le cime più alte del disco. Mannarino disegna due uomini che fanno l’amore davanti a soldati in combattimento che in fila per uno vanno via non appena vedono loro due che, nudi, insegnano come “sono nati gli esseri umani”. Un orgasmo in mezzo alla guerra tracciato con un’eleganza da far invidia a tutti gli storytellers del mondo. Un orgasmo che ricorda che dietro a quelle guerre senza senso ci sono vite umane.

Fuga e amore si intrecciano e sono sottotesto di tante storie diverse. C’è quella di Babalù, odiato dal popolo in vita e glorificato una volta morto e c’è quella di Roma, “città diventata muta” che il soggetto della canzone non ha salvato pur incitando altri a riprovarci (“io non ti ho salvato, ma tu che rimani strilla più forte”).

A separare i due lati del disco c’è una enigmatica Gandhi che in sette minuti dice tutto e il contrario di tutto in nome di quell’ambiguità e quell’alone misterioso che Mannarino ama incorniciare sui suoi pezzi. Ascoltare per credere.

DISCO PROMOSSO – Di certo c’è che anche questa volta nove canzoni hanno messo su un lungo viale un’infinita quantità di assurdi personaggi, metafore di un mondo nel quale siamo pienamente immersi.
L’ultimo della lista è proprio Mannarino che nel pezzo conclusivo (Un’estate) viene chiamato da una voce fuori campo: “Alessà, ma ‘ndo vai? Viè qua e guarda”.
Non si sa se Alessandro sia tornato a vedere l’ennesimo gioiello su cui ha messo la firma o se sia andato con il suo cappello a cercare altre storie di mondo da raccontare. Sappiamo solo che Apriti cielo funziona; e questo basta per adesso.

La tracklist dell’album:
1. Roma
2. Apriti cielo
3. Arca di Noè
4. Vivo
5. Gandhi
6. Babalù
7. Le rane
8. La frontiera
9. Un’estate

Ecco una lunga videointervista con Mannarino sul nuovo album

Ed ecco infine il nuovo video L’arca di Noè

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.